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Italia: più a Roma la mandano giù e più l’export la tira su!

Riccardo Monti illustra ai giornalisti i dati dell'export italiano negli USA

Riccardo Monti illustra ai giornalisti i dati dell'export italiano negli USA

Siamo andati alla sede di New York dell'ICE ad un incontro col suo presidente Riccardo Monti, che ha distribuito dati molto incoraggianti sulle esportazioni del Made in Italy negli USA. E allora non possiamo non pensare a certe "zavorre" che impediscono al sistema produttivo italiano di volare...

 

Più l’Italia la mandi giù, e più l’export la tira su! Si potrebbe parafrasare così, con una fortunata pubblicità del caffé Lavazza interpretata dal bravissimo Nino Manfredi, per  descrivere la situazione dell’economia italiana e dell’esportazione verso gli Stati Uniti. Almeno dopo aver ascoltato lunedì mattina Riccardo Monti, che dall’aprile 2012, “a soli” 45 anni, è il Presidente dell’ICE, cioè di quel “quasi ministero” che una volta si chiamava Istituto Commercio Estero e ora si fa chiamare Agenzia per la Promozione all’Estero e l’Internazionalizzazione delle Imprese Italiane. Rispetto a certi personaggi visti in anni passati, Monti ci è apparso non solo più giovane (ovviamente per gli standard italiani, perché a 45 anni negli USA si conquista già la Casa Bianca). Con una simpatica inflessione napoletana, faceva anche emergere lo stile di chi è stato manager in aziende americane e multinazionali, con prima studi di specializzazione alla Columbia University e al Brooklyn Polytechnic. Non proprio il curriculum del burocrate scalda-poltrona concessa dal protettore politico di turno.  Almeno così ci è apparso Monti, come prima impressione.

Introdotto a una dozzina di giornalisti italiani dal direttore dell’ICE di New York, Pier Paolo Celeste, Monti aveva delle ottime notizie da darci, finalmente. Infatti alcune ve le avevamo già anticipate su La VOCE il mese scorso. Quale la bella notizia? Crisi o non crisi, il Made in Italy arriva — e sempre di più — negli Stati Uniti. 

Ecco alcuni dati: nel primo semestre del 2013, gli Stati Uniti hanno importato dall’Italia merci per un valore di 18,6 miliardi di dollari registrando un aumento del 2,95% sullo stesso periodo del 2012. Un dato ancora più importante se paragonato al perdurante calo di importazioni dal mondo (-2,11%) e dall’UE (-1,03%). La quota di mercato dell’Italia sale dunque all’1,68% rispetto all’1,59% registrato nello stesso periodo del 2012, raggiungendo un saldo commerciale bilaterale di $10,2 miliardi (+$859 milioni rispetto al primo semestre 2012). In ambito UE, l’Italia è il quarto Paese fornitore, dopo Germania, Regno Unito e Francia, mentre a livello mondiale si colloca al dodicesimo posto. Tra gli 11 Paesi fornitori che ci precedono, soltanto India, Corea del Sud, e Germania hanno registrato una crescita più alta, mentre Messico, Giappone, Regno Unito, Taiwan e Arabia Saudita riportano valori negativi.

E quali sono i macrosettori dove il Made in Italy tira di più in America? La meccanica è il primo comparto (20,5%), seguito da moda (15,6%), agroalimentari e vini (10,0%), chimica e derivati del petrolio (6,3%), farmaceutica (6,3%), veicoli terrestri (6,3%), arredamento (4,8%) e macchine elettriche (4,5%). Tra i settori in calo: chimica e derivati del petrolio (-22,3%) e macchine elettriche (-6,8%).

Le importazioni dall’Italia di prodotti a tecnologia avanzata (ATP) hanno registrato un valore di $2,2 miliardi, con un incremento del 12,9% rispetto al primo semestre 2012 raggiungendo una quota dell’11,6% sul totale delle importazioni italiane in USA.

Tra i settori di maggiore peso: aerospazio $788,78 milioni (36,5% sul totale ATP), biotecnologie $471,63 milioni (21,8%) e life science $350,54 milioni (16,2%).

Tutti segnali più che incoraggianti e le previsioni sulla performance dell’export italiano in USA dovrebbero riconfermarsi anche per la seconda metà del 2013. Ma la crisi di governo? Quando abbiamo chiesto a Riccardo Monti quanto l’instabilità politica possa incidere sull’export italiano e anche sul lavoro di una organizzazione come l’ICE, lui non ci è sembrato eccessivamente preoccupato. Già, quasi come se i cambi di governo fossero un fastidio ma niente di più serio per l’export d’Italia. “Non abbiamo mai quantificato esattamente. Negli ultimi anni i governi italiani sono durati più del solito. Diciamo che, soprattuto quando si stanno organizzando degli incontri e allora si dovrebbe preparare l’agenda di Letta o di qualche ministro, ecco, una situazione come quella attuale può effettivamente tenere tutto in sospeso”.  Ve la immaginate voi la Germania che tira come tira  all’estero anche con un governo che ballasse un giorno sì e l’altro pure? Noi non ci riusciamo. Questo ovviamente lo stiamo dicendo noi, certamente non Riccardo Monti che non si permetterebbe.  Ma qui sta proprio la forza del sistema Italia, che nonostante tutto quello che ti combinano a Roma, non si blocca mai. Più cercano di mandarla giù, l’Italia, e più qualcun altro, con genio, ma anche troppa fatica, la ritira su, come si diceva all’inizio.

