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Gli Usa, l’Europa, la crisi

La Voce di New York ha incontrato Federico Rampini, inviato di Repubblica negli USA, in occasione della presentazione di un suo recital al Festival dell'Economia di Trento. Ci ha parlato dell'America di Obama e delle sfide della globalizzazione 

Si gioca tra San Francisco, Pechino e New York la narrazione semi-autobiografica su cui si snoda il recital Estremo Occidente, che il giornalista Federico Rampini, inviato del quotidiano La Repubblica negli USA, ha presentato al Festival dell'Economia di Trento. Lo abbiamo intervistato per parlare degli USA ma anche di Europa e di globalizzazione.

Rampini, nel suo recital ci racconta l'America che ha ritrovato nel 2009 tornando dalla Cina, in uno stato di "splendida decadenza" che, lei dice, ricordava forse quella dell'Impero asburgico. Ma racconta anche l'America di Obama, che rinasce. Cosa ha fatto, allora, l'America, in questi anni, che l'Europa non ha fatto?

L'America ha evitato la trappola dell'austerità. Obama ha capito che di fronte a una recessione di questa gravità occorreva un intervento pubblico molto forte e non ha esitato a fare salire il deficit pubblico oltre il 10% del Pil, col risultato che la macchina della crescita è ripartita subito e oggi quello stesso deficit è sceso al 3%, ma non, appunto, a furia di tagli, quanto per via della crescita. Obama ha riservato anche un'attenzione particolare agli investimenti, alle infrastrutture, alla green economy, alle energie rinnovabili. Infine, la Federal Reserve ha avuto negli Usa un ruolo molto più incisivo della BCE.

L'Europa può giocare un ruolo nel mondo globalizzato, senza però rinunciare a se stessa, alla sua identità?

Innanzitutto, come ho scritto anche recentemente in un mio libro, è vero che non possiamo più permetterci lo stato sociale? No, è falso. Il modello sociale europeo non deve essere smantellato per rendere l'Europa più competitiva, lo prova la Germania, che è competitiva sul mercato cinese pur avendo i salari più alti del mondo, regole ambientali molto severe e un welfare generoso. La globalizzazione non deve costringerci a una corsa al ribasso. Certo, l'Italia non è la Germania, pur avendo la seconda industria manifatturiera d'Europa dopo quella tedesca. Noi dobbiamo riflettere su come essere più simili ai tedeschi, non ai cinesi.

A proposito di Cina: assieme alla crescita economica ci attenderemmo una crescita della conflittualità sociale, alimentata dalle richieste dei ceti emergenti. Ma non percepiamo tutto questo, da fuori.

E invece la conflittualità cresce, i sommovimenti ci sono. Ne segnalo due: innanzitutto una stagione di proteste operaie, con scioperi selvaggi, organizzati non dal sindacato unico, ovviamente, che risponde al Partito comunista. Questo ha già portato ad un consistente innalzamento dei salari, e all'inizio di un nuovo processo di delocalizzazione questa volta dalla Cina a paesi come il Bangla Desh, dove è più basso il costo del lavoro. In secondo luogo, i sommovimenti dei ceti medio-alti nei confronti dei problemi ambientali. Ci sono stati episodi del genere in diverse città della Cina, nei confronti di gravi casi di inquinamento. Insomma, anche in Cina emergono le richieste riguardanti una migliore qualità della vita tipiche di un paese avanzato.

Ci può' fare un esempio di risposta positiva alla crisi?

Ne faccio uno non direttamente legato alle vicende che stiamo vivendo adesso. Ricordate la Kodak, un tempo un marchio universale della fotografia, di fatto monopolista delle pellicole? Attorno al passaggio del millennio la Kodak commise un errore fatale, non intuì l’avvento del digitale, ed entrò in crisi. Ma come sta oggi Rochester, la città sede della Kodak? Sta benissimo. Perché mentre la multinazionale licenziava, tutta una serie di interventi degli enti locali, dello Stato centrale e così via, ha fatto sì che chi veniva licenziato potesse mettersi in proprio, utilizzando le tante conoscenze accumulate durante gli anni del boom dell’azienda. Insomma, sono state valorizzate le risorse umane già presenti. Rochester, sul “cadavere” della Kodak, si è trasformata nella silicon valley dell’ottica avanzata. Sono fiorite lì centinaia di start up. L’Università locale le ha appoggiate, e oggi il primo datore di lavoro e' proprio il Politecnico. È qui che sono nati i nuovi schermi cinematografici per i film in 3D, ad esempio. Sono nati i laser per l’industria biomedica, e così via. Ci sono multinazionali tedesche e giapponesi che aprono le proprie sedi a Rochester. Ecco dunque una storia di successo, una storia di reindustrializzazione nata a partire da una grave crisi. Perché non nasce una piccola Silicon valley del design automobilistico a Torino? Perché non è nato un polo dell’informatica attorno alla Olivetti?

 

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