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Sulla bocciatura delle banche italiane, tutto il peso dell’economia reale

Si sono abbattuti come un'onda sulle banche italiane i risultati dell’indagine Eurotower su 130 istituti per stabilire la capacità del sistema bancario europeo di sopportare un’altra crisi finanziaria. Banca d’Italia rielabora i dati e salva alcune banche. Il problema potrebbe essere metodologico

Le bocciature sono arrivate. Una potente onda d’urto si è abbattuta sulle banche italiane dopo la pubblicazione dei risultati del Comprehensive assessment, l’indagine condotta dall’Eurotower su 130 banche e finalizzata, almeno in teoria, a rassicurare i mercati sulla capacità del sistema bancario europeo di sopportare un’altra crisi finanziaria.

Lo studio è composto da due parti: l'AQR, l’analisi sulla qualità degli attivi svolta su un campione di crediti rischiosi presenti nei bilanci 2013, e lo stress test che valuta la resistenza delle banche di qui al 2016 di fronte a uno scenario di base elaborato dalla Commissione Europea e ad uno avverso, in condizioni estremamente negative. Il doppio esame ha evidenziato, per 13 istituti di credito, di cui 9 italiani, un buco nero di circa 9,5 miliardi di capitale.

Un sistema bancario che all’apparenza sembrava solido riceve così un severo colpo di mannaia da parte dei valutatori di Bruxelles con le soprese negative di Carige e Monte dei Paschi di Siena, le cui carenze di capitale sono andate ben oltre le aspettative più rosee. Tuttavia sui due istituti pesa un passato ancora troppo recente di scandali finanziari con perdite di capitale tali da non consentire il superamento dello scenario avverso degli stress test, che prevedeva un requisito minimo pari al 5,5% del common equity core tier 1, la cosiddetta componente di alta qualità del capitale, facilmente liquidabile in caso di necessità.

Eppure poteva andare peggio visto che, per dare conto degli sforzi già fatti dagli istituti durante il 2014, la Banca d’Italia ha rielaborato i risultati alla luce dell’ondata di aumenti di capitale compresa tra gennaio e settembre 2014 che è valsa più di 11 miliardi di euro. Misure correttive che se la BCE ha scelto di non considerare ai fini della valutazione degli stress test, preferendo fermarsi al 31 dicembre 2013, ha comunque consentito di rimediare all’iniziale bocciatura di Banco popolare, Banca popolare di Milano, BPER, Popolare di Sondrio, Veneto banca e Popolare di Vicenza, e ridimensionare il fabbisogno di capitale necessario a Carige e Mps, pari rispettivamente a 814 milioni e 2,11 miliardi di euro, per fronteggiare eventuali shock finanziari. In compenso le maggiori banche, Intesa e UniCredit, sono uscite dal doppio test con un surplus di capitale superiore al previsto, 10,9 miliardi la prima, 8,7 la seconda, mentre Ubi può contare su un buffer supplementare di 1,7 miliardi.

Ma a questo punto è lecito chiedersi come è possibile che il sistema bancario italiano, come sottolineato dalla stampa internazionale, non abbia superato la prova dei test. Sono anni che si discute in merito alla metodologica adottata dalla Banca Centrale Europea nel calcolo del parametro chiave degli stress test, vale a dire gli Rwa, il totale degli attivi ponderati per il rischio. Se si considera che l’attività di concedere prestiti risulta più rischiosa rispetto a quella di giocare in borsa, non è difficile concludere che le banche italiane, con un attivo di bilancio su cui i crediti pesano per il 56%, siano risultate più sbilanciate sull’economia reale. Questo non poteva non avere un impatto sui risultati dell'Asset quality review, in base ai quali le banche italiane dovranno destinare nei bilanci 2014 accantonamenti per 12 miliardi di euro a copertura dei crediti, con inevitabili ripercussioni sulla concessione di nuovi prestiti e sui costi di raccolta.

Tra i motivi che hanno penalizzato il sistema italiano ci sono state sicuramente le sfavorevoli condizioni macroeconomiche di partenza. Come fa osservare Fabio Panetta, vice direttore generale della Banca d'Italia, la débâcle per il sistema bancario nazionale è riconducibile in gran parte ad uno scenario avverso degli stress test che nel caso italiano ha ipotizzato un crollo del Pil pari al 6% nel triennio 2014-2016, insieme alla riemersione della crisi del debito sovrano con perdite consistenti su Btp e titoli di Stato, a cui le banche italiane sono notevolmente esposte.

E a chi fa notare che il verdetto della Bce può apparire imparziale in quanto il ricorso agli aiuti pubblici da parte degli altri paesi dell’Eurozona, compresa la Germania, ha consentito il rafforzamento del capitale delle rispettive banche, sarebbe utile ricordare che le difficoltà del sistema bancario nostrano riflettono la debolezza economica dell’Italia, afflitta da una delle più gravi recessioni della sua storia con il tasso di disoccupazione al record storico e la produzione industriale indietro di vent’anni. Che fare ora? Più che piangersi addosso o aspettare che i dati effettivi smentiscano le assunzioni su cui i test si basano, sarebbe forse il caso di avviare una serie di interventi riparatori al fine di rendere il sistema più affidabile in modo da sostenere la tanto auspicata ripresa dell’economia italiana.

 

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