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L’Europa che verrà

Italia, Grecia e Spagna, i tre paesi del Sud europeo che preoccupano Bruxelles e Francoforte, sono protagoniste di un cambiamento che deriva da noti bisogni: tagliare la disoccupazione, alzare redditi e consumi, alleggerire la pressione del debito. Ma riusciranno a creare alleanze in Europa?

In due settimane Grecia e Italia, i maggiori indiziati di crack strutturale nel novero europeo, hanno cambiato vertice all’assetto politico interno. Ad Atene ha preso il potere Syriza, la coalizione di sinistra che ha interrotto mezzo secolo di potere condiviso tra conservatori e socialisti. In Italia, l’elezione di Mattarella al Quirinale ha coinciso con la tosatura del patto del Nazareno, aprendo spazi di manovra a sinistra per Renzi.

In autunno, le elezioni in Spagna potrebbero fornire del nuovo anche al vertice del terzo, tra i paesi sud europei, che più preoccupazioni hanno destato a Bruxelles e Francoforte nell’ultimo lustro. Anche se Podemos non raggiungesse il potere, la sua pressione sui due partiti che hanno fatto la democrazia spagnola nel dopo Franco, il centrista Popular e il socialista Obrero, sommata a quella che i regimi autonomistici (non solo il catalano) porranno su Madrid, manderanno sicuramente a maturazione le contraddizioni che fermentano da anni nella società e nell’economia. Nei tre casi abbiamo gente più o meno di sinistra, e piuttosto giovane, che si somma a quelli già espressi da altri paesi membri, come Finlandia, Malta, Repubblica Ceca, Francia.

E’ regola eterna della politica che il cambiamento arrivi da chi ne ha necessità, in quanto insoddisfatto della situazione vigente. Per uscirne propone, o impone, ai riottosi, la propria visione, puntando a rompere il sistema nel quale trova scarsa soddisfazione, così da disporre, nel nuovo, di soddisfazione ai suoi bisogni. Il che può accadere solo se si dispone della forza, di alleanza o di ricatto, per il consenso necessario al cambiamento. I bisogni dei tre mediterranei sono noti: tagliare la disoccupazione, alzare redditi e consumi, alleggerire la pressione del debito con l’estero e le politiche di contenimento della spesa. Ma, in quanto a consenso, dispongono del potere di alleanza (o ricatto) verso i partner europei?

Di capacità di ricatto ne hanno da vendere. Un eventuale default per eccesso di austerità, riporterebbe l’Europa indietro di mezzo secolo, perché farebbe danni anche sul piano del tessuto democratico, con ripercussioni da incubo negli assetti politici europei. I tre possono inoltre far valere il richiamo della solidarietà politica del socialismo democratico e riformista.

Ma è un ricatto che si renderebbe credibile e funzionante solo se fosse accompagnato da misure gradite a chi il ricatto subisce per evitarsi un danno maggiore. E questo consenso, almeno nel paese più necessario perché si produca, la Germania, può venire solo a petto di comportamenti virtuosi. Se il nuovo ceto politico riuscisse, nei tre paesi, ad abbassare la corruzione, a dotarsi di una giustizia efficiente e giusta, a ridistribuire potere d’acquisto ai ceti lavorativi, a riattivare il mercato del lavoro, le sue domande espansive potrebbero trovare l’accoglienza negata ai predecessori. Nell’Unione, in questa fase, obiettivo supremo è il rilancio delle istituzioni comuni, nei contenuti politici, oltre che economico e finanziari. Sono le infezioni a spaventare, non le riforme o il cambio di rotta per l’espansione economica.

L’UE non vuole certo disperdere l’acquis di un progetto che ha condotto gli europei centro-occidentali fuori dagli orrori di nazionalismo politico e dirigismo economico, e dalle ingiustizie di sistemi sociali improntati al privilegio. Quella costruzione sovranazionale, non violenta e dal basso, unica nella storia umana, deve trovare le condizioni per crescere ancora, e può trovarle.

 

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