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Perché tante bugie sulla Grecia? Il referendum non è stato sull’Euro. E nemmeno sulla UE

di C. Alessandro Mauceri

I greci, con il referendum, si sono pronunciati sull’accettazione o meno delle proposte dei creditori internazionali. Ma c’è chi ha imbastito una campagna di disinformazione. Che alle Borse europee è costata 340 miliardi di euro. Più del debito greco. A chi ha giovato tutto questo? Il ruolo di BCE e FMI

Da giorni, anzi da settimane non si parla d’altro se non del referendum in Grecia. Cosa faranno i greci, cosa succederà dopo, cosa di qua, cosa di là… Nessuno ha detto che, mai come in questo caso, sulla faccenda Grecia sono state dette più falsità che verità. A cominciare dal fatto che il referendum era sull’Euro o sulla permanenza nell’Unione Europea. Il referendum dei giorni scorsi non parlava affatto dell’uscita della Grecia dall’Euro, né dell’uscita della stessa Grecia dall’Unione Europea. Il referendum è stato celebrato per consentire ai greci di pronunciarsi sull’accettazione o meno del piano proposto dai creditori internazionali.  Punto. Lo stesso primo ministro Tsipras, solo pochi giorni prima del voto per il referendum, ha rassicurato i creditori di Bruxelles e ribadito che la Grecia non avrebbe lasciato la moneta unica, né l’Unione.

Inutili, fuorvianti e strumentalizzate tutte le dichiarazioni rilasciate in occasione el referendum greco. Come quella attribuita da alcuni al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che avrebbe detto che il No significa lasciare l’Unione Europea. Seguito a catena da François Hollande, da David Cameron, da Matteo Renzi e dal vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel: tutti hanno dichiarato la stessa paura.

Anche le voci che, dopo l’esito del referendum, vedrebbero alcuni Paesi e la stessa Commissione valutare la possibilità di “cacciare” la Grecia dall’Unione sono false: legalmente, almeno stando ai trattati, la Grecia non può essere espulsa. Anche la posizione della Banca Centrale Europea (BCE) è stata presentata in modo sbagliato: su molti  giornali sono state riportate notizie secondo le quali la BCE avrebbe favorito la stabilità finanziaria greca e avrebbe aiutato i greci nella difficile situazione di insolvenza verso il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

La realtà è che la BCE ha praticamente tagliato i finanziamenti diretti alle banche greche, alle quali è stata concessa solo una esigua liquidità e, per di più, a costi altissimi. Lo dimostra il fatto che, a distanza di diversi giorni dall’esito del referendum e nonostante le promesse di riaprire gli sportelli oggi, la maggior parte delle banche in Grecia continua ad essere chiusa.

Il motivo di questo comportamento non ha niente a che vedere con il risultato del referendum: le banche in

Paul Krugman

Paul Krugman

Grecia non hanno riaperto gli sportelli e i bancomat perché non hanno ricevuto denaro liquido dalla BCE. La verità è che si sta facendo tutto il possibile per mettere in difficoltà le banche elleniche e, di conseguenza, per paralizzare l’economia di questo Paese. Anche il giudizio sulle direttive dei “tecnici” di Bruxelles e di New York, non può che essere negativo. Ad affermarlo è addirittura Paul Krugman, premio Nobel per l'economia, che ha fatto notare come il vero problema per la Grecia non sono le politiche del lavoro o le pensioni: il vero problema è il debito pubblico accumulato in anni di cattiva gestione e di indicazioni sbagliate ricevute dall’esterno. È questo che, oggi, non permette ai greci di gestire un grosso deficit primario. Ed è sempre per questo motivo che nessuno è più disposto a prestare loro denaro.

Regole e imposizioni, quelle imposte dall’esterno che, come ha confermato Krugman, non cambieranno l’economia della Grecia. Né nel breve periodo né, tanto meno, dal referendum a quando Tsipras siederà di nuovo a Bruxelles per discutere del debito pubblico ellenico. In altre parole, la Grecia non è più in grado di generare un grosso avanzo primario da sbattere sul piatto delle contrattazioni e, con questo, chiedere una riduzione del debito. Né il FMI, né la BCE, né la Commissione Europea si sono dette disponibili a fare l’unica cosa che potrebbe servire a salvare l’economia della Grecia: ovvero siglare un accordo che permetta a questo Paese di creare, nei prossimi anni, un modesto avanzo primario. Anzi, secondo gli esperti, pare proprio che le richieste avanzate dalla Troika non serviranno a risollevare l’economia del Paese (del resto sono anni che va avanti così e la situazione è peggiorata).

