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Cento giorni di Renzi: con i deboli forte, ma con i forti…

La moltiplicazione del garbuglio legislativo che potenzia le lobby burocratiche continua. Intanto la ripresa resta timida e senza crescita. Per le riforme strutturali, quelle vere, le parole non bastano

Dopo cento giorni di governo Renzi si può cominciare a tracciare qualche bilancio. Una delle grandi riforme promesse era – ricordate? – quella di una semplificazione legislativa, cioè robusti tagli alla giungla normativa. Matteo Renzi e il suo governo vanno esattamente nella direzione opposta. In pochi mesi hanno già prodotto il doppio di decreti rispetto ai governi Berlusconi, che pure era indicato a suo tempo come un decretista selvaggio. Un magistrato serio come Carlo Nordio da tempo ci avverte che troppe leggi e troppa burocrazia inevitabilmente alimentano la corruzione, perché sono tante le “porte” che si può essere tentati di oliare; come dice il costituzionalista Michele Ainis, “in questo mare è facile che l’innocente naufraghi e i colpevoli si salvino”.

Il Sole 24 Ore recentemente ha segnalato inoltre che nei cassetti dei vari ministeri giacciono almeno 500 provvedimenti attuativi di disposizioni emanati dai governi Monti e Letta. Un’emergenza burocratica. Le alte burocrazie sono lobby potenti nel nostro paese. Il governo aveva annunciato una tagliola che garantisse l’attuazione delle leggi in tempi certi con possibilità di intervento diretto della presidenza del Consiglio in caso di ritardi. Proposta lasciata cadere dopo la sollevazione dei ministeri. Con i deboli Renzi è forte, ma con i forti mostra tutta la sua debolezza e fragilità. A proposito di tasse, altro punto dolentissimo: negli ultimi sei anni sono stati capaci di elaborare e approvare qualcosa come 629 norme in materia di fisco. Ogni volta giustificavano la necessità di queste norme sostenendo che avrebbero semplificato il rapporto con l’Erario. In realtà hanno costruito veri e propri inestricabili labirinti. 389 di queste regole hanno prodotto ulteriori complicazioni che hanno comportato per le imprese una pressione fiscale arrivata fino al 65,8 per cento. Secondo la Banca Mondiale in Italia la somma delle tasse nazionali e territoriali è tale da posizionare il nostro paese al quindicesimo posto su 189 nazioni, primi assoluti in Europa davanti a Francia (64,7 per cento), Spagna (58,6 per cento), Germania (49,4 per cento).

La situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che l’Italia è un paese in sì timida ripresa, ma senza crescita: la disoccupazione è la più alta degli ultimi trent’anni, la cassa integrazione è sempre su livelli record, i consumi cadono o stagnano. Non per un caso il Centro Studi di Confindustria avverte che a maggio l’indice della produzione industriale è tornato a piegarsi verso il basso. I problemi dell’Italia sono ormai strutturali, riguardano cioè la necessità di ricostruire una capacità produttiva, soprattutto nel settore manifatturiero, che è andata perduta. Mohammed el-Erian, un economista che guida il comitato di esperti che consiglia il presidente americano Barack Obama sullo sviluppo globale ed è il principale consulente del colosso tedesco Allianz, dice che è indispensabile raggiungere una massa critica di riforme che mettano in moto un processo virtuoso; e che se questo processo non si mette in moto gli investitori stranieri ancora presenti in Italia se ne andranno, e saranno seguiti da molti imprenditori italiani; osserva inoltre che Renzi finora ha annunciato più riforme di quelle effettivamente realizzate, e che parlarne è più facile che implementarle. Tra le riforme che si dovrebbero attuare, quelle della giustizia, e in particolare quella civile. Anche qui, per ora, solo parole e promesse che a luglio si sarebbe affrontata e risolta la questione. Difficile a questo punto, crederci.       

 

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