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Le riunioni del Bilderberg, a porte chiuse e lontane dal mondo

Fino al nove giugno il club esclusivo si riunisce in un albergo vicino Londra. Un evento che si ripete dagli anni ‘50, quando l'organizzazione era una tipica “sovrastruttura” della guerra fredda e raccoglieva la crema delle classi dirigenti del blocco atlantico che con il loro network professionale, culturale e politico, contrastava l’avanzata dell’anti-americanismo in Europa Occidentale. Ma ora a che cosa serve?

 

È anzitutto un problema di percezione. Di come, certe iniziative, settarie, autoreferenziali, oligarchiche, possano essere lette dall’opinione pubblica internazionale. Ci riferiamo al Gruppo Bilderberg, a queste conferenze di notabili, banchieri, industriali, politici, burocati, managers di multinazionali che si svolgono da decenni. Il prossimo rendez-vous si è aperto ieri e si terrà, sino al 9 giugno, in un hotel di lusso a Watford, alle porte di Londra. L’evento Bilderberg, è bene ricordarlo, nasce negli anni ‘50. Una tipica “sovrastruttura” della guerra fredda.  Raccoglieva annualmente la crema delle classi dirigenti del blocco atlantico. Chiamate a contrastare, mediante un opaco network professionale, culturale e politico, l’avanzata dell’anti-americanismo in Europa Occidentale. Un qualcosa di fisiologico in un mondo che si fondava sulla competizione e lo scontro totale tra due sistemi alternativi.

Sin dalla fine della guerra fredda, e come direbbe qualcuno dalla fine della storia – cioè dalla vittoria del capitalismo – ma soprattuto negli ultimi anni, l’evento di Bilderberg è parso diventare un gathering segreto e paramassonico. Che alimenta, senza sosta, un naturale esercizio di dietrologia.  Di che parlano? Perchè si incontrano? Cosa si raccontano? Fanno lobby? Automatico, dunque, il fiorire di teorie complottiste, che tra foga polemica e colorata immaginazione, hanno parlato di “direttorio segreto del mondo”, “casta globale”, luogo di decisione dei destini dei popoli. Per anni è stato riserbo assoluto. Ma il moto di trasparenza planetario innescato da internet e dalla rivolte della primavera araba ha fatto il suo.

Il gruppo di notabili ha ora un sito internet e, da qualche giorno, un ufficio stampa. Si apprende che, quest’anno, i participanti saranno 138, provenienti da 21 paesi. Ci saranno gli amministratori delegati di Siemens, Alcoa, Amazon, Michelin, Shell, Heineken, Ab, e personalità di spicco di Deutsche Bank, Barclays, Goldman Sachs, Novartis e Google. Una massa di filantropi. C’è poi Christine Lagarde, direttrice del fondo monetario internazionale, l'ex numero uno della Cia, David Petraeus. Nonchè i ministri di Svezia, Danimarca, Belgio, Norvegia, Spagna, Polonia, Olanda e Finlandia. Ah, sappiamo anche i temi che saranno discussi. Problema occupazionale in Europa e Stati Uniti; sfide dell'Africa; ricerca medica ed educazione online; Medio Oriente e politica estera americana.

Sfugge il contributo che, su questi temi, sapranno dare i fortunati italiani chiamati a partecipare: Franco Bernabé (Telecom Italia), Lilli Gruber (giornalista), Enrico Tommaso Cucchiani (Intesa Sanpaolo), Gianfelice Rocca (Techint), Alberto Nagel (Mediobanca) ed Emanuele Ottolenghi (scrittore e accademico). Non poteva mancare tra i nostri, dulcis in fundo, Mario Monti, il cui profilo ben corrisponde al tipo antropologico del circuito Bilderberg. Tecnico, burocrate, vicino alla finanza e alla grandi imprese. 

Al Bilderberg dobbiamo dare atto dello sforzo di contenere o smorzare l’aurea massonica e segreta che soffoca i propri eventi. Ma torniamo al punto di partenza. Cioè alla percezione che può dare, all’esterno, questo sodalizio annuale ed esclusivo di personalità influenti. Colpisce anzitutto la presunzione del gruppo di poter dare ancora qualche contributo, oggi, al dibattito tra Europa e Stati Uniti, suo obiettivo originario. Cosa può fare il gruppo che già non facciano centinaia di think tank europei o americani in incontri e conferenze pubbliche? Non ci risulta che dal Bielderberg sia uscita un’idea nuova o una qualche riflessione più originale che già libri, pubblicazioni e papers di università o centri di ricerca atlantici non abbiano già formulato. Ma andiamo oltre.

Quello che proprio non riusciamo a vedere è il senso di un cenacolo esclusivo di chiacchere, incapace di guardare oltre il proprio naso. Si incontra con se stesso, guardandosi allo specchio e parlando del mondo. Diciamocelo. Sono più di 60anni che Stati Uniti ed Europa si parlano, capendosi, pur tra periodiche incomprensioni. Ma sono ormai d’accordo su tante, tantissime cose, dalla politica internazionale alla gestione dell’economia globale. Di cosa discute il Bielderberg quest’anno? Disoccupazione. Ed allora perchè non confrontarsi con qualcuno dei tanti giovani disoccupati e incazzati delle metropoli del Nord. Parlano di Africa? Senza gli africani, ovviamente. Perchè il Nostro punto di vista è più importante di quello degli Altri (soprattuto se ci occupiamo dei fatti loro). O di come gli altri ci vedono. Parlare di Africa, poi, senza brasiliani, cinesi, indiani e arabi che quel continente ormai lo popolano e la fanno crescere assai più di noi. Il non-sense è evidente. Ma ancora, parlano di Medio Oriente?  Siamo proprio convinti che l’occidente abbia davvero chiari i motivi e le ragioni della primavera araba? Che abbia imparato dai propri errori? Ed allora perchè non fare due chiacchiere pubbliche con i leaders arabi al potere e con quelli che li contestano. Nulla di tutto ciò. Ed ecco, dunque, quello che dà proprio fastidio di questo Bilderberg. L’esclusione fisica, morale – istituzionale – di tutti quelli estranei al cerchio magico della ruling class occidentale. L’isolamento, in un hotel a cinque stelle, dal pensiero e della vita degli ALTRI. Non ci pare un errore da poco.

 

 

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