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L’INTERVISTA/ Nessuna banca é un’isola

Analisi degli interventi del governo federale Usa sulla crisi finanziaria e le prospettive economiche future: alle nostre domande risponde Adolfo Laurenti, vice capo degli economisti di Mesirow Financial di Chicago

 Adolfo Laurenti è il vice capo degli economisti di Mesirow Financial. Laureatosi alla Bocconi, Laurenti ha conseguito il dottorato alla Mason University per diventare vice economista della LaSalle Bank/ABN Amro, in cui studiava i trend bancari. Mesirow Financial è un’azienda di investimenti e consulenza con base a Chicago possiede 1200 dipendenti tra Chicago e Londra e gestisce transazioni per un miliardo e mezzo di dollari.


 


Quanto è stato necessario il salvataggio di banche, società assicurative e aziende automobilistiche?

Se analizziamo l’intervento contestualmente al settembre 2008, ovvero al momento del fallimento di Lehman Brothers, direi che si è trattato di una buona scelta, perchè l’intero sistema finanziario mondiale era sul punto di crollare. La Fed ha messo a disposizione liquidità attraverso il commercial paper (strumento simile alla cambiale, ndr) quando nessuno era disponibile a entrare in rapporti finanziari con nessunaltro, ha ricostituito fondi vitali per la ricapitalizzazione delle banche, ma soprattutto ha inviato un messaggio psicologico ai mercati: siamo qui per aiutare e non permetteremo che un caso Lehman si ripeta.

Il sistema sapeva di essere alla soglia di una crisi?

Se anticipassimo l’analisi al 2007, quando l’altra grande banca, Bear Stearns, è fallita, certo, direi che Washington ha commesso molti errori. Ha salvato Bear e creato la convinzione che comunque le cose andassero, il governo federale sarebbe intervenuto. Se Bear fosse andata in bancarotta, Lehman avrebbe assunto scelte diverse nei mesi successivi. L’azione del governo ha quindi seminato le condizioni del collasso avvenuto nel 2008 generando tra i banchieri la convinzione che ‘ci avrebbe pensato il governo’. Un non intervento istituzionale nel settembre del 2008 sarebbe stato un disastro, ma se il governo in precedenza avesse mandato segnali per imporre alle banche la revisione dei debiti e degli strumenti finanziari, non si sarebbe arrivati alla crisi.

Gli interventi di salvataggio ammontano a 13.4 miliardi di dollari da parte dell’amministrazione Obama, mentre la Fed ha versato nel sistema creditizio oltre 13mila miliardi. Dove sono finiti questi soldi?

La maggior parte dei capitali investiti dal governo è stata ripagata anche con un utile. Non ci sono i numeri finali perchè alcune banche sono in ritardo coi rimborsi, ma non si può dire che TARP (Troubled Asset Relief Program, il programma con cui il governo ha acquistato titoli del mercato immobiliare per ricreare liquidità, ndr) sia costata molto al contribuente. 

Cosa sarebbe successo a colossi come Citibank, Bank of America, Wachovia?

Sarebbero falliti, e con loro tantissime banche regionali, che in realtà stanno continuendo a fallire. Il mercato del commercial paper sarebbe scomparso nel giro di ore. È un mercato essenziale, le aziende vi fanno ricorso sistematicamente prendendo in prestito la liquidità per il pagamento degli stipendi. 

Voi economisti menzionate il collasso della fiducia.

Nasce dai dubbi che i giocatori del sistema finanziario cominciano ad avere sulla solvibilità di clienti e controparti. Ogni istituzione finanziaria dubita delle altre. Nessuna banca è un’isola, sono tutte legate da continui scambi finanziari. Le banche hanno elevato il livello di depositi richiesto ai trader, i quali sono stati costretti a vendere per reperire liquidità. La mancanza di fiducia è stata devastante e non si è ripresa ancora nel commercial paper. 

Perchè la fiducia tra banche è somparsa?

Molti dei capitali delle banche erano investiti in Mortgage Backed Securities. Quando questi si sono rivelati carta straccia, le banche avevano più debiti che capitali. La crisi del mercato immobiliare è diventata la crisi degli strumenti finanziari, che a sua volta è diventata una crisi delle banche, infine dell’intero finanziario mondiale.

Esiste un concetto di banca troppo grande per essere lasciata fallire?

Certo. Le banche operano in un mercato connesso. Una banca che fallisce genera problemi nel sistema.

