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La “conveniente” opposizione americana al TTIP

Sebbene siano per lo più gli europei ad avere il dente avvelenato con il TTIP, il mega-accordo commerciale tra USA e EU, esiste anche in America un'opposizione al trattato ma é un'opposizione "di convenienza" che guarda soprattutto ai vantaggi politici ed economici per i produttori americani

L'opposizione ad oltranza repubblicana con la quale il presidente Barack Obama ha dovuto fare i conti durante i sei anni della sua amministrazione, è stata così inflessibile da minacciare il suo retaggio politico. Sin dalla sua elezione, é apparso chiaro che il divario ideologico tra Obama e i democratici da una parte e il Partito Repubblicano dall'altro era talmente vasto che i margini di compromesso in grado di produrre proposte legislative concrete erano minimi.

Una nuova opportunità per lasciare un'impronta più consistente sul suo mandato tuttavia, è rappresentata ora dagli accordi commerciali bilaterali tra gli Stati Uniti e i paesi asiatici (Transpacific Trade Partnership o TTP) e con i paesi dell'Unione Europea (Transatlantic Trade and Investment Partnership o TTIP).

Questi accordi sono fortemente voluti sia dall'amministrazione che dal Partito Repubblicano e rappresentano quindi una di quelle rarissime occasioni in cui sia il presidente che l'opposizione si trovano sullo stesso lato della barricata ideologica. Ma il paradosso è costituito dal fatto che, se per una volta i Repubblicani sono dalla sua parte, ora sono invece i compagni di partito democratici ad osteggiare il trattato tanto voluto dal presidente.

I negoziati, la cui conclusione dovrebbe sfociare in un accordo finale con i paesi europei (TTIP) per la fine di quest'anno, tendono all'abolizione delle barriere commerciali che USA e UE impongono su alcuni prodotti provenienti dall'altra sponda dell'Atlantico per proteggere le proprie aziende, i propri livelli occupazionali e (nel caso dell'Europa) i propri consumatori. Un primo voto in Europa era fissato per il 10 giugno ma è stato rinviato all'ultimo momento.

Gli Stati Uniti e l'Europa hanno già tariffe bassissime sull'importazione dei reciproci prodotti e una eventuale approvazione del TTIP dovrebbe abolirle del tutto. Le barriere principali che limitano il commercio tra le due sponde dell'Atlantico sono, per lo più, di natura normativa.

Al momento, il TTIP é duramente criticato in Europa perché in molti, nel Vecchio Continente, pensano che un'apertura dei propri mercati ai prodotti agricoli, farmaceutici, cosmetici e non solo, provenienti dall'America danneggerebbe le aziende e i consumatori europei perché le normative di produzione industriale negli USA sono meno stringenti di quelle imposte dall'Unione Europea. Questi piú bassi standard di produzione, a loro volta, permettono alle aziende americane di avere costi inferiori e quindi di introdurre sui mercati prodotti meno costosi, ma anche, a detta dei critici europei, di qualità inferiore. Questi costi minori infine, potrebbero, in teoria, consentire ai prodotti americani di soppiantare quelli europei ricreando, in scala ridotta, una situazione simile a quella in cui i beni di consumo cinesi hanno invaso i mercati mondiali grazie ai loro prezzi stracciati e a dispetto della loro bassa qualità.

In una situazione di questo genere quindi, é comprensibile che molti europei, soprattutto nei gruppi parlamentari ambientalisti e progressisti, siano contrari al TTIP. E tuttavia, un'opposizione al trattato esiste anche negli Stati Uniti, sebbene quella americana sia un dissenso molto piú "pacato" e istituzionale rispetto a quella europeo.

Per capire come sia percepito il TTIP negli USA, abbiamo parlato con Carolyn Dudek, docente di Scienze Politiche alla Hofstra University autrice, assieme a Laurie Buonanno di un saggio intitolato "L'opposizione al TTIP nell'Unione Europea e negli Stati Uniti: le implicazioni per un "deficit democratico" europeo". 

C. Dudek

Carolyn Dudek

Gli oppositori europei al TTIP considerano gli standard produttivi americani molto inferiori rispetto a quelli dell'UE e temono che un'apertura dei loro mercati possa compromettere la qualità dei loro prodotti alimentari soppiantando, nello stesso tempo, l'industria locale. Hanno ragione gli europei ad essere preoccupati?

"E' vero che le strutture normative nei due continenti sono differenti ma, in realtà, si potrebbe dire che sono diverse, non necessariamente che una sia migliore dell'altra. In riferimento all'allevamento del pollame ad esempio, gli europei hanno una legislazione che tende ad evitare il diffondersi della salmonella monitorando ogni fase del processo nel corso dell'allevamento stesso degli animali. Negli Stati Uniti invece, la normativa prevede la 'disinfezione' degli animali dopo la macellazione attraverso l'immersione in una soluzione clorinata. Gli studi scientifici non hanno dato una risposta conclusiva su eventuali rischi per la salute di questo 'bagno al cloro' ma, personalmente, credo che a risentirne sia, per lo piú, il sapore della carne. Su queste tecniche di riduzione di agenti patogeni negli animali di allevamento credo che la 'armonizzazione' dei processi sia piú difficile da raggiungere perché in America si fa un uso piú vasto di additivi come antibiotici, ormoni di crescita ecc."

