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Ambiente, l’appello delle ONG alla WTO in difesa dell’ecologia marina

L'importante naturalista britannico Sir David Attenborough: "È ora che le pratiche commerciali inizino a considerare anche le esigenze dell’ambiente"

Foto di Foto di Detmold da Pixabay.

Proprio oggi si riuniscono a Ginevra i delegati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, la World Trade Organization-WTO, per limitare i sussidi che i governi formalmente concedono alle attività collegate alla pesca, ma che in realtà conducono ad attività di pesca intensiva su larga scala. 

Sono ancora recentissime le cronache del Climate Action Summit, il Summit sul Clima che nell’ultima settimana dello scorso mese di settembre ha visto riuniti all’ Onu di New York i rappresentati politici dei governi mondiali, ed in cui la giovane attivista svedese Greta Thunberg ha lanciato un grido di allarme sulle sorti del nostro pianeta.

Ora i rappresentanti dei governi internazionali si trovano ad esaminare un’altra emergenza ecologica. Oggi infatti si riuniscono a Ginevra i delegati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, la World Trade Organization-WTO, per limitare i sussidi che i governi formalmente concedono alle attività collegate alla pesca, ma che in realtà conducono ad attività di pesca intensiva su larga scala. 

È da tempo che le Nazioni Unite, ed in particolare la agenzia che si occupa di sviluppo sostenibile, la UNCTAD, la Conferenza sul Commercio e lo Sviluppo, hanno messo a disposizione le cifre di questo fenomeno. Ogni dodici mesi i governi internazionali destinano 35 miliardi di dollari alle attività collegate alla pesca: ma i due terzi di questo importo sviluppa pratiche di pesca intensiva dannose per l’ecosistema. 

Facile immaginare che queste attività nocive all’ecosistema marino portino disagio sociale anche a tutte le popolazioni che proprio nei prodotti ittici trovano sostentamento alimentare ed economico per la soddisfazione delle loro necessità primarie.

Peter Thomson, delegato dal Segretariato Generale delle Nazioni Unite alla preservazione degli oceani ha già messo in evidenza i danni sociali che si stanno accumulando per i tempi a venire. “Non si possono piu’ fare errori”, ha commentato Thomson: “ i miliardi di dollari sprecati per sussidiare le attività di pesca dovrebbero piuttosto finanziare il benessere delle popolazioni che vivono in prossimità delle coste marine. I delegati del WTO devono comprendere che vietare la pesca intensiva aiuta a preservare la conservazione e l’ecosistema degli oceani.”

Anche in questo caso, le cifre di queste problematiche sono già a conoscenza dei governi internazionali. In base ai dati della Food and Agricultural Organization-FAO, la agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di alimentazione ed agricoltura, se sono cinquantanove i milioni di persone che a livello mondiale vivono di attività direttamente collegate alla pesca, sono invece alcune centinaia di milioni gli individui che trovano nei prodotti ittici la fonte primaria del loro sostentamento proteico. Queste sono e rimangono le categorie sociali che si troveranno inesorabilmente svantaggiate quando, ed ormai la scadenza è vicinissima, le odierne attività di pesca intensiva renderanno impossibile il naturale ripopolamento della fauna ittica mondiale.

Ma non è tutto: pesca intensiva significa anche pesca indiscriminata, cioè spreco alimentare. Ovvero: si pesca di tutto, troppo rispetto a quello che poi viene effettivamente consumato.

Questo finisce per creare danni, oltre alla catena alimentare, anche al ciclo economico. Secondo i dati della FAO addirittura solo un terzo del pescato mondiale finisce nei nostri piatti: il resto viene riutilizzato, ma per usi diversi.

Sempre da un punto di vista economico, i conti non tornano.

Lo ricorda uno studio della Banca Mondiale, la World Bank. Nel 2014 le attività di pesca a livello mondiale in base alle tecniche attuali hanno generato ricavi per 164 miliardi di dollari: ma se a questo importo si addebitano costi per la manodopera, immobilizzo di capitale, oneri causati dai sussidi destinati alle attività di pesca, e costo dei carburanti, ecco che l’apparente profitto iniziale in realtà si trasforma in una perdita netta di 44 miliardi di dollari.

Inoltre è la stessa World Bank ad avvertire che, paradossalmente, se le attività di pesca diventassero più rispettose dell’ambiente, il risultato negativo ora descritto diventerebbe un profitto di ben 83 miliardi di dollari.

Altri dati statistici confermano la gravità della situazione. Se nel 1974 le specie che già popolavano l’ecosistema marino nel 90% dei casi erano in grado di riprodursi e contenere i danni causati dalla pesca intensiva, nel 2013 questa percentuale era crollata al 69%. E negli ultimi anni non si é fatto nulla per invertire questa tendenza. Ecco perché è fondamentale che i delegati oggi riuniti al WTO di Ginevra comprendano che regolamentare la pesca intensiva è essenziale anche a prevenire le ulteriori tensioni sociali che nel frattempo si stanno accumulando. Il problema è talmente urgente che alcune delle maggiori agenzie delle Nazioni Unite, novanta governi mondiali, 10 organizzazioni non governative e quattro organizzazioni regionali di stati lo scorso settembre hanno unito le loro forze e già ottenuto che la regolamentazione delle attività collegate alla pesca sia uno dei nuovi obiettivi per lo sviluppo sostenibile del nostro pianeta.

La cronaca ora ci porta a tornare alla odierna riunione in corso alla Organizzazione Mondiale del commercio-WTO di Ginevra, dove i rappresentanti di 164 governi mondiali dovrebbero mettere in pratica la loro promessa di essere pronti per l’inizio di gennaio 2020.

Leslie Delagran, esperta presso il WWF, ricorda che non è piu’ possibile rinviare una decisione.

“L’impoverimento delle risorse marine dovute alla pesca è una delle maggiori sfide ambientali e sociali del nostro tempo”, commenta la rappresentante di WWF. “E’ da vent’anni che i delegati del WTO promettono di vietare i sussidi alla pesca intensiva. È ora che agiscano per rendere concreta la loro volontà di garantire non solo uno sviluppo sostenibile delle specie marine ma anche oceani più puliti”.

Veniamo al dunque: intervenire a difesa della l’allarme per l’ecologia marina ora è diventato un problema concreto.

Affinché anche l’incontro in corso al WTO non porti ad un nuovo rinvio, proprio oggi si alzerà la voce delle maggiori organizzazioni internazionali attive in tema di sostenibilità come il World Wildlife Fund-WWF, il World Economic Forum-WEF e il Friend of Oceans Action, associazione di 50 personalità internazionali coordinate dal WEF e dal World Resources Institute, attivo da quasi quarant’anni grazie alla MacArthur Foundation, una delle maggiori fondazioni private americane.

È proprio grazie all’intervento di queste istituzioni che il britannico Sir David Attenborough, uno dei più importanti naturalisti mondiali, oggi diffonde sul web e presenta ai delegati del WTO riuniti a Ginevra un video esclusivo in cui richiama la coscienza delle autorità politiche mondiali a raggiungere un accordo ed agire subito, entro la fine del 2019: mancano solo 84 giorni.

“È ora che anche le pratiche commerciali inizino a considerare anche le esigenze dell’ambiente” conclude Dominic Waughray, direttore amministrativo e responsabile della piattaforma per il benessere delle collettività presso il World Economic Forum. “E’ finito il tempo in cui si poteva sussidiare lo sfruttamento degli oceani in modo competitivo. Economia e sostenibilità oggi devono procedere di pari passo”.

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