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Il prezzo (non) é giusto!

Dal "fine print" alle tasse "nascoste": la giungla dell'acquisto in America

Qualche tempo fa, mentre controllavo le mie bollette mensili, notai un’addebito di sessanta dollari sulla mia carta di credito. Era una spesa che non riconoscevo, nè la descrizione sulla fattura contribuiva a spiegare alcunchè.

Deciso a far luce sul mistero, contattai il servizio clienti della banca e, dopo il canonico slalom tra i labirinti dell’impersonalismo automatizzato, riuscii finalmente a parlare con un essere umano.

L’impiegato di turno, dall’alto della sua indifferenza, mi spiegò che i sessanta dollari costituivano la mia quota di abbonamento annuale alla rivista Capital Interiors, un irrinunciabile strumento di consultazione concepito dai suoi illuminati fondatori per guidare la famiglia moderna attraverso le agonizzanti scelte dell’arredamento domestico.

Ovviamente a nulla sono servite le mie proteste sul fatto che nessuno di noi si era mai sognato di ordinare tale pattume e che comunque, a casa mia non se ne era mai vista una copia. Quando ho chiesto di verificare la richiesta scritta di abbonamento mi sono sentito rispondere che l’autorizzazione era stata verbale. Quando ho chiesto di parlare con il responsabile degli “abbonamenti” di Capital Interiors mi è stato detto che il

pataccaro-capo era raggiungibile solo per posta.

Inutile dire che, a suo tempo, la mia disavventura con Capital Interiors mi ha irritato ma non mi ha sorpreso piú di tanto. Chi vive negli Stati Uniti infatti sa benissimo che, per definizione, il marketing in America é sempre basato sul fumo negli occhi; sull'offuscamento al limite del raggiro.

Lo sanno benissimo i turisti che arrivano in America per la prima volta e che vengono puntulmente colti di sorpresa da una prassi del commercio americano: quello della discrepanza tra il prezzo esposto e quello effettivo. Con le dovute differenze tra stato e stato infatti, in questo paese, per ogni prodotto, il prezzo esposto in vetrina, é al netto delle tasse e perció, una volta alla cassa, l'ammontare dovuto é sempre superiore almeno del sette o otto per cento per il turbamento del turista di turno che si sente inevitabilmente preso per il fondelli.

L'arte dell'imbroglio legalizzato inoltre, per restare efficace, deve continuamente aggiornarsi e utilizzare tecniche nuove e il settore piú all'avanguardia in questo campo é probabilmente quello delle compagnie aeree.

Alcune di queste, da qualche tempo, attirano le loro “vittime” pubblicando su web site come Orbitz ed Expedia prezzi bassissimi che, ovviamente, solleticano l'interesse degli ignari clienti. In molti quindi, finiscono per comprare un biglietto per poi scoprire, ad acquisto giá avvenuto, che, in aggiunta al costo del passaggio in sé stesso, c'é da pagare costi aggiuntivi nell'ordine del trenta o quaranta per cento per il bagaglio a mano! Intendiamoci, non per il valigione da stipare nella stiva dell'aereo ma per il bagaglio a mano il cui trasporto gratuito in cabina, fino a poco fá, era considerato un aspetto scontato del viaggio aereo alla stregua dei sedili o dei bagni che, vista la tendenza, saranno probabilmente i prossimi “servizi” soggetti a sovrattassa.

E' come andare al bar per acquistare un caffé il cui prezzo al listino é di tre dollari e scoprire che c'é da pagarne altri due per la tazza…

Un altro settore che ha fatto della disinformazione una delle sue principali strategie operative é quello finanziario. Tutti coloro che ne hanno avuto esperienza diretta sanno che, quando si riceve un’offerta da una banca per una nuova carta di credito o per un prestito é molto difficile capire dal materiale promozionale, i termini proposti. La legge obbliga le banche e gli altri 'lenders' a rivelare questi termini, ma gli istituti finanziari aggirano quest’obbligo relegando la sostanza in un oceano di irrilevanza verbosa o utilizzando altri trucchi come l’uso di caratteri microscopici (il “fine print”) che richiedono la lente d’ingrandimento e la capacitá di decifrare un linguaggio ultra-tecnico concepito specificamente per dire tutto ció che la legge richiede di divulgare ma nel modo piú criptico possibile.

Una delle conseguenze piú disastrose dell'utilizzo di queste tecniche di mercato é stata la crisi finanziaria del 2007-09 innescata dal crollo di un mercato immobiliare in cui moltissimi americani, attratti dal sogno della casa di proprietá, si sono invece ritrovati alle prese con mutui insostenibili e hanno smesso di pagarli.

A rendere piú severa la crisi, ha contribuito anche il fatto che molti di questi mutui erano concepiti proprio per adescare potenziali clienti in maniera subdola, col miraggio di tassi di interesse iniziali bassissimi ma che aumentavano poi a dismisura dopo un anno o due.

Inoltre, grazie all’immediata conversione di questi mutui in titoli (Securitization), le banche che originavano questi nuovi prodotti finanziari, sapevano che, subito dopo l’emissione, avrebbero impacchettato e “affettato” questi stessi mutui trasferendoli a terzi e, perció, non erano tenute piú di tanto a preoccuparsi della capacitá dei debitori a rimborsare questi prestiti.

Questo aspetto ingannevole delle tecniche di vendita contraddice uno dei pilastri stessi del capitalismo secondo il quale un consumatore ben informato favorisce lo sviluppo di un mercato efficiente e competitivo.

Ma l'aspetto piú ironico di ció che é accaduto in seguito alla Grande Recessione del 2007-09, consiste nel fatto che, come dimostrato dal crollo di giganti come Lehman Brothers, Bear Stearns e AIG, i titani di quell’industria finanziaria che ha costruito in parte la sua fortuna proprio su questa disinformazione al limite del raggiro, sono diventati, alla fine, vittime delle loro stesse furbate.

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