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‘Libertà di stampa’ e contributi ai giornali: e gli italiani pagano!

di C. Alessandro Mauceri

Nonostante la pioggia di contributi ai giornali e periodici cartacei, l’Italia rimane tra gli ultimi posti nella libertà d’informazione. L’ombra del governo Renzi che punta a mettere sotto controllo anche questo settore 

Con cadenza quasi ciclica (e, per questo, preoccupante) si torna a parlare del problema dei contributi e degli aiuti all’editoria e, in modo particolare, ai giornali. Di solito, se ne discute in occasione della chiusura di giornali famosi o di partito. Come nel caso de L’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, che a febbraio ha chiuso battenti dopo 90 anni di pubblicazioni. Pochi mesi fa era stata la volta della Padania, il giornale della Lega Nord, che ha sospeso l’attività dopo 18 anni di “onorato” lavoro. Due giornali molto diversi tra loro, ma legati, almeno stando a quanto dichiarato dagli editori, dalla insufficienza di fondi per sopravvivere. Proprio come il Foglio, il giornale di Giuliano Ferrara, la cui vicenda sarebbe addirittura finita davanti alla Commissione Cultura della Camera dei Deputati.

Il Foglio, stando alla ricostruzione del Fatto Quotidiano, dal 1997 al 2013 avrebbe percepito oltre 50 milioni di euro di contributi (50.899.407,39 per l’esattezza), soldi che avrebbero potuto essere utilizzati per creare decine, anzi centinaia di imprese, ma che, invece, non sono finiti al Foglio.

La “questione” dei finanziamenti pubblici all’editoria è da sempre complessa. Esistono diverse forme di aiuti ai giornali: diretti, indiretti o tutti e due insieme. In Italia (ma, come vedremo, anche all’estero) giornali e periodici possono ricevere aiuti, prima di tutto, in modo “diretto”. A beneficiare di questi aiuti sono tre tipologie di giornali: i giornali “politici”, quelli delle cooperative/società di giornalisti e quelli delle minoranze linguistiche o che fanno riferimento a ‘enti morali’, come, ad esempio, quelli destinati alle comunità italiane all’estero. Aiuti spesso destinati non ad un servizio per la popolazione o a favore dell’imprenditorialità ma, indirettamente, ai partiti politici. Come nel caso de L’Unità, giornale storicamente di sinistra, che nel 2013 ha ricevuto 3.615.894,65 di euro di aiuti. O come Avvenire che ha ricevuto 4.355.324,42 euro, o Il Manifesto (2.712.406,23). Anche la Padania, stando ai calcoli del Foglio Quotidiano, avrebbe ricevuto tanti soldi: ben 61 milioni 226 mila 442 euro. E molti altri come loro.

Non si capisce come mai e, soprattutto “perché”, testate oggettivamente poco famose, come DOLOMITEN (908.640,84) o PRIMORSKI DNEVNIK (837.692,13), abbiano ricevuto, quasi un milione di euro di finanziamenti. Soldi, però, che molte volte finiscono nelle mani dei partiti o degli imprenditori per i quali esistono “tanti conflitti d’interesse”, come ha detto Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine dei giornalisti, in un’audizione alla commissione Cultura alla Camera: “Gli editori tengono a sottolineare i bilanci in rosso delle loro aziende editoriali, ma sorvolano sui bilanci positivi delle altre che controllano e che traggono beneficio dai mezzi di comunicazioni di cui sono proprietari”. Nonostante questi “aiuti” alcuni di questi giornali non riescono sopravvivere.

Per contro, come ha riportato L’Espresso, “la maggioranza dei quotidiani italiani, che rappresenta il 90 per cento del totale delle copie diffuse in Italia, non riceve contributi diretti” e “solo il 10 per cento delle copie diffuse, attualmente percepisce un contributo pubblico”.

Per scoprire l’arcano mistero forse è bene leggere con attenzione quanto previsto dalle leggi sull’editoria. A cominciare dalla legge n.103 del 16.07.2012. Per beneficiare dei contributi diretti una “testata” deve essere “venduta” nella misura di almeno il 25% delle copie distribuite per le testate nazionali (in almeno tre regioni) e nella misura di almeno il 35% delle copie per le testate locali. Le caratteristiche richieste a un giornale o ad un periodico per beneficiare degli aiuti di Stato, però, non finiscono qui: proprietari della testata devono essere cooperative editrici composte da giornalisti, poligrafici, grafici editoriali, etc. oppure imprese editrici con almeno cinque dipendenti (tre se invece di quotidiani ad essere pubblicati sono periodici), con prevalenza di giornalisti. Anche il numero dei lettori è un parametro che rientra nel calcolo per beneficiare degli aiuti. Ma anche gli stipendi percepiti dai giornalisti e dal direttore, il numero di autori assunti con contratto a tempo indeterminato e molti altri.

