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Economia: l’Italia è ormai una ‘colonia’ cinese (Bank of China). Ma qualcuno ha avvertito gli italiani?

di C. Alessandro Mauceri

Il bello è che, nel proprio Paese, i cinesi sono contrari alle liberalizzazioni. Ma che all’estero - e soprattutto in Italia - hanno fatto man bassa di azioni di alcune delle più importanti aziende statali o parastatali. Il ruolo della Bank of China. E la politica? Gli unici a parlare sono i grillini

Da anni ormai (più o meno da quando è cominciata la crisi economica), si susseguono gli acquisti di fette rilevanti di aziende italiane da parte di investitori esteri, per la maggior parte cinesi. Marchi storici nazionali sono passati sotto il controllo straniero. Aziende che non molto tempo fa erano il vanto dell’economia nazionale come Barilla, Plasmon, Parmalat, Buitoni, Algida, Gucci, Pernigotti, Carapelli, Gancia, Star, Salumi Fiorucci, San Pellegrino, Peroni Galbani, Sasso, Invernizzi, Eridania, Bertolli, Orzo Bimbo, Chianti, Riso Scotti, Krizia (e molte altre) non sono più “italiane”. Recentemente questa moda si è diffusa anche tra le grandi società calcistiche (e i loro giri di affari miliardari). Un mondo che sebbene spesso ancora localizzato in Italia non è più “italiano”.

Un fenomeno ormai consolidato che, in questi mesi, anche grazie alla spinta dei capi della Troika (Banca centrale europea, Commissione europea e Fondo monetario internazionale) e all’incapacità di gestire la cosa comune di molti soggetti politici, ha subìto un’evoluzione pericolosa. Da qualche tempo, ad essere messe in vendita (e acquistate e controllate da soggetti esteri) sono quote di aziende pubbliche o compartecipate dallo Stato. Dopo Alitalia (finita nelle mani degli arabi) e Telecom (acquistata dagli spagnoli), anche Enel ed Eni hanno ceduto parte del proprio pacchetto azionario ai cinesi.

Il problema è che, a differenza dei casi in cui ad essere vendute sono state aziende private, questa politica potrebbe mettere a serio rischio settori di importanza primaria e spesso strategici. Un problema che era già sorto in occasione dell’assunzione del controllo della Telecom da parte di aziende spagnole: sono in molti a pensare che questa vendita comporti seri rischi che soggetti stranieri possano accedere a dati riservati nazionali (che viaggiano proprio sulle reti della compagnia dei telefoni).

Lo stesso vale per la fornitura di energia. Lo scorso anno, la State Grid Corporation of China (SGCC), controllata dal governo cinese, ha acquistato oltre il 30% della Rete Gas (per circa 2 miliardi di euro). Un accordo che è stato sottoscritto dalla Cassa Depositi e Prestiti (CDP), controllata dal Ministero dell’Economia (non a caso l’accordo è stato siglato proprio a Palazzo Chigi) e che potrebbe mettere seriamente a rischio l’autonomia energetica del Belpaese. Specie se si considera che un altro ente statale cinese, la People’s Bank of China, è azionista anche di Eni ed Enel.

Non un semplice azionista, però. Lo scorso anno la banca cinese ha varcato la soglia minima stabilita al di sopra della quale è obbligatorio comunicare alle autorità (la Consob) le quantità di azioni acquistate. Una soglia che la banca cinese ha superato, dichiarando apertamente che la sua intenzione non è semplicemente investire, ma assumere il controllo di queste aziende. In questo modo i cinesi potranno nominare amministratori nel consiglio di amministrazione di Cdp Reti, potranno proporre "il nominativo di uno o due candidati che concorrano alla gestione operativa della società" e avranno potere di veto su "alcune particolari delibere", oltre a designare persone a loro gradite nei board di Snam e Terna. Oggi circa un terzo di Cdp Reti, la holding che controlla Terna (elettricità) e Snam (gas) è nelle mani di Liu Zhenya. Lo stesso che, in Cina, si è sempre detto contrario alle liberalizzazioni, ma che all’estero non ha perso l’occasione di fare man bassa di azioni di alcune delle più importanti aziende statali o parastatali tra cui quelle italiane.

