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INNOVAZIONE/ Le imprese italiane vanno a lezione

Tutti i Paesi europei coinvolti dagli squilibri del debito sovrano hanno una loro specifica debolezza che ha reso inefficace la risposta alla crisi scoppiata nel 2008. La Spagna soffriva di una crescita drogata da una bolla edilizia, la Grecia di una spesa pubblica mostruosa mentre l’Italia è malata di una cronica assenza di crescita. A misurarla oggi, la sua economia ha le stesse dimensioni del 2002. Viviamo in un Paese in cui sembra che tutti abbiano dormito per oltre un decennio. I motivi di questo blocco sono tanti: burocrazia invadente e inefficiente, poche donne nel mercato del lavoro, difficoltà di attrarre investimenti esteri. Ma la causa principale è l’arretratezza delle nostre imprese: produciamo troppi prodotti a basso valore aggiunto, caratterizzati da una domanda debole e facilmente replicabili a costi irrisori in altre zone del mondo. Le nostre aziende non sono in grado di innovare perché non investono nella formazione dei loro dipendenti e dei loro manager, così si lasciano mangiare fette sempre più ampie di mercato da imprese concorrenti capaci di proporre novità a getto continuo. A questa mancanza di iniziativa prova a rispondere Giorgio Neglia, docente di Formazione delle risorse umane presso “Il Sole 24 Ore business school” e autore di «La Formazione Utile», sorta

di guida pratica all’apprendimento. Il libro dovrebbe stare, ben sottolineato e sgualcito dalle consultazioni, su ogni scrivania di amministratore delegato e padroncino italiano. Il volume offre una soluzione a quella che l’autore chiama «anoressia formativa», proponendo piani di apprendimento e spiegando come e dove ottenere i finanziamenti necessari a pagare l’istruzione. Il taglio è quindi pratico, non c’è molto spazio per la polemica politica. «Non volevo alzare polveroni, anche se vista la situazione italiana sarebbe stato facile».

Un po’ dispiace, perché Neglia è così chiaro nell’illustrare i motivi dell’attuale arretratezza del nostro sistema produttivo che qualche accenno ai responsabili di tale disastro sarebbe stato gradito ai non addetti ai lavori. Il manuale nasce dalle esperienze fatte durante le lezioni tenute presso la scuola del Sole 24 Ore. Le tante ore passate con manager e imprenditori lo hanno convinto che la situazione andava approfondita. Invece di dilungarsi sull’importanza della formazione in termini teorici, ha preferito concentrarsi sulla misurazione “del tangibile legame tra formazione e performance”. In altre parole, ha spiegato quanti soldi si risparmiano e quanti in più se ne guadagnano ricorrendo alla formazione. Il guaio è che molti imprenditori, anche se convinti della loro necessità, guidano imprese troppo piccole per potersi permettere di organizzare dei corsi in autonomia (i quali richiedono la preparazione di materiali didattici, il reclutamento di docenti, la predisposizione di strumenti di misurazione delle performance).

A loro l’autore propone di utilizzare le uniche istituzioni italiane deputate a formare le imprese: i fondi interprofessionali. Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, non sono enti pubblici ma realtà private. Sono finanziate dalle stesse aziende, le quali destinano parte dei contributi sociali a un fondo professionale a loro scelta e possono poi “recuperare” ricorrendo ai fondi per ottenere corsi gratuiti e costruiti quasi su misura. Il guaio è che spesso gli amministratori delle imprese non sanno del formidabile strumento a loro disposizione, perché è il commercialista a decidere a quale fondo versare la somma. Così, quando ricevono una lettera nella quale si dà loro il benvenuto, chiamano per chiedere informazioni su un’associazione alla quale hanno aderito senza neanche sapere che esistesse.

Una volta superati i primi problemi di approccio, molti imprenditori cominciano ad apprezzare il fondo, il quale offre servizi che un’azienda di piccole e medie dimensioni avrebbe difficoltà a reperire autonomamente. Inoltre incoraggia quelle che operano nella stessa area e nello stesso settore produttivo a lavorare insieme, aiutandole a resistere meglio all’assalto dei giganti cinesi a conduzione statale. C’è ancora molto da fare però per raggiungere l’obiettivo di renderle sempre più autonome nell’offrire formazione ai loro dipendenti.

«In questo momento la situazione è desolante: solo un’azienda su tre offre corsi di aggiornamento, e di questa

minoranza appena il 20 per cento vi dedica stabilmente una parte del budget. Il guaio è che per la maggior

parte dei manager formare i dipendenti equivale a non farli lavorare, a perdere tempo e soldi insomma».

Invece che come occasione di migliorare la produttività degli addetti e quindi dell’impresa, l’apprendimento è ancora visto come una specie di premio con il quale ricompensare i dipendenti più disponibili che spesso non sono nemmeno i più bravi . Una specie di vacanza insomma. È su questo ritardo culturale che i fondi interprofessionali hanno ancora molto da lavorare. Devono operare una vera rivoluzione culturale, ma come ogni rivoluzione necessitano di accurate fasi preparatorie: «Inizialmente vengono proposti dei pacchetti formativi già pronti nei quali le aziende non mettono becco, anche perché i dirigenti non sanno neanche di quale genere di formazione la loro azienda può aver bisogno». In un secondo momento, quando l’impresa ha cominciato a capire quali sono i suoi punti deboli, i fondi cominciano a ricevere delle proposte dalle aziende stesse. In questa fase è fondamentale che il fondo lavori in maniera veloce, proponendo il percorso formativo richiesto nell’arco di giorni, non di mesi.

«Se un’azienda ottiene una commissione un Cina e quindi necessita di un corso di lingua cinese per i suoi dirigenti non può aspettare quattro mesi prima di ottenerlo. I tempi rapidi sono fondamentali».

L’obiettivo finale è rendere l’azienda autonoma e capace di essere d’esempio per le altre: «Si spera che alla fine l’azienda riesca a progettare da sé i percorsi formativi dei quali ha bisogno e magari condivida le sue esigenze con altre aziende della stessa filiera».

Nonostante cerchi di essere fiducioso, egli ammette che le prospettive per il futuro non sono incoraggianti: la crisi che costringe tante imprese a chiudere induce quelle che resistono a tagliare ogni spesa superflua vivendo alla giornata in attesa di tempi migliori. Ma quando l’economia ricomincerà a crescere le nostre aziende potrebbero essere ormai troppo obsolete per approfittarne. Per questo l’Italia farebbe bene a ricordare che, essendo un Paese privo di risorse naturali e mal collegato con l’Europa continentale, l’unico «vantaggio competitivo è la conoscenza», da ampliare attraverso quella formazione che «rappresenta una fonte inesauribile di innovazione e creatività».

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