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La Sicilia fottuta e abbandonata dai compari di merende Renzi, Delrio, Crocetta… e Merkel

Il Presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta con il sottosegretario della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Graziano Delrio

Il Presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta con il sottosegretario della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Graziano Delrio

Graziano Delrio, inviato dal governo Renzi, impartisce "lezioni" di riforme alla Sicilia mentre il deficit pubblico italiano in un anno è cresciuto di 100 miliardi di euro... Per capire la crisi siciliana e di tutto il Sud bisogna partire dall’Unione europea e dal suo Parlamento che di popolare e socialista non ha più nulla perché risponde solo ai voleri della Germania di Merkel e di una cricca di massoni

 

Dice il sottosegretario della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Graziano Delrio: “La Sicilia faccia le riforme e lo Stato interverrà in suo aiuto”. Il tema i nostri lettori in America lo conoscono già: stiamo parlando del fallimento prossimo venturo della Regione siciliana. Un default che l’economista Massimo Costa, come abbiamo raccontato la scorsa settimana, sempre su “Sicilitudine”, vede come imminente

Finora abbiamo affrontato la questione della crisi finanziaria della Regione siciliana autonoma (ricordiamo che la Sicilia è un po’ come uno Stato americano: gode, ma solo sulla carta, di Autonomia) visto, per lo più, dalla parte della nostra Isola. Adesso proveremo ad allargare un po’ il discorso. Per parlare dello Stato italiano che invita i siciliani ad essere virtuosi e a comportarsi bene. A giudicare da quello che ha detto questo signor Delrio, la Sicilia sciuperebbe le risorse, mentre lo Stato italiano sarebbe virtuoso. Purtroppo per Delrio e per il suo degno compare di merende, Matteo Renzi – capo del Governo italiano – le cose non stanno affatto così. In economia non contano le chiacchiere: contano i numeri. E i numeri ci dicono che il Governo Renzi è un totale disastro. 

Un’esagerazione? Non esattamente. La riflessione sul Governo Renzi si sostanzia in un dato che definisce meglio di ogni altra cosa la sua esperienza di governo: il deficit pubblico italiano. Che in poco più di un anno è cresciuto di circa 100 miliardi di euro. Sì, avete letto benissimo: circa 100 miliardi di debito pubblico in più! Eh già, perché oggi l’Italia ha un debito pubblico pari a quasi 2 mila e 200 miliardi di euro. Una somma enorme. Che in termini keynesiani non sarebbe un problema, ma che diventa un dramma sociale se viene trasformato in debito delle famiglie e delle imprese italiane.   

Giustamente, se un Paese incrementa in poco più di un anno di 100 miliardi il proprio debito pubblico avrà di certo incrementato le spese: avrà migliorato la sanità, la scuola, l’università, avrà aumentato i trasferimenti alle Regioni e ai Comuni (le Province sono già state abolite), avrà aumentato i salari e gli stipendi dei dipendenti pubblici. Qui, invece, arriva la sorpresa che poi una sorpresa non è: il Governo Renzi è riuscito a far crescere di 100 miliardi il debito pubblico italiano riducendo le spese nella sanità, nella scuola, nell’università, massacrando Regioni e Comuni, tenendo bloccati gli stipendi dei dipendenti pubblici (che sono stati bloccati dal Governo Berlusconi 2008-2011) e, in generale, impoverendo ulteriormente l’Italia. Proprio contro il blocco degli stipendi pubblici è in corso, ormai da settimane, uno scontro tra la Cgil e Renzi. 

A questo punto bisogna chiedersi: se le spese per la sanità, per la scuola e per l’università sono state ridotte, se le Regioni e i Comuni sono stati drasticamente messi a dieta a cosa sono serviti questi 100 miliardi di euro di nuovo debito pubblico? Su questo tema l’informazione italiana è molto ‘pudica’: meglio non dire che l’Italia paga un folle interesse sullo stesso debito pubblico, meglio non dire che l’Italia paga ogni anno una barca di soldi per mantenere in piedi un’Unione europea costosissima e plurifallimentare. 

Sui giornali italiani, da anni, assistiamo a un martellante attacco alla funzione dei parlamentari di Camera dei deputati e Senato della Repubblica: spendono troppo, costano troppo eccetera eccetera. Alla fine un parlamentare italiano, prima dei tagli adottati negli ultimi mesi, costava 20 mila euro al mese (ora, come già ricordato, il costo è stato ridotto). Ma nessuno, però, dice che un parlamentare europeo – che nel proprio staff di Strasburgo e Bruxelles ha a disposizione almeno dieci collaboratori – costa alla collettività da 40 mila a 60 mila euro al mese (e forse più)! Avete letto benissimo: da 40 mila a 60 mila euro al mese a seconda della lontananza dalle sedi parlamentari! Una vergogna internazionale che nessuno denuncia!