Dopo aver letto con attenzione la legge, i dubbi non sembrano essere diminuiti anzi, semmai, sono aumentati: ad esempio, quanti possono essere gli Italiani all’estero che hanno stretto tra le mani, almeno una volta, giornali come Lucchesi nel mondo o Il santo dei miracoli o Sette giorni pubblicato in Romania o ancora Out of Italy in Kenya?  Sarebbe davvero molto interessante saperlo dato che si tratta di periodici che, nonostante siano diffusi all’estero e nella maggior parte dei casi anche editi fuori dal nostro Paese, in Italia non si fanno mancare contributi pubblici. E non pochi spiccioli: “Per la concessione dei contributi a favore dei periodici pubblicati all’estero”, sono stati concessi aiuti economici diretti per ben otto milioni di euro.

Molti di più sono quelli concessi ai giornali che operano sul territorio nazionale e a quelli di partito. Soldi, quelli destinati ai giornali che, a volte vengono utilizzati in modo “poco corretto”. Da accertamenti condotti nel 2013 dai Nuclei Speciali della Guardia di Finanza con la collaborazione di Agcom, sarebbero emerse irregolarità per milioni di euro relative ai contributi percepiti da società editrici e testate giornalistiche con alle spalle politici di primo piano.

Ma gli aiuti diretti non sono i soli ricevuti dai giornali: a questi si aggiungono i cosiddetti “aiuti indiretti”. Come la riduzione dell’Iva. Mentre la gran parte degli italiani viene tartassata con costanti aumenti dell’Imposta sul valore aggiunto (nel giro di pochi anni è passata dal 18 al 22 per cento e già si parla di ulteriori aumenti), i prodotti “stampabili” che indicano il prezzo di vendita in copertina godono di un regime fiscale agevolato, del 4 per cento, su una parte delle copie stampate. Un regime detto “monofase”. In altre parole, l’imposta viene corrisposta dall’editore una sola volta e solo per una percentuale limitata delle copie (tra il 20 e il 30%). Non solo, ma sempre grazie a questa legge tutti i soggetti che intervengono nei passaggi successivi (distributori, commercianti, rivenditori etc.) restano esonerati dall’imposta. Un aiutino non da poco.

Ancora. La vecchia legge (quella del 2003) prevedeva anche delle agevolazioni postali per la spedizione degli abbonamenti. Successivamente questi aiuti indiretti all’editoria sono stati soppressi, ma i rimborsi del Dipartimento per l’informazione e l’editoria a Poste Italiane non si sarebbero ancora estinti.

Soldi, aiuti, contributi e quant’altro che gravano sulle tasche degli italiani. Nel 2010, gli aiuti diretti per l’editoria ammontavano a 150 milioni di euro, poi ridotti, nel 2012, a 80 miliardi e a 52 miliardi, nel 2013. Quindi, durante il governo Letta (quello che ha promesso di togliere gli aiuti ai partiti politici a partire dal 2017 ma, intanto, ha trovato il modo di fargliene avere altri e subito), un altro balzo in avanti. È bastato un articoletto (il 167) inserito nella Legge di stabilità, per introdurre il ‘Fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria’ e dotarlo di altri 120 milioni di euro (da ripartire in tre anni: 50 milioni per il 2014, 40 milioni per il 2015 e 30 milioni per il 2016). Per questo Renzi, il 30 settembre 2014, ha presentato in Parlamento il cosiddetto “decreto Lotti” (dal nome del sottosegretario Luca Lotti). Pare, però, che lo abbia fatto di malavoglia. Rispondendo in Aula a Montecitorio ad un question time, presentato dal senatore Sergio Pizzolante del Nuovo centrodestra, il “nuovo che avanza” ha confermato la propria intenzione di cambiare anche questo (tra poco in Italia non resterà niente che Renzi non abbia modificato a proprio piacimento). Secondo il premier, visto che, secondo lui, in nessun altro Paese del mondo c’è un livello così alto di intervento statale come in Italia, anche i criteri generali di finanziamento all’editoria dovrebbero essere modificati. L’ennesima prova che il “nuovo che avanza” intende acquisire il controllo totale del settore dell’informazione pubblica (specie considerando le dichiarazioni a proposito delle modifiche che il “governo del fare” vorrebbe apportare alla TV di Stato).

Una decisione che rischia di peggiorare un comparto, quello dell’informazione, che già oggi in Italia non è “libero”: secondo Reporters sans frontières, proprio durante il governo del “nuovo che avanza” il Belpaese è indietreggiato nella classifica basata sulla la “libertà di operare dei mezzi di informazione (pluralismo dei media, indipendenza, sicurezza, libertà dei giornalisti, contesto legislativo, istituzionale e infrastrutturale, etc.)”. E lo ha fatto compiendo un balzo indietro di ben 24 posizioni (dalla 49esima posizione alla  73esima). Oggi l’Italia si trova molto più in basso di Paesi da molti considerati arretrati o poco sviluppati e poco democratici: come il Botswana (42esimo) o il Ghana (23esimo) o il Costa Rica (16esimo).  Paesi in cui i giornali non chiudono lagnandosi di non aver ricevuto abbastanza milioni di contributi statali e dove i giornalisti non devono stare attenti a quello che scrivono a proposito dei politici spesso “proprietari” della testata per cui lavorano. 

Foto tratta da cultora.it

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