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Le lacrime e la furia di Kavanaugh sull’America divisa

La testimonianza del candidato alla Corte Suprema Brett Kavanaugh a seguito di quella rilasciata da Christine Blasey Ford

Brett Kavanaugh durante la sua testimonianza davanti alla Commissione del Senato

Le ultime due settimane vengono descritte come “una mossa politica e orchestrata”. “Sono un ottimista di natura, ma oggi devo ammettere che ho paura del futuro”

Padre di famiglia, marito devoto, carriera impeccabile: il giudice Brett Kavanaugh si presenta di fronte alla Commissione del Senato per depositare la propria testimonianza, con l’aspetto e le intenzioni di un uomo che deve provare la sua innocenza di fronte a una condanna, almeno da parte dell’opinione pubblica, quasi sicura.

Kavanaugh inizia il suo discorso negando le accuse che Christine Blasey Ford gli rivolge, aggiungendo che il suo nome e quello della sua famiglia sono stati permanentemente distrutti da “accuse false e cattive”.

Le ultime due settimane vengono descritte come “una mossa politica e orchestrata”. “Sono un ottimista di natura, ma oggi devo ammettere che ho paura del futuro”.

Ma quando arriva a raccontare che sua figlia ha chiesto di aggiungere la dottoressa Ford alle loro preghiere, l’uomo crolla. La voce si spezza, le lacrime iniziano a scorrere : “La piccola Liza, di 10 anni, ha detto ad Ashley “dovremmo pregare per questa donna””.

Comincia quindi il ricordo del passato, delle scuole e dei “diversi contesti sociali” in cui lui e la Ford si muovevano. Aggiunge inoltre, che “certo bevevo birre con i miei amici, mi piace la birra, ma non ho mai bevuto fino al punto di non ricordare chi fossi e non ho mai violentato nessuno”.

Quarantacinque minuti di lacrime, ricordi e descrizioni dalla scuola superiore fino ai primi anni di lavoro. “Per ventisei anni sono stato sulla scena politica e sono passato attraverso sei indagini dell’FBI”.

Dopo una pausa, iniziano le domande dei Senatori. Ed è in questo momento che l’atteggiamento del giudice cambia: niente più lacrime, riposte vaghe e gli occhi che saettano da una parte all’altra della sala. Sicuramente una sicurezza meno ostentata rispetto all’inizio.

Alla domanda della Senatrice Democratica Dianne Feinstein sul perché non avesse acconsentito a un’indagine dell’FBI, Kavanugh risponde: “Avrei preferito rispondere alle vostre domande prima. Al contrario sono passati ben 10 giorni. È un oltraggio che non mi sia stato chiesto di presentarmi immediatamente”.

Secondo il giudice, le indagini dell’FBI non avrebbero portato alcuna risposta certa, al contrario dell’incontro con i membri del Senato, che avrebbe permesso alle parti di controbattere immediatamente.

Il giudice sembra sicuro quando risponde di “non aver mai abusato o compiuto atti riconducibili a una molestia sessuale nei confronti della Ford”, negando inoltre di essere mai arrivato al punto di aver bevuto così tanto da non ricordarsi cosa fosse successo o di risvegliarsi in posti diversi.

“I’m innocent” chiosa Kavanaugh, e alla domanda del Senatore democratico Dick Durbin su una possibile indagine FBI che risolverebbe la questione e interromperebbe la gogna mediatica della seduta, Kavanaugh rimane in silenzio per alcuni secondi repetendo “avrei voluto essere ascoltato prima”.

La questione non è l’intervento dell’FBI o la confidenzialità della procedura, ma da che parte sceglieranno di schierarsi gli americani.

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