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La “fregatura americana” dell’olio d’oliva spacciato per italiano: parlano i produttori e importatori del 100% Made in Italy

Giuseppe e Gino Taibi davanti agli ulivi della loro azienda agricola di Montaperto, Agrigento

Giuseppe e Gino Taibi davanti agli ulivi della loro azienda agricola di Montaperto, Agrigento

Prosegue la nostra inchiesta sulla "farsa dell'extra vergine italiano" importato negli USA con interviste a Marco Petrini del marchio umbro Monini, Giacomo Maggiaro di Agriland Italia, Giuseppe Taibi dell'omonima azienda familiare siciliana

Dopo l'inchiesta de La VOCE di New York pubblicata il 22 maggio sui falsi oli d’oliva Made in Italy, e la recente bocciatura alla Camera dei Rappresentanti USA di una misura restrittiva proprio sulle importazioni di olio d’oliva, continuiamo ad approfondire la questione e siamo andati a sentire cosa ne pensano al riguardo alcuni dei maggiori produttori, importatori e rivenditori di veri e genuini brand Made in Italy.

Lo scorso mese avevamo appurato come fosse pratica abbastanza diffusa tra alcuni grandi distributori americani, presentare come prodotti italiani oli d’oliva che in realtà non lo sono, o lo sono solo in parte.

Un paio di settimane fa, nel quadro del Farm Bill, pacchetto legislativo per il settore agricolo americano, i rappresentanti della Camera hanno approvato a grande maggioranza, con 343 voti a favore e 81 contrari, un emendamento che blocca l’introduzione di un market order che, prevedendo controlli obbligatori su tutte le importazioni di olio d’oliva, ne avrebbe di fatto determinato una limitazione.

Ad oggi l’olio d’oliva importato negli Stati Uniti principalmente da Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Paesi del Nord Africa, rappresenta circa il 98% del consumo sul mercato interno americano, mentre l’industria locale, prevalentemente californiana, copre solo il restante 2%.

Il Farm Bill non è stato poi approvato per dissensi politici su altri aspetti del provvedimento.

“Abbiamo ritenuto importante evitare che il testo includesse una misura molto penalizzante per i produttori italiani” dichiara l’Ambasciatore d’Italia a Washington Claudio Bisogniero, che continua: “Misura che andava in una direzione opposta a quella della liberalizzazione del commercio cui si aspira con i negoziati per la Transatlantic Trade and Investment Partnership. L’azione di sensibilizzazione dell’Ambasciata e della Delegazione dell’Unione Europea nei confronti del Congresso ha contribuito a coagulare un’ampia maggioranza bipartisan alla Camera per respingerla, e questo è un risultato importante anche in vista della riproposizione del testo”. Fondamentale nell’azione svolta è stato il sostegno dei co-presidenti del Caucus italo-americano Bill Pascrell e Pat Tiberi.

Con queste premesse, siamo andati a chiedere a Marco Petrini, presidente per il Nord America del noto marchio italiano di alta qualità Monini, cosa ne pensa innanzitutto dei falsi prodotti Made in Italy.

                              Marco Petrini, President Monini USA, allo stand del Fancy Food 2013

“Si tratta di una battaglia di lunga data, che si riesce a combattere fino a un certo punto,” risponde Petrini, e spiega: “Perchè non ci sono leggi negli Stati Uniti che effettivamente regolino e controllino la provenienza dei prodotti. Qui si gioca sull’ignoranza (intesa come non conoscenza) dei consumatori, che ancora non riconoscono determinati prodotti. L’olio d’oliva, nonostante sia sempre più diffuso, è ancora un prodotto abbastanza secondario nella cultura americana, e ci sono informazioni che al consumatore finale spesso non arrivano.”

Il presidente di Monini North America sottolinea poi come sia l’azienda Monini che i suoi prodotti siano italiani al 100%, con stabilimento produttivo in Umbria e olive raccolte da diverse regioni italiane.

Quindi cosa ne pensa al riguardo della proposta del market order restrittivo e della sua recente bocciatura alla Camera?

“Credo si tratti di un’operazione spinta dai produttori di olio californiani, dove le associazioni locali volevano premere sul Governo per introdurre controlli più restrittivi sui prodotti importati, al fine di spingere la produzione locale di olio d’oliva, che attualmente detiene meno del 3% del mercato” ci dichiara Petrini, che spiega come l’aumento del blocco dei prodotti in arrivo attraverso maggiori controlli a campione, avrebbe determinato sicuramente una considerevole barriera in ingresso per molti prodotti.

In definitiva, sarebbero state un bene o un male per la vostra azienda queste limitazioni sulle importazioni di olio?

“Come azienda che lavora con prodotti originali, maggiori controlli e limitazioni ci avrebbero fatto anche comodo, in quanto avrebbero provveduto a ripulire il mercato da tanti prodotti impuri” risponde il responsabile della Monini negli USA, che continua: “Però è anche vero che queste miscele vengono fatte spesso direttamente negli Stati Uniti, dove non c’è alcun controllo sull’imbottigliamento del prodotto. Si fa arrivare qui l’olio d’oliva e lo si miscela con altri oli, come quello di semi, e lo si può fare tranquillamente, mentre in Italia questo non è consentito. Inoltre a livello d’immagine sarebbe stato un danno generale a tutto l’olio importato, perché nella comunicazione di massa avrebbero fatto di tutta un’erba un fascio, andando a svilire tutti gli oli importati e non solo specifici brand. Alla fine quindi, indirettamente, ci avremmo forse rimesso anche noi. Comunque, vedere un’autorità che lavora in modo più serio per la nostra azienda potrebbe essere positivo”.

