Cerca

EconomiaEconomia

I soldi non comprano la felicità. O sì? E che felicità?

di F.B.

Mentre gli USA mettono in ibernazione la propria spesa federale e dall'Italia arrivano dati preoccupanti, Justin Kermond prova a ripensare al potere del denaro come mezzo verso una soddisfazione personale fatta sempre meno di oggetti e più di esperienze

La domanda – posta, come un tarlo, dall'esperto in prospettive finanziarie Justin Kermond – si trascina a stento per gli Stati Uniti, il paese che, alla mezzanotte del 30 settembre, ha scelto d'ibernare la propria spesa federale, perché non in grado di trovare un'intesa sul destino del budget di Washington. Lo shutdown, il freno alle spese centrali, schiera così le due "gang politiche" affisse a poli sempre più sfaccettati e dissimili dell'atletica governativa, con i Repubblicani a far muro sulla riforma sanitaria e i Democratici ben consci che una paralisi costerebbe all'economia 55 miliardi, soprattutto in mancanza di un accordo per innalzare il tetto sul debito. In sincrono con lo scarso equilibrismo tra Camera e Senato, il quotidiano New York Times titola: Government Shuts Down in Budget Impasse. E quella parola, "budget" – associata al binomio soldi/felicità – sembra quasi parodica, in particolare se si scavalca lo scenario americano, per poi attraccare in Italia, dove, guardando al ritratto del mercato del lavoro italiano svolto dal CNEL, anche la disoccupazione, più del denaro o della sua mancanza, risulta generata da una crisi strutturale. Dati provvisori dell'Istat corredano il tutto di altri segnali beffardi: disoccupazione record (12,2%) al top dal 1977, e per i giovani si vola oltre il 40%.

Insomma, è questo il tempo propizio per tornare a parlare di felicità accostata al denaro? Al di là dei costumi e dei trend economici, Justin Kermond, nella sua ricerca dal titolo Money Can Buy Happiness, ritiene che le ultime ricerche in campo finanziario conducano ad una nuova consapevolezza: l'atto di acquistare – non importa se in preda a recessione o in mezzo a tanta disoccupazione, dalle Americhe all'Europa – porta ancora l'acquirente ad essere più felice rispetto al momento in cui non spendeva. L'evoluzione dei tempi impone, a sua volta, un cambiamento radicale del target, del fine ultimo della spesa: se prima erano gli oggetti materiali a fare la felicità del portafoglio, oggi non lo sono più. Ci pensano le esperienze di vita. Pensate alle difficoltà di un consulente finanziario che si ritrova non più (o non solo) a gestire famiglie addette al risparmio (tra pensione e real estate) ma a dover pianificare, letteralmente, situazioni di esperienze di vita a mò di investimento. 

C'è il caso di Marcia Fiamengo che ha speso l'intera assicurazione del marito defunto (200,000 dollari) per trascorrere sei minuti su un volo suborbitale a bordo del Virgin Galactic di Richard Branson, avverando il sogno coniugale di divenire un giorno astronauti. Poi c'è il caso di un benefattore anonimo che ha pagato un intero ordine per 50 persone nel gruppo Usa della grande distribuzione Kmart, distribuendo 50 miliardi di dollari e lasciando lo store alla chetichella.

Gesti di questa portata potrebbero essere considerati stravaganti o eccessivi, ma sono proprio questi ultimi a far circuitare la serenità tra gli individui. Ad esempio, in Happy Money: The Science of Smarter Spending, Elizabeth Dunn e Michael Norton teorizzano che i soldi possono comprare la felicità, ad una condizione: che le persone facciano lo sforzo di spendere in maniera diversificata. In tempi di crisi, infatti, occorre mettere sullo stesso binario intuizione e capacità di spendere. Se le scelte che vertono sulla spesa non sono neppure la metà complicate rispetto a come lo sono invece le scelte di investimento, allora non c'è ragione di credere che questa intuizione, da sola, offra una guida sufficiente. Ecco perché, a misurare la caccia alla felicità in forma di denaro, ci pensa il cosiddetto U-Index, introdotto dagli economisti di Princeton, Alan Krueger e Daniel Kahneman in National Time Accounting: The Currency of Life (1997). Elizabeth Dunn e Michael Norton si sono limitati a presentare cinque principi per misurare le abitudini di spesa giornaliera, così da migliorare il personale indice U sulla porzione (e la qualità) del tempo impiegato dagli individui per provare uno stato "non piacevole", "non desiderabile" o "infelice" durante lo sperpero di denaro.

Che cosa fa la differenza, oggi? 1. Comprare esperienze di vita anziché oggetti materiali. 2. Focalizzarsi sul comprare tempo con i propri risparmi. 3. Investire negli altri a qualsiasi livello si possa. 4. Gli acquisti diventano una sorpresa benefica se gradualmente ne riduciamo la frequenza e la quantità. 5. 'Paga adesso e consuma più tardi'. Già. Sono questi i cinque motti del buon acquirente e per quanto possano sembrare lontani o anacronistici – per via dello shutdown americano o dell'attuale impasse italiano – dovremmo farci i conti, a cominciare dalla fatidica ricerca della felicità. E voi, cosa ne pensate? I soldi possono ancora comprare la felicità? 

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter