Cerca

EconomiaEconomia

Gli Cfc (Certificati di credito fiscale) per uscire dall’euro-trappola

Ora che anche i difensori più coriacei dell'euro si stanno rendendo conto del fallimento della moneta unica è arrivato il momento di pensare a un’alternativa. Il primo passo potrebbe essere rappresentato dagli Cfc (Certificati di credito fiscale)

Non credo ci sia ancora in circolazione una persona sana di mente che difenda a spada tratta l’eurosistema, a parte Mario Draghi che deve farlo per contratto. Le persone, i politici, che negli anni ci hanno spiegato che il problema “non era l’euro”, ma, di volta in volta, l’Italia, con la sua mafia-corruzione-burocrazia, oppure Berlusconi, o la Grecia, con la loro proverbiale voglia di far nulla, l’Irlanda, con i suoi errori, la Spagna con la sua bolla immobiliare, etc. etc. oggi ammettono, di fronte all’evidenza, che qualcosa è andato storto, molto storto. In epistemologia queste sono chiamate le “ipotesi secondarie”. Quando una teoria non funziona, per difenderla si può sempre aggiungere un’ipotesi secondaria. Ma quando le ipotesi secondarie sono troppe la teoria da “scientifica” degrada a “metafisica”, cioè non più dimostrabile, né falsificabile. A quel punto o ci credi per fede o la butti via.

Per quanto si cerchi di fare moralismo è evidente che ci deve essere qualcosa di strutturale, di molto forte, un errore gravissimo, per il quale ovviamente non pagherà mai nessuno. Un fallimento colossale, uno dei più clamorosi nell’intera storia monetaria dell’umanità. Ma i difensori di ieri, oggi hanno un buon argomento: sì, è vero, abbiamo preso l’aereo sbagliato, ma non possiamo più uscirne perché siamo in volo. Che importa se l’ingresso nell’euro è stato un errore clamoroso? Ormai “non c’è più niente da fare”. E se usciamo ci troviamo con un pugno di mosche in mano, a frugare tra l’immondizia, con un’inflazione del 40% e simili amenità, indimostrate ed indimostrabili, ma che sono sufficienti per gettare nel panico la già spaventata opinione pubblica europea.

In effetti, per amore di verità, nessuno sa come “si esce” dall’euro. Semplicemente non è previsto dai trattati. Ciò non significa che sia “impossibile”. A un certo punto il fatto può sempre superare il diritto. Ma si va – per citare Draghi – in “acque inesplorate”. E, in ogni caso, nessuno può dire che il processo sia “indolore”. Un prezzo da pagare ci sarà, e potrebbe essere anche molto alto.

Perché l’euro non funziona? Cerchiamo di spiegarlo ai nostri lettori in maniera ultrasemplificata. Se un sistema economicamente non omogeneo (come anche gli Usa sono) adotta una moneta unica, allora l’effetto è uguale a quello di bloccare i tassi di cambio tra due Paesi in squilibrio commerciale. Il Paese più forte vedrà migliorare sempre più la propria bilancia commerciale, diventando ancora più forte. Per un certo tempo il debole potrà indebitarsi, ma poi, dovendo pagare i debiti, non avrà più come fare, dovrà “vendere tutto”, sin anche se stesso. Il sistema può però funzionare a due condizioni (come negli Usa): una è la perfetta mobilità dei fattori (ad esempio la facilità di spostamento delle risorse umane), l’altra è la funzione fiscale compensativa dello Stato (o dell’Unione di Stati) che prende “ai ricchi” per redistribuire “ai poveri”, in una parola l’unità fiscale del sistema. L’assurdo dell’eurozona è che si è voluta creare un’unione monetaria tra Paesi squilibrati in assenza di unione fiscale e con una strutturale barriera, non ultima quella linguistica, alla piena mobilità dei fattori produttivi. Il risultato è che il sistema fatalmente prima o poi salta.

Le tensioni si sono scatenate sulla Grecia (e su Cipro) perché erano gli anelli più deboli della catena, ma con questo principio, se si andasse fino in fondo, si arriverebbe a deindustrializzare l’Olanda a favore della Germania. Il sistema quindi è intrinsecamente insostenibile. La soluzione prospettata, cioè quella del rigore nei conti pubblici è semplicemente controproducente. L’austerità riduce anche gli investimenti, e con questi la produttività dei Paesi che ne sono colpiti, aumentando il divario con i Paesi forti. In pratica, l’unica soluzione è quella di farsi sbranare pezzo a pezzo, sino alla fine. Una “soluzione” evidentemente impossibile.

