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Nell’inferno delle miniere di giada in Cina, Corea e Myanmar dove i minatori sono schiavi e drogati

di C. Alessandro Mauceri

Le pietre verdi o bianco latte che valgono più dell’oro sono macchiate dal rosso del sangue dei minatori-schiavi. Per farli lavorare nelle miniere di giada li rendono dipendenti dalle droghe

Pochi di quelli che comprano un manufatto di giada pensano a ciò che ruota dietro al mondo della pietra verde. I più pensano alla lucentezza o ai riflessi di questo minerale. In Cina si pensa che possa allontanare il malocchio e che abbia poteri curativi. Su un testo cinese del sedicesimo secolo è riportato che “se si sfrega ogni giorno con della giada l'area attorno a una ferita, non rimarrà alcuna cicatrice e, se la giada viene macinata fine come i semi di sesamo e poi ingerita, i dolori muscolari e del torace scompariranno e il cuore, il fegato, la milza, i polmoni e i reni funzioneranno tutti meglio” (e per confermarlo sono stati fatti degli studi presso l'Università di Taejŏn). In Corea la giada è simbolo di ricchezza e di prosperità. Infatti la si regala, in segno di buon auspicio, ai nuovi nati.

È per questo che, in molti Paesi orientali, ma anche in Occidente il mercato della giada è sempre più florido: di recente, durante una manifestazione di gioielli (Shanghai World Jewellery Expo), alcuni pezzi di giada sono stati valutati a più di 160 dollari il grammo. Molto più dell’oro. Un proverbio cinese dice: “L’oro è di valore, ma la giada è senza prezzo”.

Ma la giada un prezzo ce l’ha: un prezzo di sangue e di vite umane di cui nessuno parla giada 1né, tanto meno, scrive. Oggi la giada si estrae quasi esclusivamente in tre Paesi: in Cina, in Corea e in Myanmar (l’ex Birmania). È soprattutto in quest’ultimo Paese, nella regione del Kachin, una zona montagnosa e inospitale a ridosso della regione cinese dello Yunnan, che si trova la maggior parte di miniere di giada. Si tratta di una zona tremendamente difficile da raggiungere: le vie non portano fino alle miniere e a i centri di raccolta. Ad un certo punto, le strade scompaiono nella foresta e comincia l’inferno. Un inferno nel quale sono ammessi soltanto i minatori, le guardie armate e, ovviamente, gli acquirenti cinesi.

Non è molto diversa la situazione in Cina, sui monti Kunlun: qui le miniere più importanti si trovano in cima alla Valle del Bue Selvatico, a circa 5.000 metri di altezza. Sono state scavate nelle nevi perenni del ghiacciaio dove il sole è così accecante che non è facile tenere gli occhi aperti. Dentro le miniere, però, è tutto buio. È qui che lavora la maggior parte dei minatori. Anche in Corea si estrae la giada, nella regione Ch'unch'ŏn. Una giada particolare dal colore bianco latte, estremamente rara e preziosa e, secondo alcuni, dotata di poteri curativi eccezionali (sopra, a destra, una pietra di giada dal classico colore verde; sotto, a sinistra, la rara giada coreana dal colore bianco latte). 

Non è un caso se la maggior parte delle miniere di giada si trova in zone inaccessibili: spesso l’estrazione e il commercio di questo minerale avvengono al di fuori di ogni legge e dei normali canali commerciali. Quasi la metà della giada estratta in Myanmar finisce in Cina e, molto spesso, sul mercato nero. Un giro d’affari di miliardi di dollari. Secondo i dati dell’Ash Center dell’Università di Harvard, le vendite totali, solo nel 2011, hanno raggiunto gli otto miliardi di dollari, un sesto di tutto il Pil (Prodotto interno lordo) della Birmania.

