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Jobs Act: Matteo Renzi sta cantando vittoria troppo presto

di Alessandro Mauceri

Il provvedimento, varato dal Consiglio dei Ministri, deve ancora essere approvato dal Parlamento. E non sarà una passeggiata, dal momento che il governo ha ignorato le commissioni legislative… Poi la parola passerà alla Corte Costituzionale

Il Jobs Act è, forse, solo l’ultima prova del fatto che in Italia le “istituzioni” stanno scomparendo. E, forse, con loro anche la democrazia. Prima Monti, poi Letta e ora Renzi sono stati chiamati da Napolitano a gestire l’Italia, ovvero, a risolvere i problemi di una crisi economica che sta rapidamente distruggendo il nostro Paese, ma nessuno dei tre è riuscito a portare a termine il compito assegnatogli. Anche l’incarico, di importanza prioritaria, di cambiare il sistema elettorale, dichiarato incostituzionale, pare essere finito nel dimenticatoio (dopo quasi un anno, in Parlamento non si è ha vista nessuna proposta concreta).

All’inizio del suo mandato, più di un anno fa, Matteo Renzi aveva promesso che avrebbe fatto del Jobs Act uno dei punti di forza del suo governo. Nei giorni scorsi, infatti, si è vantato di aver ottenuto un grande successo. “Oggi è il giorno atteso da anni. Il Jobs Act rottama i cococo, cocopro vari e scrosta le rendite di posizione dei soliti noti”, ha esultato il premier. Peccato che le sue parole, come ormai prassi usuale, non dicono proprio tutto: è vero che sono state eliminate queste figure professionali, ma restano sempre molte altre forme di precariato.
Il Jobs Act, secondo il governo, dovrebbe servire a dare flessibilità al mondo del lavoro. Flessibilità, però, che non serve: già oggi, in Italia, licenziare è più facile che in altri Paesi europei come Germania, Francia o Olanda. A dirlo non è un partito dell’opposizione, ma l'Ocse: in Italia il grado di protezione dei rapporti di lavoro, già nel 2013, risultava inferiore a quello francese e analogo a quello di Germania e Spagna. E nel 1997, con il pacchetto Treu, in Italia sono state introdotte misure per consentire una maggiore flessibilità del mercato del lavoro. Flessibilità che è aumentata ancora dopo l’approvazione della legge Biagi, nel 2003, che ha previsto nuove e più flessibili forme di impiego. Nel corso degli ultimi anni la flessibilità è aumentata, ma con essa anche il numero dei disoccupati. 
Ma se non serve a ridurre la disoccupazione e a favorire la ricrescita, a cosa serve il Jobs Act? È servito alle grandi imprese che potranno licenziare (magari pagando un contentino dipendenti scomodi). È servito anche a far capire agli italiani che i sindacati non hanno più alcun peso politico.   

Ma il Jobs Act è servito anche a far comprendere a chi ancora nutrisse qualche dubbio qual è lo stato della “democrazia” in Italia. Il Jobs Act, infatti, come ormai prassi usuale non è frutto del lavoro del Parlamento, ma di decisioni prese unilateralmente dal Governo (cosa che dovrebbe avvenire solo in casi eccezionali, come pestilenze e guerre). Governo che ha redatto la nuova norma senza tenere conto dei suggerimenti dei due rami del Parlamento: neanche quelli proposti da membri dello stesso partito del premier, il Pd.

Ma non basta. Il Governo non ha voluto ascoltare nemmeno il parere delle commissioni di Camera e Senato. È stata la stessa Presidente della Camera, Laura Boldrini, a farlo notare: "Ci sono stati anche dei pareri non favorevoli da parte delle commissioni di Camera e Senato e forse sarebbe stato opportuno tenerli nel dovuto conto".

Una decisione che non è stata gradita neanche ad alcuni deputati del Pd: "Non tenendo in alcun conto il parere delle commissioni Lavoro sul decreto attuativo del Jobs Act sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti e ai licenziamenti collettivi, il Governo ha nei fatti preso in giro il Parlamento, umiliando deputati e senatori che, in queste settimane, si sono impegnati per migliorare il testo dell'esecutivo e per renderlo coerente con gli indirizzi della originaria legge delega: un atteggiamento ingiustificato e ingiustificabile".

Ma non è finita: molti giornali hanno parlato di “approvazione”. E basta. Hanno dimenticato di aggiungere che ad approvare la legge non è stato il Parlamento, ma il Consiglio dei Ministri. Ovvero un gruppo di persone delle quali nessuna “eletta” democraticamente, ma semplicemente “nomiate” non si sa in base a quali criteri.
Renzi, naturalmente, si è vantato del successo. Ma ha dimenticato che il risultato raggiunto nei giorni scorsi è solo il primo passo del percorso legislativo della nuova norma. Un percorso per niente scontato: negli ultimi anni, infatti, la Corte Costituzionale è intervenuta decine e decine di volte e ha dichiarato incostituzionali norme di cui i governi  in carica si erano vantati. E quando non l’ha fatto la Corte Costituzionale lo hanno fatto i cittadini. Come nel caso del sistema elettorale denominato, non a caso, “Porcellum”. Anche  quello  è stato un vanto per il governo in carica. E anche quello è stato dichiarato incostituzionale dopo una lunga lotta condotta da un coscienzioso cittadino. Tutto questo Renzi dovrebbe saperlo bene: il mandato gli è stato conferito da un Presidente nominato da un Parlamento eletto con un sistema elettorale incostituzionale.

Lo stesso Parlamento che a breve sarà chiamato a ratificare il Jobs Act, una norma che, secondo molti, non servirà affatto a risolvere i problemi dell’Italia.

 

 

 

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