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2013: un altro anno sprecato

Il premier Enrico Letta durante la conferenza stampa di fine anno

Il premier Enrico Letta durante la conferenza stampa di fine anno

Finchè il dibattito pubblico è occupato solo dai conti, i conti serviranno solo a mascherare il vuoto politico e culturale delle classi dirigenti. E senza slancio umanistico l’Italia non è più Italia

 

Abbiamo perso un altro anno. Cominciato sull’abbrivio delle primarie vinte da Pierluigi Bersani, si è concluso sulle primarie vinte da Matteo Renzi, questo 2013. In mezzo, il fantasma di Berlusconi, sempre utile sul palinsesto mediatico-giudiziario. Non c’è di che stare allegri, a guardare le cose, come dire, dall’alto; come può averle guardate Luca Parmitano, l’astronauta che con le sue foto, con le sue didascalie luminose e pulite, piene del suo sorriso e della sua buona e fiduciosa volontà, ci ha ricordato di cosa siamo capaci, anche in Italia. Scienza e poesia, come Galileo. E’ un ragazzo uscito dalle nostre scuole, Luca; certo, un talento naturale, ma conforta considerare che, nato nel 1976, è riuscito ad istruirsi ed educarsi nello scempio di questi anni. 

Ma qui, fra le nostre contrade, abbiamo perso tempo; abbiamo perso lavoro; abbiamo perso ricchezza pro capite; abbiamo perso spirito comunitario, tutti contenti di cibarci di insulti e foia patibolare a buon mercato. Da febbraio il Governo Letta si compiace di trastullarsi nella sua veste di cicisbeo del Fiscal Compact, incapace anche solo di concepire una visione che attinga al nostro coraggio operoso, alle energie dei nostri mercanti, primaria e ammirata fonte di benessere lungo tutto il dopoguerra fino a Tangentopoli, come lo era stata da Marco Polo in poi. Chino, invece, a stringere la morsa di una ferocia traditrice, che punisce ciò che dovrebbe incoraggiare: la nostra specifica dimensione aziendale, piccola perché preziosa e talentuosa, lontana le mille miglia dalla trivialità livellatrice della grande e anonima impresa.

Ma le regole comunitarie colpevolizzano la nostra struttura economica e sociale, e gli annessi parametri finanziari ed economici, conseguentemente, parlano all’Italia con la stessa sostanza dialettica di un pugno sul tavolo. Come certi appalti truccati, in cui le condizioni richieste per la fornitura si attagliano solo alle caratteristiche di alcuni concorrenti. La norma-feticcio, la norma che, invece di leggere la realtà, la sbeffeggia e la stupra. “Legalità” non significa niente. 

A questo compito infame presiede pure l’infame propaganda, generica e liquidatoria, sull’evasione fiscale, una delle espressioni più gettonate della legalità-appalto truccato: “evasione fiscale” che, per definizione, non può che colpire “i bottegai”, non può che assumere i toni vili e malandrini di una parola d’ordine da pulizia etnica. Non si distingue fra il corsaro, poche unità, e l’espressione più genuina e maggioritaria di una vocazione alla produzione e alla vendita che viene mortificata e umiliata da una visione beceramente e ottusamente invidiosa. Aliquote, incuranti della loro siderale distanza dal “territorio”, volteggiano come corvi assatanati solo di carcasse e cadaveri.

Letta ha offerto il suo volto a questo suicidio collettivo.

E’ infatti ovvio che se la ricchezza dell’Italia è stata la piccola e media impresa, e questa viene liquidata da un vento malfattore che spira diffamazione prima e rastrellamento poi, cadranno vieppiù numerosi anche coloro che cooperano a questa realtà tipicamente italiana, sempre meno vasta e radicata: operai e impiegati dell’Italia mercantile. Calando i volumi di produzione e di commercio, verrà meno, come già viene meno, il gettito fiscale diretto e indiretto corrispondente. Allora, domani, come si pagheranno gli stipendi del comparto pubblico, cari i miei tifosi di questa dissoluzione cretina? E se la povertà si farà ancora più impietosa e diffusa, se, dopo i nostri giovani migliori, emigrano ora anche quelli in cerca di una occupazione “normale”, e presto, come negli anni ’50, anche i meno giovani e la semplice forza-lavoro, chi resterà ad applaudire Santoro, Fazio, Gruber, Floris?

Perciò, abbiamo perso tempo; abbiamo perso un altro anno.

Che non sia tutto accaduto nel 2013 è una di quelle ovvietà che aggravano anziché lenire la piaga. Ed è un’ovvietà che si alimenta di un equivoco, costruito ad arte dalla nota lobby editorial-finanziaria. L’equivoco è quello per cui chi ha votato Berlusconi, e prima i partiti centristi, sia una schiatta di persone che non partecipa alla comunità nazionale; anzi ne sugge la sostanza come fanno i parassiti (questo è il senso dell’invettiva generica sull’evasione fiscale, più una maledizione che un’analisi). Così, la crisi economica mondiale avrebbe solo messo impietosamente in mostra questa verità, che data dal boom economico degli anni ’60 (tesi, per es., fra gli altri, sostenuta dal Prof. De Luna, in suo recente saggio sugli anni ’70). Si tratterebbe ora di regolare conti antichi e recenti.

Chi ha votato Berlusconi ha solo tentato di schivare questa caccia casa per casa. E voterà sempre chi gli prospetterà la vita anziché la morte. Com’è noto, l’esperienza politica di Berlusconi lascia sul campo slogan immaginifici e persino generosi ma, purtroppo, scarsa, scarsissima efficacia. Tutto questo conflitto doveva essere recuperato e rilanciato verso una sintesi equilibrata dal Governo Letta. Le “Larghe Intese” dovevano servire a ricongiungere i “bottegai” e gli “impiegati”, la fonte e i corsi d’acqua, perchè, tutti insieme, tornassero a nutrire la Patria comune.  

Ha solo perso tempo. Un altro anno regalato alla nostra siccità morale, culturale e politica; alla nostra povertà, presente e futura.

 

        

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