Cerca

EconomiaEconomia

Eccezione culturale: l’Italia si difende dagli USA

Cresce in Europa il dibattito sul trattato di libero scambio con gli Stati Uniti. La Voce di New York ha raccolto a Strasburgo le opinioni contrastanti di due deputati europei, Patrizia Toia e Suzy De Martini

STRASBURGO – Si avvicinano le elezioni europee del maggio 2014. Fra meno di un anno l'Italia sarà chiamata ad eleggere i suoi 73 deputati, su un totale di 751. E per la prima volta, si ha la sensazione che questo appuntamento sarà molto sentito: se in passato, infatti, le elezioni al Parlamento europeo erano viste soprattutto come un test sulla tenuta del governo nazionale in carica, ormai è chiaro anche agli italiani (popolo peraltro tradizionalmente europeista, da De Gasperi in poi) che l'Europa è a un bivio e che le scelte fondamentali per il futuro del Paese passeranno necessariamente da lì.

Nel frattempo, si sono avviati i negoziati fra Europa e Usa per il cosiddetto Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), suscettibile di creare la più grande zona di libero scambio del mondo. È, questo, un altro passaggio da cui ci si attende molto, anche per controbilanciare il peso crescente dei mercati asiatici.

Il Parlamento europeo, nella seduta plenaria tenutasi a Strasburgo il 22 maggio scorso, ha chiesto però garanzie per quanto riguarda, ad esempio, l'accesso delle imprese europee al mercato degli appalti Usa, l'applicazione del principio di precauzione in materia di sicurezza alimentare, compresi gli ogm, e la salvaguardia del mercato Ue dei servizi culturali e audiovisivi, ovvero la cosiddetta "eccezione culturale".

Su quest'ultimo tema, in Italia è partita una campagna che ha raccolto molte adesioni, anche quelle di alcuni dei nomi più prestigiosi della cinematografia nazionale, da Bellocchio a Salvatores a Tornatore. L'Italia, assieme alla Francia, chiede che la materia venga semplicemente esclusa dai trattati di libero scambio, in modo tale da non dare addito ad ambiguità.

A Strasburgo ovviamente non tutti la pensano nello stesso modo. Nel corso dell'ultima plenaria dell'11-13 giugno (il Parlamento europeo si riunisce in assemblea plenaria a Strasburgo una settimana ogni mese) abbiamo avvicinato due deputati che vedono la questione in maniera diametralmente opposta: Patrizia Toia, del gruppo Alleanza progressista di socialisti e democratici, membro della Commissione per l'industria, la ricerca e l'energia, favorevole ad un regime di tutela delle produzioni culturali e cinematografiche europee, e Suzy De Martini, del gruppo dei Conservatori e riformisti europei, membro della Commissione affari Esteri e della delegazione per le relazioni con gli Stati Uniti, favorevole invece ad una piena liberalizzazione degli scambi, che includa anche le produzioni culturali. Questo è quello che ci hanno detto.

Onorevole Toia, vediamo innanzitutto la posizione più generale del Parlamento sul l'avvio delle trattative di libero scambio con gli Usa.

Siamo ovviamente molto contenti se parte questo negoziato sul partnernariato transatlantico. Può dare alle nostre economie la spinta di cui hanno entrambe bisogno. Per esempio il mercato americano può essere uno sbocco importantissimo per le nostre produzioni alimentari, anche di qualità. Lo stesso mercato delle produzioni tecnologiche può ricevere un grande impulso. Il Parlamento ha dato mandato alla Commissione di portare avanti la trattativa, ma nel rispetto di alcuni principi essenziali propri dell'Unione europea, che devono essere salvaguardati. Questa del resto è una classica trattativa win to win, dove entrambi hanno interessi legittimi da sostenere ed entrambi hanno molto da guadagnarci.

Alcuni paesi, in primis Italia e Francia, hanno sollevato però la questione delle produzioni culturali e audiovisive, per le quali dovrebbe essere riconosciuto un regime particolare. Cosa ne pensa?

Il Parlamento ha per fortuna votato a maggioranza affinché venga riconosciuta questa eccezione. Non è che abbiamo paura di una colonizzazione, di una invasione, non pensiamo di dover proteggere questo settore dalla concorrenza perché non è un settore forte, al contrario. E sappiamo benissimo che oggi l'evoluzione tecnologica rende accessibili tante produzioni anche al di fuori dei protocolli commerciali ufficiali: detto in altri termini, uno oggi scarica sul web quello che vuole. Qui si tratta però anche di difendere la proprietà intellettuale dei prodotti culturali e artistici. In Europa questo patrimonio è una parte notevolissima della nostra tradizione e della nostra identità, e dobbiamo sostenerlo.

Che genere di sostegno?

Fino ad ora l'Europa ha fatto poco. Ma con il nuovo programma Europa Creativa la UE sosterrà più decisamente le imprese del settore. Non con contributi a pioggia, ma ad esempio favorendo la nascita di nuove attività economiche, condotte da giovani, nella produzione di audiovideo. Se il settore entra nell'accordo di libero scambio, questo tipo di intervento, come altri analoghi, non sarà più possibile. Il futuro si potranno anche negoziare degli accordi. Ma se ora noi esponessimo semplicemente il settore alla concorrenza, considerata la maggiore forza dell'industria audiovisiva americana, rischieremmo di essere schiacciati. Del resto è normale che questo succeda nei grandi accordi commerciali. La negoziazione è appena partita, non c'è niente di strano che le due parti negozino di tenere fuori alcune materie, per la loro importanza strategica.

Onorevole De Martini, lei invece cosa ne pensa della posizione espressa da paesi come Italia e Francia?

Penso sia un gigantesco autogol. Per difendere 4 film, che magari non guarda nessuno, rischiamo di compromettere un trattato dal quale ci si attende la creazione di 400.000 nuovi posti di lavoro. Penso inoltre che l'Italia si sia fatta condizionare dalla Francia. Il problema delle produzioni culturali è stato sollevato dal presidente Hollande, che cerca in questo modo di gratificare la grandeur francese e di recuperare consensi sul piano interno.

Teme una reazione degli Usa?

Certo. Gli Stati Uniti a loro volta possono chiedere che dalle trattative vengano escluse delle voci del nostro export, pensiamo alle produzioni agroalimentari. Per difendere qualche regista rischiamo di dare il via a ritorsioni in settori per noi vitali. Il commercio mondiale si muove a velocità impensate. Prima si chiude questo accordo e meglio è per noi. Sa cosa sta succedendo in questi mesi? Ad esempio che la Cina sta stoccando tutta la sua produzione di pannelli solari in Croazia. Non appena la Croazia entra a far parte dell'Unione quei pannelli solari, di bassa qualità e molto competitivi, invaderanno i nostri mercati (il Parlamento europeo sta studiando una revisione della normativa sulle etichettature per rendere esplicito il luogo di produzione delle merci che circolano all'intero del mercato Ue, ndr).

 

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter