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C’era una volta il Made in Italy di proprietà italiana

Aziende Italiane vendute all'estero - Foto apparsa su ImolaOggi.it

Aziende Italiane vendute all'estero - Foto apparsa su ImolaOggi.it

Negli ultimi anni, il numero di marchi italiani che hanno cambiato bandiera è cresciuto in maniera esponenziale e girando per Roma abbiamo provato a chiedere ai turisti di dirci il nome di un marchio ancora Made in Italy da una azienda italiana: quelli nominati erano quasi tutti già in mano straniere e persino i romani interpellati non riuscivano più a nominare un brand ancora di proprietà italiana

 

L’Italia continua a perdere colpi e brand per via della crisi economica che sta lacerando il tessuto socioeconomico di un paese che si tiene su per miracolo, e sebbene siamo già a conoscenza del cambio di bandiera da parte di alcuni grandi marchi, per alcuni rimaniamo davvero di stucco. Proprio durante una ricerca sui marchi italiani nel settore del lusso, ho iniziato ad accorgermi con sorpresa che non riuscivo più a nominare un marchio “Made in Italy” per via degli ultimi cambi di proprietà registrati in questi ultimi anni. Ho deciso allora di fare una passeggiata e vedere se non solo i romani ma anche turisti da ogni parte del globo riuscivano a fornirmi i nomi di alcuni brand che fossero ancora italiani al 100%. Come potete immaginare molte persone hanno fatto dei buchi nell’acqua e non mi riferisco solo ai turisti asiatici, francesi e americani ma anche e soprattutto agli italiani. Nella moda in molti sono caduti su Bulgari e Gucci mentre nell’alimentare sulla Peroni e gli Oli Extra Vergine di oliva. C’era qualcuno che ne aveva indovinati anche più di due ma immancabilmente dopo il secondo o il terzo nome il margine di errore aumentava considerevolmente. Una cosa mi ha turbato sul serio, il fatto che forse non ci stiamo accorgendo che se continua così rimarremo con molto “Made”, ma non in “Italy”.  Nel primo semestre del 2014 – tralasciando il passaggio della Telecom italia alla spagnola Telco – dopo il passaggio di Poltrona Frau all’americana Haworth è la volta della casa di moda Krizia, che finisce alla cinese Shenzen Marisfrolg Fashion.  In particolare, sono 437 i passaggi di proprietà dall’Italia all’estero registrati dal 2008 al 2012, mentre i gruppi stranieri hanno speso circa 55 miliardi di euro per ottenere i marchi italiani. Già dagli anni ’70 il Bel Paese ha intravisto i primi passaggi di proprietà verso l’estero con le prime acquisizioni, per poi passare a un boom di acquisizioni o (s)vendite dal 2008 al 2012 proprio come segnalava già nel dicembre 2013 il Rapporto “Outlet Italia. Cronaca di un Paese in (s)vendita”, pubblicato dall’Eurispes, l’Istituto italiano di Studi Politici, Economici e Sociali.

Se le prime acquisizioni da parte di gruppi esteri, vedevano come maggiori acquirenti paesi come la Francia, gli USA, la Spagna e il Regno Unito, negli ultimi anni si sono affacciati sul mercato italiano anche nuovi acquirenti come Cina, Giappone, Corea, Turchia, Qatar, ecc.

“Molte delle nostre migliori realtà imprenditoriali – spiegava nel rispettivo rapporto, Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes – sono state schiacciate dalla congiuntura economica negativa, unita all’iperburocratizzazione della macchina amministrativa, a una tassazione iniqua, alla mancanza di aiuti e di tutele e all’impossibilità di accesso al credito bancario”. L’intreccio di tali fattori ha inciso sulla mortalità delle imprese creando una sorta di mercato “malato” all’interno del quale la chiusura di realtà imprenditoriali importanti per tipologia di produzione e per know-how si è accompagnata spesso a una svendita (pre o post chiusura) necessaria di fronte all’impossibilità di proseguire l’attività.

Tutte queste acquisizioni non fanno altro che indebolire il nostro paese sia dal lato economico-finanziario sia per la perdita di asset immateriali come la qualità, la tradizione e l’esperienza nel produrre quel determinato bene o servizio. Infine, come si può facilmente comprendere, tutto ciò porta con se anche un altro risvolto negativo non solo per il prestigio italiano ma soprattutto per i moltissimi lavoratori ridotti in cassaintegrazione oppure senza un lavoro a causa della delocalizzazione in paesi che offrono manodopera a basso costo, agevolazioni fiscali, norme ambientali facili da raggirare e cosi via.

Eurispes nel suo Rapporto del 2013 aveva raccolto una selezione di 130 importanti marchi che soprattutto negli ultimi 20 anni per motivazioni differenti hanno registrato cambiamenti nella proprietà e naturalmente tra i settori italiani più colpiti vi sono quello alimentare, dei beni di lusso e della moda.