Cari lettori americani: quanto guadagna un senatore dalle vostre parti? Non certo quanto un eurodeputato! Che si intasca i soldi ogni mese nel silenzio generale. Non tutti, certo: perché la metà di questa assurda somma se ne va per pagare i dieci e più collaboratori che gli mettono a disposizione nel suo Paese di origine, a Strasburgo e a Bruxelles. Tutto pagato dagli ignari contribuenti europei! Quello europeo – chissà perché questo nessuno lo dice, potenza della massoneria del Vecchio Continente! – è il Parlamento che costa di più al mondo. E, soprattutto, è il Parlamento che conta meno al mondo. Nel senso che le decisioni che contano, nell’Unione europea, le prendono organismi e personaggi che nessuno ha mai eletto. Paradossalmente, Hitler aveva il consenso popolare alle spalle, l’Unione europea, no. Anche Mussolini aveva il consenso popolare alle spalle, come ha dimostrato lo storico De Felice. L’Unione europea non ha alcun consenso, se non quello di un’oligarchia massonica e finanziaria ch detta legge in barba alle Costituzioni dei Paesi europei. L’Unione europea è oggi il più grande esempio di tirannide a norma di legge. La negazione della democrazia. Una vergogna planetaria. 

Solo da quest’anno i massoni che governano l’Unione europea hanno deciso, bontà loro, che la Commissione europea – che è il Governo dell’Unione europea – avrebbe dovuto avere la maggioranza nel Parlamento europeo. Ma è tutta una finzione. Una montatura. Una baggianata politica. Una finzione. Perché la prima Commissione europea “democratica”, votata dal Parlamento europeo, è il frutto avvelenato di un volgare patteggiamento tra il cosiddetto Partito popolare europeo e il cosiddetto Pse, il Partito socialista europeo. Questi due partiti, prima delle ultime elezioni europee, si sono messi d’accordo sul fatto che, in ogni caso, avrebbero appoggiato la Commissione europea voluta dalle solite cricche massoniche e finanziarie che oggi controllano in modo quasi militare la ‘presunta’ Unione europea. 

E’ tutta una farsa, l’Unione europea. Basti pensare ai due partiti che appoggiano l’attuale Commissione europea. Il Partito popolare, stando al nome, si dovrebbe richiamare al popolarismo di don Luigi Sturzo. Ma con la tradizione sturziana il Partito popolare europeo non ha nulla a che spartire. Sturzo, da lassù, quando guarda i popolari europei, viene preso da attacchi di ulcera. Si tratta di una formazione politica – quella dei popolari europei – composita, sbrindellata, senza una cultura politica forte, totalmente lontana dai valori del popolarismo, dominata dalla Germania della signora Merkel, che di popolare non ha nulla. Una formazione politica dove a dominare è l’egoismo dei tedeschi, che si fanno solo i cavoli propri. 

Gli attuali popolari europei, lo ribadiamo, non hanno nulla a che spartire con la cultura sturziana. E nemmeno con la tradizione cristiana. Tant’è vero che sono stati proprio i popolari i più inflessibili nel penalizzare la Grecia! Hanno condannato alla povertà il popolo greco. Lasciato alla fame. Grandi ‘cristiani’ i popolari europei, no? 

Ancora più squallido è il Pse, il Partito socialista europeo. Che di socialista non ha proprio nulla. Che cosa ha a che vedere la tradizione socialista europea con i ‘banditi’ travestiti da socialisti che appoggiano l’attuale Commissione europea di Juncker, altro personaggio incredibile? Assolutamente nulla! I socialisti, per definizione, hanno sempre difeso i lavoratori. Gli attuali esponenti del Pse difendono gli equilibri massonici e finanziari delle peggiori cricche europee, difendono il padronato, difendono la finanza ladra, difendono le banche. Insomma, nulla a che vedere con il socialismo. Ma questo signor Schulz, che si atteggia a leader dei socialisti europei, non si vergogna a definirsi socialista, visto che appoggia l’attuale Europa e l’attuale Commissione europea? Signor Schulz è questo il socialismo? Ma a chi vuole prendere in giro? 

Per capire la crisi siciliana bisogna partire dall’Unione europea. Da queste due formazioni politiche teratologiche. E’ da lì che inizia la politica del rigore. E’ nel vortice massonico e scristianizzante di questa ‘presunta’ Unione europea dell’euro che finisce, come abbiamo cercato di raccontare, buona parte dell’aumento del debito pubblico italiano. Ovviamente, questo continuo drenaggio di risorse dall’Italia verso l’Unione europea (e, soprattutto, verso la Germania) qualcuno lo deve pur pagare. Da qui i continui tagli alla sanità, alle scuole, alle università, ai Comuni, alle Regioni. Da qui l’austerità. Da qui l’impoverimento che, guarda caso, riguarda, in buona parte, le aree mediterranee di questa ‘presunta’ Unione europea.  

