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La disuguaglianza è una scelta politica, soprattuto in America. Parola di Joseph Stiglitz

Al Festival dell'Economia di Trento, Joseph Stiglitz, economista premio Nobel, ha criticato il sistema capitalistico e spiegato che alle radici della diseguaglianza ci sono precise scelte politiche basate sul falso assunto che la società intera benefici dell'arricchimento dei già ricchi 

 

Il festival dell'Economia di Trento, che la Voce di New York segue ormai da tre anni, si è aperto con un relatore d'eccezione, Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l'economia nel 2001, docente alla Columbia University, già vicepresidente della Banca Mondiale e stretto collaboratore della presidenza Clinton. Una voce, quella del Prof. della Columbia University, da tempo critica nei confronti degli effetti perversi dell'economia globale, che ben si sposa con il tema scelto per questa decima edizione del festival trentino: mobilità sociale.

Nobile concetto, quello della mobilità sociale, in grado di coniugare equità e sviluppo economico. Concetto però problematico: basti pensare alla chiusura che l'Europa sta manifestando nei confronti dei migranti, anch'essi legittimi portatori di una fortissima esigenza di mobilità ad un tempo sociale e geografica. 

Introdotto da Tito Boeri, responsabile scientifico fin dalla prima edizione dell'evento, e nel frattempo divenuto presidente dell'INPS, Stiglitz, senza dubbio uno degli economisti contemporanei più influenti, è partito da alcuni assunti: gli Stati Uniti sono diventati uno dei paesi più disuguali del mondo. Anche l’uguaglianza delle opportunità — nonostante il "mito americano", formatosi negli anni delle grandi migrazioni dall'Europa — è oggi più lontana che in altri paesi avanzati. Il mercato ha giocato un ruolo importante in queste dinamiche, ma la politica non ha fatto nulla per impedire l'allargarsi della "grande frattura" (dal titolo del suo ultimo libro) fra ricchi e poveri.

Perché questo interesse di Stiglitz per la disuguaglianza? La risposta l'ha fornita luis tesso nel suo discorso che riportiamo qui integralmente.

"Sono nato nell'Indiana a Gary, una città con una gloriosa tradizione industriale, che risale ai primi del '900. Crescendo ho visto attorno a me fortissime disugalianza e discriminazione razziale. Succedeva di frequente che le famiglie perdessero il lavoro a causa delle crisi e dei conflitti, degli scioperi. Non mi ero reso conto che quella in realtà  era la golden age del capitalismo, parlo degli anni '50 e '60. Così, ho cominciato a chiedermi come mai nel paese più ricco del mondo c'erano disuguaglianze così forti. Molto economisti pensavano in realtà che fosse sbagliato parlare di disuguaglianze. E sono stati anche molto ascoltati, visto che oggi gli USA sono il paese più diseguale, fra quelli industrializzati, sotto tutti i profili: reddito, patrimonio, istruzione, ma anche salute, aspettative di vita, persino accesso alla giustizia. Se uno è indigente oggi non avrà giustizia negli Stati Uniti.

Molti paesi oggi cercano di imitare gli Stati Uniti; il risultato è che stanno raggiungendo gli stessi livelli di disuguaglianza. L'Inghilterra è il discepolo più bravo, ma l'Italia non è molto lontana. All'estremo opposto ci sono i paesi scandinavi.

Oggi l'1% della popolazione detiene circa il 25% del reddito, e negli ultimi 30 anni questa proporzione è cresciuta di 3-4 volte. C'è chi sostiene che non ci si deve preoccupare di chi sta al top, perché i benefici discenderanno a cascata anche sui poveri e sulla classe media. Alcuni dei sostenitori di questa tesi tengono la loro ricchezza alle isole Cayman. Ma ciò che conta è che le cose non stanno così: chi sta in fondo alla scala sociale oggi sta peggio. In 40 anni i redditi medi sono rimasti pressoché invariati ma i salari reali minimi sono oggi più bassi anche rispetto a circa 60 anni fa. Questo spiega perché oggi negli USA c'è ad esempio un forte movimento politico che spinge per aumentare i salari minimi. 

La disparità di reddito determina anche disparità nelle opportunità. Ciò si potrebbe compensare ad esempio con una buona istruzione pubblica ma negli Stati Uniti ciò non succede.

Insomma, l'effetto a cascata non funziona. Anche Obama ha cercato di applicare questo modello economico, mentre io ho sempre cercato di fermarlo. L'idea di base era che bisognasse dare un sacco di soldi alle banche, e poi tutti ne avrebbero beneficiato. Io sostenevo invece che bisognasse aiutare i milioni di americani che si erano indebitati per la casa. Obama non l'ha fatto, e neanche la Fed. 

Negli anni '20-'40 in effetti vi erano delle evidenze del fatto che quando l'economia cresceva inizialmente a beneficiarne erano soprattutto i ricchi, ma poi col tempo i benefici si diffondevano nella società. Ma dagli anni '80 ciò è cambiato. Perché? Una tesi è che la disuguaglianza è una caratteristica intrinseca dell'economia capitalista. Una tesi alternativa è che, ad esempio, il cambiamento registratosi dalla presidenza Reagan in poi è stato determinato da precise scelte politiche, in primis l'abbassamento delle tassazioni e la liberalizzazione progressiva dell'economia. Reagan con le sue politiche ha quindi aumentato il livello delle disuguaglianze, anche più di quanto sperasse. Le altre previsioni, riguardanti i benefici a cascata sui ceti sociali meno abbienti, si sono rivelate sbagliate. Il 90% di chi sta più in basso non ha visto nessuna crescita di reddito a partire dalla presidenza Reagan. 

Io credo nella seconda tesi, credo cioè che la crescita della disuguaglianza non sia una conseguenza intrinseca del capitalismo, ma sia un prodotto di precise politiche. Sono le scelte degli stati e degli organismi internazionali che generano o accentuano la disuguaglianza.

Oggi c'è anche chi cerca di riscrivere le regole. Il Rosenberg Institute ha pubblicato un report che vale non solo per l'economia americana, Un'agenda per la crescita e la prosperità condivisa. C'è stata quindi una grande conferenza a Washington, dove abbiamo cercato di spingere queste idee. 

Attenzione, il messaggio che lancio anche nel mio libro è che non è vero che per avere più uguaglianza dobbiamo accettare un rallentamento dell'economia. Oggi anche il Fondo monetario internazionale sembra essersene accorto. Anche l'FMI ora comincia a dire che la crescita della disuguaglianza, con la conseguente compressione delle opportunità delle persone appartenenti ai ceti medi e bassi, si traduce in uno spreco enorme di risorse umane. Ci sono economie oggi che crescono più di quella statunitense, pur essendo partite da più in basso, perché hanno fatto scelte diverse, che vanno nella direzione di abbassare i livelli di ineguaglianza nella società".

 

Molti eventi del Festival dell'Economia di Trento, che durerà fino a martedì 2 giugno, possono essere seguiti in streaming sul sito del festival. 

 

 

 

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