Proprio nell'alimentare la multinazionale anglo-olandese Unilever ha acquistato nel 1974 la Algida, fondata a Roma nel 1945 da Italo Barbiani e la Sorbetteria Ranieri. Molti anche gli acquisti dell’americana Kraft (Invernizzi, Negroni, Simmenthal, Splendid, Saiwa) e della svizzera Nestlè (Antica Gelateria del Corso, Buitoni, Perugina, Gelati Motta, Sanpellegrino). Fanno parte poi della Leaf Italia S.r.l., società controllata dall’olandese Leaf International BV, la Sperlari, insieme alle italiane Saila, Dietorelle, Dietor e Galatine. Nel 2013 poi ci siamo visti portar via anche l’azienda Pernigotti acquisita dalla multinazionale turca Toksöz. La multinazionale francese Lactalis, gruppo industriale operante nel settore lattiero-caseario, con le acquisizioni dell’ultimo decennio (Invernizzi, Locatelli, Cademartori, Galbani e Parmalat) è riuscita a raggiungere una posizione di quasi monopolio nel settore lattiero-caseario italiano superando la Nestlé e la rivale francese Bsn-Gervais-Danone.

Anche l’azienda spagnola Deoleo S.A. è molto attiva tra il 2005 e il 2008 attraverso le acquisizioni della Minerva oli S.p.A. e quindi del prestigioso marchio olio Sasso, continuando il suo shopping con la Carapelli e infine con la Bertolli. Nel 2006 la Star, azienda alimentare brianzola fondata nel 1948 specializzata nella produzione di ragù e brodi e proprietaria di diversi marchi come Pummarò, Sogni d’oro, GranRagù Star, Orzo Bimbo, Risochef, Mellin, viene acquistata dal gruppo spagnolo Agrolimen. Nel 2011 la Norcineria Fiorucci, azienda nata nel 1850 e specializzata in salumi, pasta, formaggi e aceto balsamico viene venduta al Gruppo spagnolo Campofrio Food. Anche per quanto riguarda le bevande la situazione non è così rosea, infatti abbiamo perso negli anni, Martini & Rossi acquistato dal Gruppo Bacardi, produttore e distributore statunitense di alcolici e il Gruppo Gancia alla multinazionale russa, Russian Standard Corporation. Brutte notizie anche per le nostre birre… Nel 2003 la Birra Peroni S.p.A., nata a Vigevano nel 1846, comprendente i marchi Peroni e Nastro Azzurro, entra a far parte del colosso sudafricano SABMiller plc, tra i più grandi produttori di birra al mondo con oltre 200 marchi.

Passando ai motori e all’automazione invece segnaliamo che la  F.I.V.E. Bianchi S.p.A., l’azienda milanese, conosciuta in particolar modo per la qualità delle bici da corsa prodotte, utilizzate soprattutto dai grandi campioni del passato come Girardengo, Gimondi e Coppi, è stata acquisita nel 1997 dalla svedese Cycleurope A.B., mentre l’Atala rimane ancora al 50% italiana e per il restante 50% in mano alla olandese Acell. Tuttavia il “colpo grosso” l’ha fatto il Gruppo tedesco Volkswagen acquisendo nel 1998 la Lamborghini e nel 2012 la Ducati.

Quanto al settore della moda e del lusso Made in Italy, con la quale abbiamo davvero diffuso nel mondo lo stile e la creatività italiana, ci troviamo oggi ad aver lasciato il primato in questo settore, tutto nelle mani dei nostri cugini francesi. Il Gruppo LVMH – Louis Vuitton Moët Hennessy  che dal 1987 ha registrato una crescita esponenziale è oggi il proprietario dei seguenti marchi italiani: Bulgari, Loro Piana, Emilio Pucci, Acqua di Parma e Fendi, quest’ultima  acquistata da una joint venture paritetica fra la LVMH e il Gruppo Prada. Il Gruppo Kering-ex PPR fondato nel 1963 da François Pinault e rivale del celebre LVMH ha acquistato negli anni altri celebri marchi italiani come Gucci, Bottega Veneta, Brioni, Sergio Rossi, Dodo e Pomellato. Tuttavia un durissimo colpo per l’Italia fu il passaggio della Valentino spa e la licenza M. Missoni alla Mayhoola for Investment del Qatar nel 2012. Ma non è tutto, perché altre aziende ci hanno lasciato, proprio come: Conbipel (passato nel 2007 agli statunitensi dell’Oaktree Capital Management), Sergio Tacchini (2007 ai cinesi dell’Hembly International Holdings), Fila (2007 ai sudcoreani di Fila Korea), Belfe e Lario (2010 ai sudcoreani di E-Land), Mandarina Duck(2011 ai sudcoreani di E-Land), Coccinelle (2012 ai sudcoreani di E-Land), Safilo (2010 agli olandesi della Hal Holding), Ferrè (2011 ai francesi del Paris Group International), Miss Sixty-Energie e Lumberjack (passate nel 2012 al Crescent Hidepark con sede a Singapore). Restano Prada, Armani e Versace a difendere la moda tricolore.

Il “Made in Italy” è sempre più “Foreign Made” sebbene ci siano ancora gruppi come Barilla, Ferrero e Luxottica (che ha acquisito le statunitensi Ray-Ban e Oakley ed è stata recentemente coinvolta nel Google Glass programme della Google Inc.) che continuano a far sperare l’imprenditoria italiana.  Tuttavia una cosa va detta, ovvero che nulla è stato fatto in tutti questi anni per contrastare lo stato delle cose. I vari “politici” di turno anziché prendere il toro per le corna hanno preferito “passare” o “bluffare” come nel poker.

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