E oltre all’intervento delle istituzioni, cosa si può fare per convincere il consumatore a scegliere un prodotto genuino, anche se più costoso?

“La chiave di svolta sta nell’educazione alimentare. Personalmente, oltre al mio ruolo in Monini, sono anche coltivatore di ulivi ed educatore alimentare, e credo che la gente abbia veramente voglia di saperne e capirne di più, purtroppo non è semplice raggiungere tutti” dice Petrini, che aggiunge come spesso sia il prodotto ad adeguarsi al prezzo di mercato che il consumatore è disposto a pagare.

Abbiamo chiesto cosa ne pensa dei falsi brand Made in Italy e cosa potrebbe essere utile fare per agevolare i prodotti genuini anche a Giacomo Maggiaro (nella foto qui sotto con la chef Odette Fada), presidente di Agriland Italia per gli USA, azienda che esporta una vasta gamma di prodotti alimentari di alta qualità.

 

“Credo che questi prodotti siano altamente dannosi per i brand genuini, perché rendono l’idea di un prodotto che in realtà non è quello originale, abituando il consumatore a un sapore che non è quello vero — dice Maggiaro — Dovrebbe esserci una maggiore tutela da parte delle istituzioni per quanto riguarda una protezione dei marchi e dei prodotti, prestando a volte più attenzione alle segnalazioni dei falsi che si trovano in giro e sui quali non c’è poi la volontà di intervenire anche una volta che vengono segnalati. Negli Stati Uniti la politica è ancora molto blanda e non ci sono particolari vincoli da indicare sulle etichette, per far conoscere al consumatore i dettagli di ciò che acquista. Inoltre la differenza di prezzo è una base grossa. Le aziende italiane a volte potrebbero effettuare una politica di prezzo più competitiva, al fine di poter far provare e conoscere il prodotto, in modo che il consumatore possa assaggiarne il gusto e la sua salubrità. Inoltre è fondamentale attuare dei programmi di conoscenza e promozione per far comprendere al consumatore che il prodotto che magari costa un poco di più, è poi estremamente più salubre e genuino.”

Maggiaro descrive poi la sua visione del mercato americano e dice: “Qui negli Stati Uniti l’Italia rappresenta ancora un sogno, e noi aziende italiane qui abbiamo un potenziale commerciale enorme, in un mercato pronto, che ci adora. Quando si parla dell’Italia, finalmente non c’è più l’associazione univoca a spaghetti, mandolino e mafia; ma si pensa ad un paese con un paesaggio stupendo, ricco di buoni prodotti di vario genere e di gente che lavora.” Poi Maggiaro si riferisce alla crisi economica europea e dice: “A mio parere in Italia non c’è stata discontinuità politica, solo leader vestiti di diversi colori, ma con un accordo tacito sul nulla che deve cambiare, e molti imprenditori sono sempre stati abbandonati a loro stessi. Gran parte delle imprese italiane hanno una gran voglia di fare e cercano sui mercati esteri quelle opportunità che il mercato interno, ma anche ormai quello europeo, non offrono. Noi abbiamo trovato negli Stati Uniti l’unico mercato veramente pronto ad accettare determinate soluzioni e determinati prodotti.”

E cosa pensa riguardo al no espresso dalla Camera sulle maggiori restrizioni per le importazioni di olio d’oliva? “Personalmente sono contrario a troppe restrizioni, ma se tali provvedimenti portano a maggiori controlli e maggiore tutela dei brand italiani di qualità, allora sono favorevole” risponde Maggiaro.

Poi, un’opinione sui falsi brand Made in Italy, la siamo andati a chiedere ad una piccola ma florida azienda siciliana, che esporta il suo Olio Taibi di alta qualità negli Stati Uniti.

Giuseppe Taibi, (nella foto in alto davanti al Tempio della Concordia di Agrigento),  da Boston importa l’olio di famiglia negli States, prodotto e imbottigliato nei terreni del padre Gino Taibi, nella sua azienda agricola che si trova a Montaperto, in provincia di Agrigento, e dopo aver letto la nostra prima inchiesta, risponde: “Questo è esattamente il problema con il quale noi produttori seri ci dobbiamo confrontare quotidianamente. Oltre agli oneri di produzione, a noi tocca anche dovere investire in informazione ed educazione affinché il consumatore possa capire la differenza tra olio d'oliva extravergine vero e falso. Inoltre mi pare che qualcosa che non quadri, quando il prezzo all'ingrosso dell'olio extravergine d'oliva ha un trend negativo mentre quello del lampante ha un trend positivo (eccetto il 2012, a causa della siccità in Spagna)”.

Abbiamo chiesto anche l’opinione dell’Ice riguardo alla questione dei falsi brand Made in Italy, e a risponderci è Antonio Luccarelli, che dirige Food and Wine Center: “Il problema sono gli oli imbottigliati qui, dove non c’è alcun controllo e sono prodotti legittimi anche se ingannevoli. Credo che l’unica soluzione sia l’educazione del consumatore e il riconoscimento delle reciproche normative con l’Unione Europea”.

 

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