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L’economia siciliana è al bivio: o cambiare, o morire

Non è più possibile continuare con gli sprechi nella P.A. tra migliaia di precari, una dirigenza sovradimensionata e con gli imprenditori che temono i burocrati più della mafia

Deve esserci per forza qualcosa di sbagliato se i servizi erogati dai grandi Comuni meridionali, e in particolare da quelli della Sicilia occidentale, sono così disastrosi e costosi. La regola certo non vale per tutti, ma alcune amministrazioni virtuose non modificano un giudizio largamente condiviso. Che cosa fare allora per cambiare musica e mutare in meglio la qualità dei servizi al sud? Perché le imprese temono più l’ignavia della burocrazia che la mafia? Quali rimedi per accorciare l’immensa distanza che separa il Sud dal Nord del Paese?

La Sicilia continua a cumulare primati negativi, segni evidenti di una malattia che, invece di arretrare, avanza e corrode. Per la sanità spendiamo 200 euro annui procapite più della Lombardia e alimentiamo senza sosta i viaggi della speranza che seguono le stesse rotte migratorie dei nostri giovani: il Nord del Paese, il Nord dell’Europa. Abbiamo occupato i boschi siciliani con un esercito di 24 mila addetti, il 60% del totale nazionale, e invece di diventare blindati e immuni agli incendi ne divampa il 50% dell’Italia intera, senza che questa poderosa macchina lo impedisca o si impegni ad aumentare la superficie boschiva.

Avevamo il 60% dei formatori d’Italia senza che questo trovasse contropartita nel decollo tumultuoso di nuove attività dei giovani formati: anzi questa elementare statistica è sempre stata custodita come uno dei misteri di Fatima, qualcosa da non far sapere a un mondo non ancora pronto a conoscerla. Abbiamo il 60% dei dirigenti regionali d’Italia, 1.800 su un totale di 3.500, senza che questo si traduca in una progettazione d’avanguardia per i fondi europei e le dotazioni finanziarie ordinarie che infatti hanno un bassissimo tasso di utilizzo: come negare  a un assetato l’acqua adducendo molti cavilli invece di prestargli soccorsi prima che muoia.

Ancora: anche il consumo procapite delle medicine vede primeggiare molte regioni meridionali come se la ricchezza di un’area geografica assicurasse una maggiore protezione contro le malattie (o la truffa). La maggiore disoccupazione femminile, giovanile e adulta si concentra al Sud e in Sicilia. Le città più sporche sono al Sud, e in Sicilia in particolare; la minore dotazione procapite di verde pubblico è al Sud, e in Sicilia in particolar modo. La peggiore tenuta dei parchi e del verde è al Sud, e in Sicilia in particolare. Per non parlare dei trasporti, dell’industria manifatturiera, di quella dell’ospitalità, delle incompiute pubbliche, vere rapine all’Erario e ai cittadini consumate attraverso il non utilizzo e spesso la conseguente devastazione del bene pubblico realizzato a suon di milioni di euro senza che nessuno paghi mai per il colpevole ritardo.

Negli anni ‘60 si pensava di colmare il gap di sviluppo del Sud riversando fiumi di denaro che, invece di irrigare e rendere fertile la produzione diffusa e fare decollare un’economia autonoma, si sono riversati come uragani su alcune zone di territorio devastandolo. Gela, Milazzo, Priolo sono la testimonianza deforme di una dislocazione di produzioni pericolose spacciato per sviluppo. A questo si aggiunga l’ingordigia degli amministratori del tempo e la prepotente presenza di una mafia in ascesa e avremo la miscela velenosa che ha impedito alla Sicilia di seguire un percorso come quello veneto.

Già, il Veneto. Una regione che gareggiava nel dopoguerra con la Sicilia a ingrossare le fila dell’emigrazione si è trasformata in pochi decenni in una delle zone più ricche del Paese. In Veneto i contadini espulsi dall’agricoltura si riciclarono in piccoli artigiani fondando attività che prosperano ancora oggi. In Sicilia e nel Meridione questa transizione non è avvenuta, l’agricoltura ha perso con più lentezza addetti che, invece di trasformarsi in piccoli imprenditori, sono andati a ingrossare le file degli operai in industrie sterili, di un precariato in rapidissima espansione e di una burocrazia immensa e improduttiva.

Dove cominciare per invertire quella che sembra una biblica condanna ed è invece il risultato dell’opera di uomini che odiano la loro terra e idolatrano i loro privilegi? Innanzi tutto una rilevante cura dimagrante degli apparati burocratici, un arretramento rapido e definitivo dalla gestione dei servizi pubblici, un’erogazione di incentivi alle imprese e di risorse per formare i giovani, semplici e automatiche senza le vie crucis della ricerca di protezioni. Stiamo parlando di operazioni non difficili che in Sicilia sono viste alla stessa stregua di pericolosi sovvertimenti.

Per una terra che ha conosciuto solo ribellioni e mai rivoluzioni è davvero un’ardua impresa compiere passi in questa direzione, ma gli spazi per le furberie sono oramai ridotti, cambiare o morire è il dilemma posto di fronte ai siciliani.

 

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