Di questi soldi, però, nelle ‘casse’ del Myanmar non rimane nulla: la maggior parte finisce nelle tasche degli imprenditori cinesi e delle bande armate che impongo alle compagnie minerarie il ‘pizzo’ per estrarre il minerale “senza intoppi” e che gestiscono i traffico di droga.

È in centri minerari come questi che i lavoratori delle miniere vengono trattati in modogiada 2 disumano. Poco o niente dei soldi che paga chi compra un oggetto di giada viene utilizzato per remunerare chi effettivamente lavora in condizioni disumane nelle miniere. Chi ha potuto raggiungere queste zone (pochi, anzi pochissimi giornalisti e sempre sotto copertura), racconta che i minatori lavorano in condizioni di semischiavitù. È qui che migliaia di persone passano la loro breve vita a scavare con mezzi rudimentali; l’unica pausa è per (poche) ore di sonno e per la droga.

Droga e giada da molti, troppi anni costituiscono un binomio inscindibile. Spesso i lavoratori  vengono invogliati (la prima “dose”, di solito, viene data gratis) a far uso di droghe per poter sopportare i turni di lavoro massacranti. Droghe come l’eroina, le metanfetamine e l’oppio (non a caso il Myanmar è uno dei maggiori produttori di quest’ultimo, dopo l’Afganistan). In breve diventano tossicodipendenti e lavorano non in cambio di un salario (per basso che sia), ma solo per poter ricevere la loro “dose”. E continuano così fino alla morte.

Anche Al Jazeera ha denunciato che il 75% dei minatori è tossicodipendente. I campi in cui si raccolgono i minatori per drogarsi o per dormire tra un turno e l’altro sono pieni di cumuli di siringhe e le condizioni igieniche sono spaventose. Le conseguenze per la salute sono facilmente prevedibili: secondo i dati del World Health Organization, più del 30% di chi assume droghe da iniettare, a Myitkyina, una delle sedi di estrazione, contrae il virus dell’HIV e i morti per overdose non si contano più. Non è possibile neanche tenere la conta dei morti: spesso i cadaveri vengono nascosti nei boschi vicini alle miniere; non esistono “contratti” o “registri” dai quali si possa, anche sommariamente dedurre dati attendibili.

Che il mondo della giada sia questo non è una novità. Le stesse autorità hanno dichiarato di conoscere questo stato di cose: in una recente intervista al New York Times, Yang Houlan, ambasciatore cinese in Myanmar, ha dichiarato che imprenditori e uomini d’affari cinesi violano regolarmente e sistematicamente le leggi birmane: “Oltrepassano il confine per estrarre o contrabbandare la giada”.

Eppure nessuno fa niente per fermare questo stato di cose. Il motivo è semplice: il mercato della  giada è un mercato maledettamente prospero. Solo nell'ultimo trimestre dello scorso anno i proventi nel settore delle esportazioni di giada in Myanmar sono cresciuti del 30% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. E l’intero giro d’affari legato all’estrazione di giada, secondo alcune stime, si aggira in circa ottomiliardi di dollari. Vale a dire circa un decimo dell’intero Pil del Paese.

Ma di questi affari sul Pil della Birmania non resta traccia. Del resto, come potrebbe? Tutto avviene in luoghi dove le autorità birmane (come del resto quelle cinesi, in alcune zone minerarie oltre i monti che separano i due Paesi) non osano avventurarsi.  

Posti di cui si conosce l’esistenza solo quando i minerali scavati dagli schiavi della droga e della giada finiscono nelle vetrine delle gioiellerie della Cina e del resto del mondo. Dove i compratori sono estasiati per la trasparenza della giada e alcuni di loro si illudono che possa avere proprietà curative o che possa portare fortuna. A nessuno di loro importa sapere che quelle pietre verdi (o bianco latte, come nel caso unico della giada coreana) sono macchiate di rosso: il rosso del sangue di migliaia di persone che vivono come schiavi nell’inferno delle miniere da cui si estrae la giada. 

Foto tratta da asianews.it

 

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