E inutile, insomma, continuare a vincolare qualsiasi concessione ad acquisti inutili (come quelli di armi e armamenti prodotti dai paesi creditori) o a norme sempre più stringenti sulle pensioni e sul mercato del lavoro. Sono tutte imposizioni deviate sia sotto il profilo teorico, sia sotto il profilo mediatico: gli stessi ricercatori del FMI hanno dimostrato che le misure imposte sono inefficaci e che, quindi, non ha alcun senso imporle (a meno che non lo si voglia fare non per migliorare la situazione, ma per peggiorarla).

Come ha fatto rilevare Jean Sebastien, dopo che anche il “Nuovo che avanza” (leggere Matteo Renzi) aveva “bacchettato” Tsipras a proposito delle “baby pensioni” (dicendo che i greci andrebbero in pensione a 55 anni), in Grecia, l’età media del pensionamento è addirittura maggiore della media UE! E da quest’anno, l’età massima lavorativa è stata portata a 67 anni sia per gli uomini, sia per le donne. Quindi quanto affermato in vista del referendum o subito dopo è solo errato e fuorviante.

Nonostante le rassicurazioni di Tsipras e nonostante l’esito del referendum nessuno sa cosa avverrà delle finanze elleniche. Non a caso nei giorni scorsi è continuata la corsa dei greci, terrorizzati dalla possibilità di prelievi legati al bail in imposto per regolamento dall’UE a mettere al sicuro i propri risparmi prelevandoli dalle poche banche ancora aperte. Per bail in si intende il pagamento dei debiti della banche a spese dei cittadini (come vi abbiamo raccontato qui).

Due sole cose sono sicure. La prima è che, alla prossima riunione di Bruxelles, Tsipras parteciperà forse un po’ meno terrorizzato che in passato, ma di certo non come vincitore. Anzi. Poco prima del referendum aveva usato toni quasi spavaldi affermando: “In qualità di membro paritario dell’Unione europea, la Grecia non ha bisogno di chiedere permessi a nessuno per lasciare che il popolo greco parli e faccia e sentire la propria voce”. A distanza di pochi giorni e dopo la netta vittoria del No al referendum, però, ha deciso di accogliere le richieste della Troika e ha rinunciato al proprio uomo di punta, il Ministro dell’Economia Yanis Varoufakis chiedendogli di dimettersi. Chi rimuoverebbe dal proprio incarico un generale dopo che ha conseguito una vittoria schiacciante sul campo? Tanto più che, come dimostra il suo curriculum, Varoufakis è forse l’unica persona tecnicamente in grado di tenere testa alle volpi di Bruxelles.

Ai prossimi incontri  siederà il nuovo ministro delle finanze Euclid Tsakalotos. Persona preparata, ma forse più personaggio politico (sebbene da molti considerato più uomo ombra che non un politico). Una persona che, forse, manca del carisma necessario per sbattere sul tavolo di Bruxelles l’unica altra cosa certa emersa dopo il referendum di domenica scorsa: e cioè che in soli due giorni, la questione Grecia è costata agli europei molto di più di quanto non si immagini e più di quanto non dicano i giornali. Le conseguenze delle polemiche legate al referendum e all’esito degli incontri tra la Troika e Tsipras degli ultimi giorni sono state di gran lunga peggiori del debito pubblico accumulato dalla Grecia in anni di cattiva gestione: proprio a causa dell’incertezza su questa situazione, in pochi giorni le principali Borse europee hanno visto ridursi in fumo oltre 340 miliardi di euro (dati indice Eurostoxx 600). Una cifra considerevole che non sarà facile recuperare (neanche con le misure a favore delle banche recentemente imposte dall’UE e immediatamente recepite dal governo Renzi).

A conti fatti, a tutti gli europei, greci e non (inclusi tedeschi, francesi e italiani), sarebbe costato molto meno accogliere le richieste di Tsipras e di Vanouflakis (e ridurre, o almeno dilazionare, il debito) piuttosto che vedere finire in fumo 340 miliardi di euro. Ma questo ai burocrati e ai tecnici di Bruxelles e di New York (gli stessi che dopo decenni di austerity hanno serenamente ammesso che le loro teorie erano sbagliate e si sono dimessi), a quanto pare, non interessa. È questa è l’unica verità che è emersa dal referendum dei giorni scorsi in Grecia.    

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