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Thailandia: morto il re, cosa succede adesso?

Per i thailandesi il re era il bodhsattva, l’essere inviato sulla terra da Dio per beneficare l’intero mondo

Thailandia re

L'incoronazione del re Bhumibol

Il re era per tutti padre e pacificatore della nazione, l’arbitro neutrale che convince i contendenti a cessare lotte che non sono nell’interesse della popolazione. La sua successione potrebbe portare ulteriore instabilità in Thailandia per una situazione politica ed economica sempre più incerta

Può sorprendere solo chi non conosce l’Asia e in particolare la Thailandia, l’unanime cordoglio e la profonda emotività che stanno coinvolgendo la popolazione thailandese, in seguito alla scomparsa dell’amato re Rama IX. In quest’ambito sconcerta, per il provincialismo che tanto per cambiare esprime il più autorevole quotidiano italiano, il titolo dato dal Corriere della Sera alle nove righe che hanno raccontato l’accaduto: “Lacrime e canti per la morte di re Bhumibol”. Finisce un’era per il paese e per l’intero sud est asiatico, altro che folklore da tour operator, caro Corsera! Per i thailandesi il re era il bodhsattva, l’essere dotato di caratteristiche speciali, inviato sulla terra da Dio per beneficare non solo i suoi, ma l’intero mondo.

Nei settant’anni di regno, Bhumibol Adulyadej ha realizzato una serie di capolavori politici, utili al suo paese e agli equilibri regionali, tanto più tenendo conto della complessità del periodo storico che lo ha visto protagonista. Non che siano mancate zone d’ombra nel suo regno: sette decenni comportano errori inevitabili, e stiamo pur sempre parlando di una monarchia costituzionale tutelata da talune prassi e regole tipiche del più tradizionale dispotismo orientale (la “prosternazione” davanti al re è tuttora in vigore).

Il giovane re prendeva in mano un paese che, caso raro nella regione di sud est, non era mai stato colonizzato, e che si era schierato, nella Seconda guerra mondiale da poco conclusa, a fianco dell’imperialismo nipponico. Il governo militare fascistoide e razzista aveva evitato al paese gli eccidi e crimini di guerra sofferti ad opera nipponica da molti vicini, ma alla fine del conflitto si ritrovava sul banco degli imputati e sotto influenza del vincitore statunitense, in una situazione non molto dissimile da quella che, dall’altro lato di EurAsia viveva l’Italia. In quella scomoda posizione si sarebbe presto ritrovata in prima linea nel conflitto che, in zona, oppose Francia prima, Stati Uniti poi, all’avanzante comunismo, unico baluardo democratico in una regione che per più di due decenni sarebbe stata il campo di battaglia dove Stati Uniti e Unione Sovietica si sarebbero confrontati per la supremazia, ideologica e politica, oltre che militare.

Grazie anche alla fine diplomazia di casa reale, Bangkok riuscì non solo a sopravvivere ai disastri della guerra civile vietnamita, alla spaccatura in due della Corea, ai profondi drammi politici vissuti da paesi come Filippine e Indonesia, alla follia aggressiva dei kmher rossi di Cambogia, alla competizione della rinata Cina, ma contribuì attivamente alla nascita di Asean, Associazione delle nazioni del sud est Asiatico, divenendo poi parte del dialogo intraPacifico che avrebbe portato alla nascita del forum delle nazioni bagnate dal grande Oceano. Dentro questi meccanismi diplomatici sarebbe avvenuto anche il riavvicinamento strategico con la Cina, avversata nei tempi dell’alleanza di Bangkok con il razzismo fascista giapponese, nonostante fosse nel Dna culturale ed etnico di tanta popolazione thai.

Nel frattempo, la modernizzazione del paese veniva a garantire l’apertura al turismo e ai capitali esteri, generando conseguenze benefiche anche sullo sviluppo del vasto territorio rurale. Fedele ai precetti buddhisti, il re si spendeva per progetti di economia sostenibile rispettosi dell’ambiente, contribuendo a sradicare il business della droga e sollecitando attenzione ai diritti sociali.

Finita la guerra vietnamita, nella quale era riuscito a non farsi coinvolgere direttamente, Rama IX avrebbe iniziato a mostrare la capacità di proporsi con successo, in più occasioni, come istituzione “alta”, esterna alla politica quotidiana, costretta a interviene solo quando il suo peso dovesse risultare risolutivo per far pendere la bilancia dalla parte del popolo. Così fu, al fine di abbassare i toni dello scontro interno, nel 1973 (con i militari rispediti nelle caserme) e nel 1976, e nel 1992 dopo un colpo di stato allontanando le nubi propizie alla guerra civile e spingendo alla transizione verso la democrazia. Il re diventava per tutti padre e pacificatore della nazione, l’arbitro neutrale che convince i contendenti a cessare lotte che non sono nell’interesse della popolazione.

Con il nuovo millennio, i leader storici e padri della patria della regione, l’indonesiano Suharto il malese Mahathir bin Mohamad e il singaporeano Lee Kuan Yew, non erano più al potere, ma nel “paese del sorriso” la stretta alleanza tra ceto militare e monarchia aveva fatto dell’incerto Bhumibol degli inizi, il monarca venerato alla stregua di un semidio, considerato padre del popolo e protettore anche delle decine di milioni di poveri della campagna e della montagna thailandesi.

Da un lato i ceti privilegiati approfitteranno del carisma reale per garantirsi rendite di posizione, sfuggendo a svolte di rilievo sul piano sociale e della redistribuzione della ricchezza, dall’altro la monarchia saprà evitarsi, a due riprese, nel 2006 e nel 2014, il rischio rappresentato da Thaksin Shinawatra, magnate della comunicazione, e da sua sorella Yingluck, anche con l’ausilio del ceto militare.