Cosa si è imparato dai quei giorni?

Non credo che alla Fed abbiano imparato la lezione. Hanno solo verificato che possegono gli strumenti per intervenire in caso di crisi, ma l’impatto di questo intervento e i suoi costi sull’economia sono ernormi. Occorre creare un sistema finanziario che non deve mettersi nelle condizioni di ricevere un bailout.

È l’obiettivo della legge governtiva di controllo, la cosiddetta Dodd Frank, sulla riforma diWall Street e la protezione dei consumatori.

Questa legge istituzionalizza i modi del salvataggio, ma non crea le condizioni pr evitare una crisi. Dodd Frank rassicura le banche che la FED interverrebbe, esattamente il contrario di quello che un governo dovrebbe dire.

Nessun aspetto positivo della legge?

Sì: il Dodd Frank impedisce a società finanziarie di prendere posizioni proprie quando operano per conto di clienti. Ci sono società che investono per conto di un cliente e poi si mettono a speculare, o in competizione, con le attività di quel cliente. A Wall Street esistono situazioni dubbie.

Il bailout segna la fine del moderno concetto di libero mercato?

No, il mercato è un meccanismo umano soggetto e disfunzioni. Anche i liberisti inglesi dell’800 concepivano in ultima istanza un prestito della banca centrale. Lo stesso Hayek ha ammesso l’esigenza di un sistema pensionistico e finanziario. Ma l’azione di salvataggio dello Stato non può essere sistematico. In questo senso Fannie Mae e Freddie Mac lo sono perchè c’è stato un intervento del governo che ha alterato il mercato del credito all’edilizia. Dodd Frank rischia di diventarlo se garantisce il salvataggio qualsiasi sciocchezza le banche si ritrovino a fare.

Era il caso di salvare General Motors?

È una domanda pertinente: perchè salvarla quando Ford non ne aveva bisogno e i giapponesi continuavano a costruire auto? È un caso discutibile. La protezione finanziaria è un classico, il salvataggio di imprese manifatturiere è meno giustificato.

Dove sono diretti i rapporti Dollaro-Yuan e Dollaro-Euro?

Lo Yuan deve assolutamente rivalutarsi perchè la Cina ha bisogno di cambiare il proprio modello di crescita, dipendere meno dall’export e creare maggiore domanda interna. Il problema è quanto rapidamente si rivaluterà, considerata la lentezza del governo di Benjing a procedere. La risposta è nei rapporti politici bilaterali Cina-Usa. Per quanto riguardo l’Euro, il tasso di cambio col Dollaro dovrebbe essere pari a ‘uno’. Ai prezzi correnti il cambio non ha senso perchè non c’è confronto tra la stabilità istituzionale americana e l’instabilità istituzionale della zona-euro. Non c’è neppure confronto tra i due potenziali di crescita perchè quello dell’euro è un misto tra stati forti e deboli. La debolezza di un paese è legata sia al debito pubblico che alla sua competitività, caso quest’ultimo dell’Italia.

Quanto incide il tasso di interesse pari a zero praticato dalla FED?

La differenza tra i tassi della zona-Eeuro e quelli statunitensi consente alle società finanziarie di fare profitti nel modo più semplice: prendere in prestito negli Usa e investire in debito pubblico in Europa. Il guadagno sta nella differenza, un gruzzoletto non grande, ma l’operazione ha rischio zero. Fino a quando rimane questa distanza nelle politiche dei tassi, l’euro resterà forte perchè viene acquistato per partecipare a questa speculazione di brevissimo periodo. 

Quanto sarà celere la rivalutazione dello Yuan?

Sarà progressiva e non creerà problemi. Il governo cinese starà attento ai tempi. Temo maggiormente la volatilità dell’Euro rispetto al Dollaro, che potrebbe essere molto veloce perchè dipendente dal mercato. Il rapporto Euro-Dollaro è governato da forze speculative di breve periodo, e se queste cambiassero diventerebbe pericoloso per quellle aziende manifatturiere che non hanno una buona gestione del rischio di cambio. Improvvisamente, potrebbero fronteggiare variazioni del 15%, quindi dramatiche. Se posso permettermi un suggerimento, le aziende dovrebbero accordarsi con le loro banche e dotarsi di un sistema di protezione dal richio di cambio. Credo che variazioni repentine non siano solo possibili, ma probabili.

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