Siamo arrivati allo snodo che riguarda la Sicilia. Tra tutte le Regioni italiane chiamate a concorrere al “risanamento dei conti pubblici italiani” – conti che non si risanano mai, ma che con l’euro e con la truffa dello spread peggiorano di anno in anno, come dimostra la crescita del debito pubblico – la Sicilia è quella che paga di più. I conti sono presto fatti. 

Nel 2013 il Governo Letta ha scippato alla Sicilia 915 milioni di euro. Nel 2014 il Governo Renzi ha scippato al Bilancio della Regione un miliardo e 350 milioni di euro. Quest’anno – e siamo appena a gennaio – il Governo Renzi ha strappato dal Bilancio della Regione siciliana un miliardo e 112 milioni di euro. Tra Natale e Capodanno il solito Governo Renzi ha strappato a tutto il Sud d’Italia 3,5 miliardi di euro (un miliardo circa solo alla Sicilia). Sono i fondi del Piano di azione e coesione (Pac) che erano strati riprogrammati dall’ex Ministro Fabrizio Barca. Soldi che Renzi e Delrio hanno deciso di togliere al Mezzogiorno d’Italia per tenere in piedi le imprese del Centro Nord Italia. 

Li vogliano contare? Sono 915 milioni di euro, più un miliardo e 350 milioni di euro, più un miliardo e 112 milioni di euro più un altro miliardo di euro. A quanto ammonta la somma? Sono più di 4 miliardi di euro? Presidente Renzi, sottosegretario Delrio sono giusti o no i conti? Che fa, glieli aggiungiamo anche le risorse della legge sul federalismo fiscale non corrisposti alla Sicilia? La legge sul federalismo fiscale esiste dal 2009. La legge Calderoli. 

Questa legge, cari lettori in America, alla Sicilia è stata applicata a senso unico. Ci spieghiamo meglio. Prevede dei tagli per i Comuni meno virtuosi, in ragione dello stato economico di ogni territorio. E prevede, come recupero delle risorse venute meno, la perequazione fiscale e infrastrutturale. La prima parte della legge è stata applicata: infatti i tagli di Roma ai Comuni siciliani sono stati pesantissimi. La seconda parte della legge – la perequazione fiscale e infrastrutturale in favore della Sicilia – non viene applicata.

Questi sono fatti, non parole. Dati. Numeri. Di più: l’anno scorso la Corte Costituzionale ha emanato una sentenza che dà ragione alla Sicilia sulla cosiddetta territorializzazione delle imposte. La Regione siciliana avrebbe potuto incassare almeno 10 miliardi di euro. In cambio avrebbe dovuto prendersi le competenze residue che ancora sono gestite dallo Stato. La Sicilia, nel complesso, avrebbe guadagnato da un miliardo e mezzo a 2 miliardi di euro. Invece sapete che ha fatto questa specie di presidente della Regione siciliana, questo signor Rosario Crocetta, degno compare di Renzi e di Delrio? La scorsa estate se n’è andato a Roma e ha rinunciato, per i prossimi quattro anni, agli effetti di questa sentenza e di altri contenziosi. E con chi ha firmato questo accordo sciagurato? Con il Governo Renzi. E così il cerchio si è chiuso. Renzi, Delrio, Crocetta. Tutt’e tre del Partito democratico. Tutt’e tre d’accordo per fottere la Sicilia. 

Cari lettori oltreoceano: ve l’immaginate se il governatore dello Stato della California o di un qualunque altro Stato degli Stati Uniti firma un accordo per penalizzare i cittadini che l’hanno eletto? No, non potete immaginarlo. Perché da voi questo non succede, non può succedere. In Sicilia, invece, questo succede. Perché c’è un governatore che, invece di fare gli interessi della sua terra, fa gli interessi di chi vuole massacrare la sua terra. Di chi, in questo caso, vuole massacrare la Sicilia. 

Siamo arrivati alla fine del nostro ‘viaggio’ tra Unione europea massonica dell’euro e tra l’Italia di Renzi e Delrio, due personaggi che hanno fatto aumentare di 100 miliardi di euro il debito pubblico italiano, ma fanno la morale alla Sicilia. Renzi e Delrio dicono ai siciliani: “Dovete fare le riforme, sennò non vi aiutiamo”. Se la Sicilia non fa le riforme non ci restituiscono nemmeno una parte dei soldi che ci hanno fottuto.  Questa è l’Italia. Questo è Renzi. Questo è Delrio. Questo è Crocetta. Che fine può fare la Sicilia nelle mani di questi signori? 

 


Questo articolo ha provocato successivamente un interessante scambio di vedute: ecco la critica del lettore Enzo Pollono e la replica di Giulio Ambresetti.

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