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La spending review all’italiana che colpisce il Sud

L'ultimo studio della Svimez dimostra che la spending review "all'italiana" sta massacrando il Sud Italia. Solo limitandosi al 2015 il taglio della spesa pubblica in % del Pil sarà del 6,2% al Sud, più del doppio del Centro-Nord (-2,9%). Per non parlare degli investimenti delle grandi imprese pubbliche...

I fatti sono argomenti testardi, diceva George Bernard Shaw. E, in quanto tali, non possono essere smentiti dalla retorica di regime cui ormai siamo tristemente abituati.  E i fatti dimostrano, ancora una volta che i Governi italiani continuano a considerare il Sud Italia come un'area marginale, buona per la riscossione di imposte e tributi che poi saranno investiti altrove. 

L'ennesima prova del nove è fornita dalla Svimez, l'Associazione per lo Sviluppo industriale del Mezzogiorno che, proprio qualche settimana fa, in occasione dell'anniversario dell'Unità d'Italia, parlando con lavocedinewyork.com, aveva denunciato non solo lo strabismo della politica italiana, ma anche quello dei grandi media per i quali la questione meridionale non esiste.  

Oggi gli economisti Svimez, con i soliti numeri alla mano (testardi quanto i fatti), svelano gli arcani di quella che definiscono “spending review all’italiana”.

Come è stata orchestrata questa revisione della spesa e quali effetti ha prodotto?

Il responso non lascia dubbi. Non solo al Sud si taglia molto più che al Nord, ma nella stessa area si investe molto meno che nel resto del Paese.

Solo limitandosi al 2015 il taglio della spesa pubblica in % del Pil sarà del 6,2% al Sud, più del doppio del Centro-Nord (-2,9%).  Giù anche la spesa in conto  capitale: -2,1% contro -0,8% del Centro-Nord.

Il dato è contenuto nello studio “Spending review e divari regionali in Italia” di  Adriano Giannola, Riccardo Padovani e Carmelo Petraglia che sarà pubblicato sul prossimo numero della rivista “Economia Pubblica – The Italian Journal of Public Economics”. 

Ovviamente, il problema non riguarda solo il 2015:
 
"Negli ultimi anni i tagli alle spese operati dai vari Governi hanno inciso molto più al Sud che al Centro-Nord. Nel 2013 infatti le minori spese nette hanno raggiunto il 2,7% del Pil a livello nazionale: ma se nel  Centro-Nord il taglio è stato pari al 2,2%, al Sud la riduzione ha pesato più del doppio: -4,5%”. 

“Il taglio alla spesa- spiegano gli analisti della Svimez-  penalizza il Sud soprattutto per quanto riguarda gli investimenti pubblici, la componente della spesa pubblica più colpita, e una delle componenti di domanda in grado di  stimolare la ripresa nell’economia meridionale. La spesa pubblica in conto capitale ha registrato al  Sud riduzioni da due a tre volte in più rispetto al Centro-Nord: -1,6% nel 2013 contro il -0,5%  del Centro-Nord; nel 2014 -1,9% contro -0,7% dell’altra ripartizione, arrivando nel 2015 a -2,1% al  Sud contro -0,8% del Centro-Nord”. 
 

Nulla di nuovo sotto il cielo del Sud Italia: “In dieci anni, dal 2001 al 2012, la spesa in conto capitale per le aree sottoutilizzate, fondamentale per le azioni di riequilibrio territoriale,  al Sud è scesa del 58%, passando da 16,5 a 6,9 miliardi di euro; al Centro-Nord è scesa nello stesso periodo del 10%,  calando da 3,7 a 3,3 miliardi di euro. In altri termini, i 791 euro che ogni cittadino del Mezzogiorno  riceveva nel 2001 sono scesi nel 2012 a 334, mentre i 99 euro destinati pro capite alle aree sottoutilizzate del Centro-Nord sono diventati 85 undici anni dopo”.  

Non va meglio se guardiamo agli investimenti nel settore pubblico allargato (che comprende PA ma anche società quali ENEL,  ENI, Poste italiane, Ferrovie dello Stato):  la quota è passata dal 36,5% del 2001 al 30,2% del 2012. 

“Sono proprio le politiche di spesa delle imprese pubbliche nazionali e locali a penalizzare il Sud: nel  2012, le spese d’investimento delle imprese pubbliche nazionali nel Mezzogiorno erano pari a 215  euro pro capite, contro i 318 del Centro-Nord. Nel caso delle imprese pubbliche locali, lo scarto era  ancora più ampio (62 contro 188 euro)”.

Un altro capitolo dello studio della Svimez affronta un’altra nota dolente: gli effetti delle manovre economiche effettuate dal 2010 ad oggi:
 
“Le manovre effettuate dal 2010 ad oggi dai vari Governi (il cui  valore cumulato arriva a oltre 109 miliardi di euro nel 2014) in rapporto al Pil sono pesate più nel  Mezzogiorno rispetto al Centro Nord. In particolare, il peso cumulato delle manovre sul Pil per il  2013 sarebbe del 6% a livello nazionale, ma assai differente a livello territoriale: 5,5% nelle regioni centro settentrionali e 7,8% in quelle meridionali. Stesse dinamiche negli anni successivi: per il  2014 l’impatto sul Pil è stimato al 6,5% quale risultato del 5,9% al Centro-Nord e dell’8,7% al Sud.  L’impatto delle manovre sul Pil cresce ancora nel 2015, arrivando al 6,8% a livello nazionale. Ma  se al Centro-Nord il peso sul Pil si ferma al 6%, al Sud sale fino al 9,5%”.

In definitiva, sotto l’etichetta della spending review  “si sono nascosti una serie di tagli che, soprattutto con riferimento alle spese in conto capitale,- dice la Svimez- hanno esercitato un effetto depressivo  sull’economia dell’area, amplificando i divari regionali e facendo perdere allo strumento il suo  ruolo di riequilibrio territoriale. Di qui la necessità di trasformare gli sprechi in spesa produttiva per  servizi pubblici fortemente carenti specialmente nelle aree svantaggiate del paese”. 

 

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