Molti in Europa temono che, anche se formalmente il trattato dovesse garantire la tutela degli standard produttivi europei, le dinamiche di mercato finirebbero per aggirare queste clausole perché i prodotti europei si ritroverebbero a competere con quelli americani che costano meno.

"La differenza nei costi di produzione tra le due sponde dell'Atlantico si traduce certamente in uno svantaggio per il Vecchio Continente. Gli allevamenti e l'agricoltura industriali americani sono molto piú vasti ed efficienti della loro controparte europea e questo significa costi piú bassi. Produrre un chilo di carne di pollo in America costa 76 centesimi (di euro) mentre in Europa il costo é di oltre un euro. Questa differenza di prezzo costituisce una minaccia reale alla competitività degli allevatori europei proprio come il bando attuale dell'UE sui prodotti trattati con PRT (Pathogen Reduction Treatment) rappresenta un danno economico per gli allevatori americani nell'ordine dei 200 e 300 milioni di dollari".

I prodotti agricoli geneticamente modificati (OGM) sono proibiti nell'Unione Europea ma consentiti negli Stati Uniti. Quale impatto ci si aspetta dal TTIP in relazione a questo particolare aspetto del commercio tra i i due continenti?

"E' vero che i prodotti OGM sono banditi in Europa ma non negli USA e, molto probabilmente, anche la ratifica del TTIP non cambierà questa situazione. L'Unione Europea ha dichiarato categoricamente che non accetterà alcuna modifica a questa direttiva anche se forse non tutti sanno che, se da una parte l'UE vieta l'utilizzo di prodotti agricoli geneticamente modificati, dall'altra li consente per i mangimi di allevamento. Ma quello sull'utilizzo di OGMs é un discorso piú complesso in cui i recenti progressi scientifici rendono obsolete le diffidenze dell'opinione pubblica. Ormai le piú recenti scoperte in questo campo ci prospettano situazioni in cui mangiare fiocchi di avena geneticamente modificati, ad esempio, potrebbe rappresentare una valida alternativa all'uso di medicine per regolare i livelli di colesterolo. Se questi prodotti genericamente modificati dovessero apparire sul mercato in tempi brevi, molto probabilmente anche la percezione dell'opinione pubblica nei loro confronti potrebbe cambiare sia in America che in Europa".

Da un punto di vista economico quali sono i paesi europei che potrebbero usufruire maggiormente dalla ratifica del TTIP?

"Alcuni studi compiuti in questo campo mostrano che i paesi che gioverebbero maggiormente da una ratifica del trattato sono il Regno Unito e gli stati della zona mediterranea, soprattutto l'Italia che ha una lunga tradizione di rapporti commerciali con gli Stati Uniti".

Ma allora, se la ratifica del TTIP rappresenta potenzialmente uno smisurato allargamento dei mercati per i prodotti americani e se questi prodotti hanno una concreta possibilità di affermarsi in Europa grazie ai loro minori costi di produzione, da cosa nasce l'ostilità americana nei confronti del trattato?

"La diffidenza americana nei confronti del TTIP ha a che fare con il precedente trattato commerciale che gli Stati Uniti hanno ratificato con Messico e Canada (NAFTA) che fu annunciato come una grande opportunità economica per l'America e che invece si é tradotto in un vero e proprio collasso dell'attività manifatturiera statunitense dopo che le aziende americane hanno iniziato a spostare le proprie fabbriche in Messico ed in altri paesi dove il costo della mano d'opera é piú basso. In questo senso i Democratici sono piú ostili al TTIP perché, dopo NAFTA, questi trattati sono visti come svantaggiosi per il settore manifatturiero e per coloro che ci lavorano. A prescindere dal fatto che questi timori siano o meno fondati, esiste da parte dei Democratici anche un'ostilità ideologica nei confronti di un'iniziativa che é il prodotto di una filosofia economica neo-liberista. Non dimentichiamo inoltre che alcuni di questi politici provengono da stati americani in cui l'agricoltura é la principale attività economica e spingono per vedere i loro prodotti (manzo trattato con ormoni, OGM e 'polli al cloro') nei mercati europei. Al momento l'amministrazione Obama sta tentando di condurre le trattative con l'UE limitando il ruolo del Congresso attraverso la cosiddetta Fast Tracking Authority (FTA) e, per molti di questi politici quindi, l'opposizione al TTIP é un modo di osteggiare la FTA ed assicurarsi che il trattato massimizzi i vantaggi economici per i propri colleggi elettorali. Infine, c'é da tener presente anche il fatto che, soprattutto nel settore agricolo, gli Stati Uniti hanno un vantaggio nella liberalizzazione degli scambi commerciali con l'Europa ma ci sono anche casi in cui le leggi europee, sulle denominazioni di origine ad esempio, giocano a favore di paesi che esportano verso l'America (come l'Italia NdR). Si pensi per esempio al fatto che un'applicazione del TTIP significherebbe che i produttori di formaggio del Wisconsin perderebbero il diritto di chiamare il loro prodotto 'parmigiano' o 'parmesan'".

 

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