Ma i dati consegnati ieri non erano tutti così entusiasmanti. Vediamo infatti che sul fronte degli investimenti bilaterali USA-Italia, la situazione resta, se ci concedete un'espressione forte, da fare pietà! Infatti se l’Italia è il quarto esportatore verso gli Stati Uniti di merci europee, risulta essere tra gli ultimi ad attrarre capitali d’investimento USA nel mondo. A fine 2012, l’Italia si aggiudicava solo lo 0,6% di uno stock pari ad appena $26,7 miliardi  di investimenti diretti USA. La “piccola” Olanda infatti mantiene la prima posizione nell’assorbire la quota di investimenti americani con uno stock di 645 miliardi, e la Francia fa tre volte meglio di noi attrraendo ben 83 miliardi di dollari.  Come continuano a ripetere gli ambasciatori USA che si alternano a Roma negli ultimi anni, non è solo una questione di legislazioni del lavoro. Cherchez la giustizia, per esempio, che non funziona, e capirete perché gli investimenti americani preferiscono la Francia o qualunque altro paese dell’Europa occidentale all’Italia.

Anche negli investimenti italiani diretti verso gli USA, ci sono 16 paesi prima di noi. Mentre abbiamo consistenze pari a 23, 3 miliardi di stock di investimenti italiani negli USA, la Gran Bretagna detiene direttamente negli USA investimenti pari ad un valore di 487 miliardi, il Giappone 308, la Francia 209, e persino la Spagna ci supera considerevolmente con $47 miliarsi di consistenze negli USA. Potremmo fare molto di più.  Ecco quali sono le principali aziende italiane che investono negli USA con progetti già realizzati: Fiat, Finmeccanica, ENI, Pirelli, Ermenegildo Zegna, Diesel, Prada, Bulgari, Brunello Cucinelli e Roberto Cavalli. Quindi meccanica e moda. Ma non solo, anche alimentari. Nel 2012, l’ICE segnala tra i più importanti investimenti italiani realizzati negli USA, i nuovi impianti produttivi del gruppo del Conca. Gruppo Rana e Magneti Marelli, il nuovo Advanced Design Center della Piaggio e l’acquisizione da parte della SOFIDEL della Cellyne Paper Manufacturing. E dalla prima metà del 2013, si segnalano nuovi stabilimenti  produttivi Gruppo SO.F.TER, della Alupress e della Chrysler.

E’ finito il tempo in cui le Regioni italiane aprivano le loro “ambasciate” in America per fare, più che affari, “turismo per gli amici”, bisbiglia sornione Monti rispondendo a una domanda di una collega. Il presidente dell’ICE spiega che ci sono già regioni che hanno preso accordi speciali con loro per avere assistenza e know how, per farsi aiutare a penetrare nei mercati in America e nel mondo, come il Lazio, la Campania, la Liguria. “E’ una follia non utilizzare la nostra organizzazione. La nostra non è solo una burocrazia. Abbiamo dipendenti locali che sono nostri punti di forza, con le loro conoscenze accumulate in anni di collaborazione”. L’ICE negli USA ha i principali uffici a New York, Atlanta e Los Angeles. Con gli ultimi due che si occupano rispettivamente del settore meccanico e audiovisivo. Ma se il primo è sempre in forte crescita, le esportazioni delle nostre produzione audiovisive sono irrisorie. In un business da 10 miliardi di euro, l’Italia è dentro con soli 200 milioni. Ovviamente il contenuto in italiano non aiuta. Ma in genere, e per tutti i prodotti, dall’alimentare alla meccanica, al tessile, Monti non accetta scuse quando c’è un settore export che non va: “Inutile parlare di moneta troppo forte. Per me l’euro ideale sarebbe ad 1:20, e quindi anche a 1:30 va ancora bene. E non bisogna neanche lamentarsi troppo delle legislazioni degli altri troppo complicate. Bisogna fare bene i compiti a casa invece di dare la colpa agli altri”. Il super accordo commerciale in trattativa tra l’UE e gli USA,  che dovrebbe sbloccarsi entro il 2014, porterebbe ovviamente delle enormi opportunità anche al prodotto italiano che finora ha subito handicap tariffari, soprattutto nel settore alimentare.

Monti alla fine annuncia che l’ICE avrà a diposizione il doppio dei fondi per promuovere i prodotti italiani nel mondo, soprattutto quelli delle regioni del Sud. Cinquanta milioni di euro, che sono  raddoppiati rispetto alle risorse messe a disposizione l’anno precedente. “Con l’export, si crea crescita e occupazione” e di questi fondi saranno proprio i prodotti di esportazione delle regioni meridionali d’Italia che dovranno avere più aiuto, fa capire il Presidente dell’ICE. La promozione significa anche campagne pubblicitarie mirate. Cercheremo anche noi di capire che percentuale di questi soldi, che non sono affatto pochi, sarà spesa negli USA e soprattutto come.

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