Un’altra soluzione, perfettamente compatibile con i trattati, è quella di trasformare, poco a poco, la moneta unica, in moneta soltanto comune. La moneta “comune”, come era l’Ecu di una volta, può essere un fattore di forza nel mondo. Quella “unica” un elemento di distruzione dell’economia e, vista l’importanza dell’Europa per il mondo intero, un fattore di distruzione dell’economia mondiale che va fermato al più presto possibile.

Questa soluzione può essere ottenuta per mezzo dell’emissione di Cfc (Certificati di credito fiscale) secondo il manifesto elaborato da Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Luciano Gallino, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini.

Cosa sono i Ccf e perché rappresentano una sorta di “uovo di colombo”? I Certificati di credito fiscale sono in sé titoli, teoricamente di debito, ma di un debito molto “sui generis” che debito non è. Come in un’analoga idea che il sottoscritto e Biagio Bossone avevano elaborato per la sola Sicilia qualche tempo fa, questo “debito” infatti è privo di interessi, a tempo indeterminato ed irredimibile. Esso non dà dunque ai titolari diritto di pretendere euro dallo Stato ma, ad una certa scadenza (esempio due anni), a poter compensare con esso i propri debiti tributari. Esso quindi nella sostanza non è un vero debito, ma una sorta di moneta complementare parallela all’euro.

Non viene utilizzato per i pagamenti normali (stipendi, pensioni, per quelli lo Stato ce la fa da solo), ma per dare “finanziamenti aggiuntivi al sistema”, iniettando liquidità con la quale si spezza la spirale dell’austerità, e il suo valore è garantito in parità con l’euro alla scadenza iniziale della loro possibilità di utilizzo. Il Ccf quindi inietta liquidità al sistema senza creare debito e senza violare i trattati o altre norme europee (i suddetti economisti mi hanno chiesto uno studio specifico su questo punto e in qualche modo l’ho portato a termine dimostrando che tale pratica non è affatto vietata da alcuna norma).

Perché i beneficiari dovrebbero accettarlo? Perché un titolo con cui posso, in sostanza, pagare le tasse, è “buono” come la moneta: posso utilizzarlo per le liquidazioni periodiche dell’Iva o per la Tari. E quindi, anche prima della scadenza, esso potrà essere utilizzato, con uno sconto sul valore nominale che sarà definito dal mercato, e quindi sopperire alla drammatica mancanza di liquidità che affligge la domanda interna. Esso non è moneta in senso proprio. Nessuno può imporne l’accettazione ad altri. Ma certamente diventerebbe uno strumento fiduciario accettato da tutti, per la sua estrema fungibilità, e che, al contempo, farebbe crollare la disoccupazione e il debito pubblico in un colpo solo.

I Ccf emancipano i Paesi deboli dalla dittatura del marco e le “riforme” da fare sarebbero a quel punto quelle vere, non la chiusura di scuole e ospedali, o l’abbattimento delle pensioni, o la svendita delle infrastrutture nazionali.

I Ccf non sono “patacones” come quelli che forse va ad emettere un disperato Varoufakis, perché sarebbero garantiti dallo Stato senza al contempo promettere alcuna convertibilità diretta. Quindi intrinsecamente stabili. Non sarebbero nemmeno emissibili in modo illimitato, perché il “minor gettito” dovuto al loro utilizzo tempererebbe i vantaggi del “maggior gettito” dovuto all’espansione interna.

I Ccf possono essere introdotte anche in modo differenziato e specifico per le aree interne a ritardato sviluppo. L’Italia, oltre al Ccf nazionale, potrebbe emetterne uno specifico per il Sud e dotare le sue due grandi Isole, di analoghi strumenti, nelle proporzioni delle rispettive economie naturalmente. In altri termini, si risolverebbe la sempiterna “Questione meridionale”.

È una “moneta fiscale” che raggiunge i propri obiettivi; ha diversi precedenti storici che hanno tutti regolarmente funzionato (come funziona sempre ogni emissione che parta dallo Stato senza debito) ed è anche politicamente “neutrale” rispetto al tema dell’integrazione europea.

Buona per chi crede nell’Europa, perché a quel punto l’euro cesserebbe di essere insostenibile. Buona per chi vuol tornare alle valute nazionali, perché il Ccf potrebbe costituirne il primo nucleo, senza bisogni di salti nel vuoto. “Non buona” per chi pensava di far svendere proprietà nazionali e diritti delle persone, perché in tal modo non ce n’è più bisogno. Ci sarà in Italia una forza politica lungimirante in grado di raccogliere questa idea positiva? In fondo converrebbe anche alla politica: finalmente potrebbero dare qualche risposta concreta a qualcuno e non solo chiacchiere a volontà.

 

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter