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Rapporto Svimez: il Sud abbandonato dalle scelte del governo al sottosviluppo permanente

Secondo il rapporto Svimez, le conseguenze della crisi economica stanno avendo effetti micidiali nel Meridione anche per "i tagli alle spese operati dai Governi, il cui peso ha inciso molto più al Sud che al Centro-Nord. Nel 2015 al Sud il valore cumulato della spesa pubblica sarà tagliato il doppio rispetto al Centro-Nord, cioè del 6,2% contro il 2,9% dell'altra ripartizione" 

Nell’Italia venduta ai banchieri e ai finanzieri massoni della ‘presunta’ Unione europea, dove la Costituzione del 1948 viene messa sotto i piedi, dove si ammazza di botte un ragazzo e si fa finta di non sapere chi sono i colpevoliinsomma, in un Paese ormai alla frutta il Sud, con tutti i drammi e i problemi irrisolti, non può che finire abbandonato alla povertà. 

Così, anche quest’anno, come del resto degli anni bui di questa sempre più sfasciata Seconda Repubblica, il Rapporto sull’economia meridionale della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno, è passato sotto silenzio. Il destino ha voluto che, negli stessi giorni in cui la Svimez diffondeva il proprio Rapporto annuale, il Governo di Matteo Renzi – forse uno dei peggiori Governi della storia repubblicana, per certi versi peggiore del Governo Monti – metteva in pratica un nuovo scippo ai danni delle popolazioni meridionali. 

Il protagonista di questa miserabile sceneggiata – l’ennesima ai danni del Sud – è il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Graziano Delrio, che, fresco fresco, assegna al Centro Nord Italia circa 4 miliardi e mezzo di euro per il miglioramento della rete ferroviaria, riservando a tutto il Sud d’Italia appena 60 milioni di euro! E sapete come ha motivato questa ‘equa’ distribuzione delle risorse finanziarie tra Centro Nord e Sud del Paese il nostro sottosegretario? Dicendo che al Sud ci sono le “rocce” che impediscono l’effettuazione dei lavori. Una presa per il culo senza ritegno. La stessa cosa è stata fatta con i fondi per gli asili nido pubblici: tanti soldi al Centro Nord, le briciole al Sud. 

Questa è l’Italia nell’anno di grazia 2014. Un Paese ridotto con le pezze al culo dall’Europa dell’euro. E che, non sapendo più a quale Santo votarsi per difendersi dall’assalto della Troika (Fondo monetario internazionale, Unione europea e Banca centrale europea), che ha deciso di ‘grecizzare’ il Belpaese in tempi brevi (non prima di aver razziato i più importanti assett, da Alitalia a Eni, da Finmeccanica a tutto il resto), gioca al ribasso al proprio interno, cercando di far pesare sulla parte più debole della popolazione la propria incapacità di imporre una svolta alla folle politica economica europea voluta dai Popolari della Merkel e dai finti socialisti alla Hollande e Schulz. 

Così il Sud d’Italia precipita nel baratro economico e sociale ad una velocità molto maggiore di quanto si possa immaginare. Se negli anni della cosiddetta Prima Repubblica, bene o male, si provava, a fatica, non a colmare, ma quanto meno a ridurre il divario economico, infrastrutturale e sociale tra Centro Nord e Mezzogiorno, con l’avvento della Seconda Repubblica – e soprattutto con l’arrivo dell’euro – il divario è cresciuto. Con un’accelerazione che è diventata spaventosa dal 2008 ad oggi. 

I dati Svimez parlano chiaro: lo Stato non investe più nel Sud; i meridionali, in proporzione, pagano più tasse dei cittadini del Centro Nord; i fondi straordinari – che ormai sono per lo più quelli europei – che dovrebbero essere aggiuntivi rispetto a quelli ordinari dello Stato italiano, si sostituiscono totalmente agli stessi fondi statali. Una truffa ai danni del Sud avallata da un’Unione europea di massoni imbroglioni e bari.  