I due Thaksin godevano di appoggio popolare grazie alla militanza elettorale in ogni angolo del paese delle loro camicie rosse, cavalcano il malcontento della povera gente verso i troppo ricchi. Si lasceranno coinvolgere in episodi che sanno di rivolta armata, e che causeranno centinaia di vittime. Inoltre inizieranno a flirtare con ambienti antimonarchici, tentando al tempo stesso di infiltrarsi in talune contraddizioni che, all’interno della casa reale, a causa della lunga malattia che ha preso possesso del re, si renderanno possibili. Quando si va a scontri di piazza tra camicie gialle che sostengono la monarchia (il giallo, colore del lunedì nella cultura thailandese, è assunto come colore di appoggio al re, nato di lunedì) e camicie rosse, si è sul bordo della frattura della nazione thailandese, dato intollerabile in una cultura socio-politica comunque votata all’ordine e all’armonia buddhista.

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Barack Obama in visita dal re di Thailandia

Provvederanno le gerarchie militari a sbarazzare il campo, aprendo nel paese l’ennesimo processo di innovazione costituzionale (si sono contate 16 costituzioni negli anni di Rama IX e 20 dal 1932), concluso con l’approvazione lo scorso agosto del testo che dovrebbe consentire le elezioni politiche nel 2017. D’altronde il paese è allenato ai colpi di stato: dall’instaurazione della monarchia costituzionale, 1932, se ne sarebbero avuti 12 riusciti sui 20 tentati. Bhumibol Adulyadej ne avrebbe accettati 10, sconfessando i due del 1981 e 1985. I condizionali, quando ci si riferisce ai monarchi thailandesi, sono d’obbligo. La loro figura, nella tradizione orientale, è “inviolabile”, il che sta spesso per impenetrabile, non indagabile e persino impronunciabile. Offendere la dignità del re significa commettere reato di lesa maestà, che può costare sino a quindici anni di carcere. Cosa effettivamente accada nelle stanze del potere, ad esempio nella dialettica tra istituzioni, gerarchie militari e famiglia reale, all’interno della stessa vastissima famiglia reale, è materia sulla quale molte possono essere le speculazioni, piuttosto poche le certezze.

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Tra le certezze delle quali disponiamo, la sintonia che nella delicata fase di transizione viene mostrata in pubblico tra governo e palazzo reale, dove il successore del defunto re Maha Vajralongkorn, secondogenito ma primo nell’ordine di successione non consentendosi alle donne accesso al trono, fa sapere di voler attendere prima di assumere le funzioni di monarca con il nome di Rama X.

Nel frattempo la televisione ha cessato di andare in onda a colori, gli annunciatori sono rigorosamente a lutto come peraltro ogni e qualunque funzionario pubblico per l’intero mese. Nello stesso periodo edifici governativi e scuole resteranno chiusi e le bandiere saranno mostrate a mezz’asta. Il lutto nazionale durerà un anno, ben oltre i funerali di stato che si prevedono ovviamente ricchi di cerimoniale e simbologie.

Dietro la facciata, è auspicabile, nell’interesse del paese, che il primo ministro generale Prayuth, già membro della guardia reale e intimo della famiglia e degli ambienti monarchici, abbia condiviso con Maha Vajralongkorn il percorso istituzionale da compiere per garantire la transizione dolce al dopo Bhumibol. La situazione politica ed economica del paese non è delle migliori.

Bisognerà andare alle elezioni, evitando che la competizione comporti scontri di piazza e accensione di nuove divisioni. La contrazione dei consumi e una certa latitanza degli investimenti non aiutano. Peraltro, difficile che il nuovo re non includa, nella prevedibile amnistia dell’incoronazione, i delitti “politici” rimettendo così in ballo i Thaksin e alterando lo scenario immaginato con la costituzione appena approvata.

Peraltro Maha Vajralongkorn non ha sinora goduto di buona stampa, e non sembra essere amato da un popolo che non ritrova nei suoi comportamenti le virtù paterne. Come ribadisce la nuova costituzione, l’istituto monarchico è uno dei tre fondamenti del paese, con la nazione e il buddhismo. Se la coppia reale ha dato l’esempio di una lunghissima vita spesa nell’amore coniugale e nella tradizione religiosa (da giovane Bhumibol fu per un periodo monaco, secondo la tradizione buddhista theravada professata), il loro sessantaquattrenne figlio ha ben altra vita all’attivo. La questione è ovviamente presente al primo ministro e ai militari, che potrebbero anche trarre vantaggio dalla debolezza che, almeno in partenza, caratterizza l’erede al trono.

I sostenitori della monarchia raccontano anche la profezia che limita a nove i re Rama, sottintendendo che, come reggente in attesa che cresca il figlio designato al trono di Maha Vajralongkorn, potrebbe fungere da capo di stato la secondogenita di Bhumibol, Maha Chakri Sirindhorn, così stimata e venerata da essere chiamata principessa angelo.

Chi obietta che sarebbe bastato inserire in costituzione l’emendamento sulla successione femminile, si mette fuori da una “logica” thailandese abituata ad arricchire di quanta più possibile suspens tempi e modalità delle successioni al trono. Forse anche per garantire potere effettivo al Privy Council, il Consiglio della corona che designa il nuovo re. E’ presieduto dal generale Prem Tinsulanonda, 96 anni e un intonso potere di intrigo risolutivo. Si legge che sia favorevole all’incoronazione del principe Maha.

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