Un altro “dipendente pubblico” cinese Zhou Xiaochouan (uno dei padri dell’espansionismo cinese nel Belpaese, dato che ha cominciato nel lontano 2002) è governatore della People's Bank of China, e sebbene abbia superato i limiti di età imposti da Pechino, oggi siede nei consigli d'amministrazione di Eni, Enel, Generali, Fca, Mediobanca, Saipem e Telecom. Forse è in grado di esercitare più controllo sull’Italia lui di quanto non possano fare buona parte dei politici e dei dirigenti d’azienda con passaporto italiano.

Un’operazione che non può non destare perplessità e preoccupazione. Non solo per i potenziali conflitti di interesse (alcune aziende italiane sono e sono state concorrenti di rilevanti appalti internazionali: Eni lavora moltissimo all’estero e così Terna che recentemente si è confrontata con la stessa State grid in una gara per l'acquisizione della quota di maggioranza di Independent power transmission, gestore della rete elettrica greca). Spesso si tratta di aziende legate a strategie geopolitiche mondiali (si pensi, ad esempio, alle ripercussioni avute sulla politica derivanti dalle decisioni per l'approvvigionamento del gas, che sia Italia che Cina comprano dalla Russia).

Molte delle decisioni prese dai consigli d’amministrazione di queste grandi aziende hanno ripercussioni rilevanti sull’economia italiana. Cedere il controllo di queste aziende ad altri Paesi potrebbe comportare influenze sulle scelte politiche nazionali al di là dell’immaginabile. Per questo motivo i senatori Gianni Girotto e Gianluca Castaldi del Movimento 5 Stelle hanno presentato un'interrogazione parlamentare (la 3-01164) al ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, nella quale si chiede se il Ministero fosse “titolare delle concessioni che permettono alle società delle reti di operare sul territorio nazionale nonché supervisore dei loro piani strategici di sviluppo e controllore dell'esecuzione degli stessi” e se è “a conoscenza della decisione assunta dal Ministro dell'Economia, mero azionista finanziario di dette società”. I parlamentari hanno chiesto formalmente al governo anche “quali siano state le valutazioni sull'impatto che le decisioni assunte dal Ministro dell'Economia potrebbero avere sulla strategia energetica nazionale” e “se la decisione sia stata comunicata alla Commissione europea e quali siano state le valutazioni della medesima Commissione”.

Già, perché cedere (come di fatto sta avvenendo) il controllo di alcuni settori strategici rilevanti a Paesi terzi, magari non europei, potrebbe avere conseguenze anche su altri Paesi comunitari. Ad esempio, in Grecia, come già ricordato, “China grid partecipa come concorrente di Terna all'acquisizione della quota di maggioranza di Independent power transmission, gestore della rete elettrica ellenica”. Un rischio “europeo” che pure dovrebbe essere ben noto alla Commissione europea: l’ex presidente della Commissione europea (dal 1999 al 2004) nonché capo del governo italiano dal 2006 al 2007, Romano Prodi, da anni è professore alla Ceibs (China Europe International Business School) di Shanghai. Prodi – come riportato nella sua pagine web – è molto noto in Cina non solo per i contatti governativi stretti durante la sua presidenza all’Iri, ma anche perché è un commentatore abituale nei programmi della Cctv 2, una delle più importanti stazioni televisive del Paese.

I parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno chiesto anche se era “stato acquisito il parere dei servizi di sicurezza nazionale, anche in considerazione del fatto che la partecipazione al consiglio di amministrazione della Cdp Reti porterà a diretta conoscenza del Governo cinese informazioni di rilevante interesse strategico, di sicurezza, commerciali e di politica internazionale dell'Italia”.

Di solito, quando si parla di famiglie influenti (ovvero quelli che decidono cosa deve o non deve essere fatto) in Italia, si pensa a nomi come Berlusconi o Agnelli. Famiglie che, per raggiungere questo livello, hanno impiegato decenni se non addirittura secoli (la fortuna degli Agnelli ebbe inizio nel secondo decennio del XX secolo).

Oggi People’s Bank of China, la più grande banca del mondo, ha iscritto il proprio nome nella top ten dei Paperoni della Borsa italiana (all’ottavo posto) con 3,1 miliardi di euro investiti, poco sotto la famiglia Agnelli (che ha proprietà per 3,4 miliardi). Agli Agnelli, per raggiungere questa posizione, è servito un secolo. A Zhou Xiaochouan sono bastati pochi mesi. Continuando di questo passo, tra non molto forse verranno imposti agli italiani alcuni cambiamenti: il cinese diventerà lingua obbligatoria a scuola e anche la Costituzione verrà riscritta in cinese…

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