I dati Svimez raccontano che nel 2013 il Pil (Prodotto interno lordo) del Mezzogiorno d’Italia è crollato del 3,5%. E’ andata peggio rispetto al 2012, quando la flessione era stata del 3,2%. In pratica, nel Sud il Prodotto interno lordo ha registrato un calo superiore di quasi due punti percentuali rispetto al Centro-Nord (-1,4%). Ormai da sei anni il Pil del Mezzogiorno è negativo. La prova che la crisi, dal 2008 ad oggi, non dà tregua. La Svimez spiega anche il perché di questi risultati negativi, a cominciare dal crollo del 2013. Tutto questo succede perché sono diminuiti gli investimenti e i consumi. Il passaggio è semplice: l’Unione europea ‘stringe le palle’ all’Italia e i Governi italiani – Monti, Letta e adesso Renzi – massacrano il Sud. 

I numeri sono lì a dimostrarlo: tra il 2008 e il 2013 il Sud ha perso il 13,3% del proprio Pil, contro una perdita del 7% del Centro-Nord. L’Italia, rimasta intrappolata in quella grande truffa massonica e monetaria che si chiama euro, arretra. Ma in questa dialettica dell’oscurantismo economico imposta dall’Europa, il Sud precipita nel baratro a una velocità superiore a quella del resto del Belpaese. 

"Il Sud – leggiamo nel Rapporto Svimez – è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l'assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all'area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente.
In dieci anni, dal 2001 al 2011 sono migrate dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord oltre 1 milione e mezzo di persone, di cui 188 mila laureati".

"La politica economica – leggiamo sempre nel Rapporto – appare contribuire alla crescente divaricazione tra Meridione e Settentrione”, anche per i tagli alla spesa che "concorrono a penalizzare in maniera significativa l'economia" del Mezzogiorno "già strutturalmente meno capace di agganciare la ripresa".

"Gran parte" del diverso impatto "è dovuto ai tagli alle spese operati dai Governi, il cui peso ha inciso molto più al Sud che al Centro-Nord. Nel 2015, ad esempio, al Sud il valore cumulato della spesa pubblica sarà tagliato il doppio rispetto al Centro-Nord, cioè del 6,2% contro il 2,9% dell'altra ripartizione", e “si tratta di spese particolarmente dolorose”. 

In valori assoluti "su un totale di oltre 109 miliardi di euro a livello nazionale, le manovre di finanza pubblica peseranno complessivamente nel 2015 in Lombardia per oltre 21 miliardi, nel Lazio per 13 miliardi, in Sicilia per 8,8, in Campania per 8,5, in Emilia Romagna per 7,7, in Veneto per 7,5, in Piemonte per 7,3, in Toscana per 6,2 e in Puglia per 5,9".

Le manovre "considerate nei loro effetti diretti e indiretti tolgono nel 2014 lo 0,65% del Pil al Sud e lo 0,21% al Centro-Nord". 

Poi c’è un passaggio sui fondi per la coesione. Sono le politiche messe in campo dall’Unione europea per ridurre i divari economici, infrastrutturali e sociali tra le diverse Regioni europee. 

"Se per ipotesi si riuscissero a spendere tutte le risorse tecnicamente disponibili – leggiamo nel Rapporto – l'impatto potenziale sul Pil nell'area sarebbe nel 2014 dell'1,3%, invertendo così la tendenza da negativa a positiva". Sul piano teorico questo comporterebbe la creazione di 34.400 nuovi posti di lavoro al Sud nel 2014 e 82.400 posti di lavoro nel 2015.

Ma qui arriva la sorpresa che non è facile illustrare ai lettori in americani. Perché l’Unione europea con una mano dà risorse finanziarie alle Regioni cosiddette ad Obiettivo Convergenza (cioè con un reddito pro capite inferiore alla media europea), ma con l’altra mano se li riprende. Infatti la stessa Unione europea ha inventato il Patto di stabilità: ti do i soldi, ma tu ne puoi spendere solo una piccola parte e, per giunta, quando te lo dico io. 

