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Ma chi ha voglia di investire in Italia

Siamo al 65° posto nella graduatoria mondiale per capacità di attirare capitali stranieri: dietro di noi solo Grecia, Romania e Repubblica Ceca. Gli investimenti diretti esteri sono a meno 58 per cento dal 2007. La causa è un deficit reputazionale accumulato  negli anni. La politica faccia qualcosa

Mentre dal presidente del Consiglio e dai suoi ministri a proposito degli scandali Expo 2015 e Mose (ma quanti altri se ne possono citare), giungono proclami e promesse che hanno tutto il sapore delle classiche e proverbiali grida manzoniane, apprendiamo dal sesto Diario della transizione curato dal Censis di una realtà grave e inquietante.

Secondo il rapporto del Censis, crollano in modo verticale gli investimenti esteri in Italia. Gli investimenti diretti esteri nel nostro Paese sono stati pari a 12,4 miliardi di euro nel 2013. Rispetto al 2007, l'anno prima dell'inizio della crisi, quegli investimenti che potrebbero rilanciare la crescita e favorire l'occupazione sono diminuiti del 58 per cento. La crisi ha colpito tutti i Paesi a economia avanzata, ma l'Italia si distingue per la perdita di attrattività verso i capitali stranieri. Nonostante sia ancora oggi la seconda potenza manifatturiera d'Europa e la quinta nel mondo, il nostro Paese detiene solo l'1,6% dello stock mondiale di investimenti esteri, contro il 2,8% della Spagna, il 3,1% della Germania, il 4,8% della Francia, il 5,8% del Regno Unito. Ciò si deve a un deficit reputazionale accumulato  negli anni a causa di corruzione diffusa, scandali politici, pervasività della criminalità organizzata, lentezza della giustizia civile, farraginosità di leggi e regolamenti, inefficienza della pubblica amministrazione, infrastrutture carenti.

L'Italia occupa il 65° posto nella graduatoria mondiale dei fattori determinanti la capacità attrattiva di capitali per un Paese, considerando le procedure, i tempi e i costi necessari per avviare un'impresa, ottenere permessi edilizi, allacciare una utenza elettrica business o risolvere una controversia giudiziaria su un contratto. Siamo ben lontani dalle prime posizioni di Singapore, Hong Kong e Stati Uniti, ma anche da Regno Unito e Germania, posizionati al 10° e al 21° posto. In tutta l'Europa solo Grecia, Romania e Repubblica Ceca presentano condizioni per fare impresa più sfavorevoli delle nostre. Per ottenere tutti i permessi, le licenze e le concessioni di costruzione, in Italia occorrono mediamente 233 giorni, 97 in Germania. Per allacciarsi alla rete elettrica servono 124 giorni in Italia, 17 in Germania. Per risolvere una disputa relativa a un contratto commerciale il sistema giudiziario italiano impiega in media 1.185 giorni, quello tedesco 394.

Questo è il banco di prova del governo, e su questo si attendono risposte chiare e precise. E' finito il tempo degli "80 euro" dell'affacciarsi dalle finestre di palazzo Chigi (e per fortuna che non ci sono balconi), delle luci accese fino a tarda notte, del passo svelto, dei twitter. E' tempo, insomma, di tornare alla politica, sempre che se ne sia capaci. Anche Renzi impari da Abraham Lincoln che si può ingannare tutti per qualche tempo, e qualcuno per sempre, ma non si può ingannare tutti per sempre.
 

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