Si tratta di una presa per il culo in salsa europea per bloccare la spesa, tenere “a posto i conti” e consentire alle aree forti della stessa Europa di farsi i “cazzi propri”, come si dice dalle nostre parti. Il risultato è che i fondi strutturali – cioè i fondi stanziati dall’Unione europea per le Regioni deboli – si spendono poco, in parte per regole cervellotiche e spesso truffaldine, in parte per incapacità delle Regioni e, in parte, per il Patto di stabilità. 

Così l’economia arranca. Anzi, va giù. Dal 2008 al 2013 il settore manifatturiero del Sud ha perso il 27% del proprio prodotto, dimezzando gli investimenti (-53%). La crisi ha colpito anche il Centro-Nord, dove, però, la diminuzione di prodotto e occupazione è stata più contenuta. Ma c’è stata. Segno che anche quello che una volta era il ricco centro Nord segna il passo. 

Gli addetti nell'industria nel Sud, nel 2013, sono scesi dai 43,6 per mille abitanti del 2008 ai 37,4 del 2013. Il valore aggiunto dell'industria, sempre nel 2013, è stato pari al 20,7% del prodotto complessivo dell'economia nel Centro-Nord e all'11,8% al Sud. 

A livello regionale, l'Abruzzo si conferma in linea e anzi superiore al Centro-Nord, con un valore del 21,8%, seguito dal Molise con il 17% e dalla Basilicata (14,5%). In coda troviamo Sicilia (8,2%) e Calabria (7,6%), tutte comunque in calo rispetto ai valori già bassi registrati nel 2007. 

Il Sud, tra il 2008 ed il 2013, registra una caduta dell'occupazione del 9%, a fronte di una riduzione del 2,4% del Centro-Nord. Delle 985mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro, ben 583mila sono residenti nel Mezzogiorno. Nel Sud, a conti fatti, pur essendo presente appena il 26% degli occupati italiani si concentra il 60% delle persone che hanno perso il lavoro. 

Nel 2013, in Italia, sono stati ‘bruciati’ 478 mila posti di lavoro. Di questi, 282 mila solo al Sud. A perdere l’occupazione sono stati, per lo più, gli under 34, cioè i giovani.  

La nuova flessione riporta il numero degli occupati del Sud per la prima volta nella storia a 5,8 milioni, sotto la soglia psicologica dei 6 milioni. Per trovare un dato simile bisogna tornare al 1977. 

Tra il primo trimestre del 2013 e quello del 2014 si sono persi 170 mila posti di lavoro al Sud e 41mila al Centro-Nord. Detto in parole semplici, si può affermare  che al Sud si concentra oltre l'80% delle perdite dei posti di lavoro italiani. 

Ancora: nel 2013 il tasso di disoccupazione è stato del 19,7% al Sud e del 9,1% al Centro-Nord. Il segno che il divario Centro Nord-Sud, nel mercato del lavoro, è ormai permanente.  

Questo scenario produce uno spaventoso aumento della povertà. Il Sud, leggiamo ancora nel Rapporto Svimez,  è "sempre più povero. In Italia oltre due milioni di famiglie si trovavano nel 2013 al di sotto della soglia di povertà assoluta, equamente divise tra Centro-Nord e Sud (1 milione e 14 mila famiglie per ripartizione), con un aumento di 1 milione 150 mila famiglie rispetto al 2007". La povertà assoluta, sottolinea ancora il Rapporto Svimez, "è aumentata al Sud rispetto all'anno scorso del 2,8% contro lo 0,5% del Centro-Nord. Nel periodo 2007-2013 al Sud le famiglie assolutamente povere sono cresciute oltre due volte e mezzo, da 443mila a 1 milione 14mila, il 40% in più solo nell'ultimo anno”.

Ragazzi, l’Italia sta morendo. Ma il Sud è già morto.  

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