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Sicilia: sempre più in crisi le raffinerie di Gela, Priolo, Augusta e Milazzo

Non è una scelta del governo siciliano. Sono i Paesi produttori che trovano sempre meno conveniente raffinare il petrolio nell’Isola. Questo ed altri dati emergono nella relazione sulla situazione economica della Regione siciliana. Tutti gli indicatori economici sono negativi: a picco il PIL, calano i consumi, aumenta la disoccupazione e sempre meno credito disponibile per le imprese  

A Gela, a Priolo, ad Augusta e a Milazzo si raffina sempre meno petrolio grezzo. Non è una vittoria diretta degli ambientalisti e, in generale, dei movimenti che, da decenni, si battono contro l’inquinamento ambientale di queste città della Sicilia. Sono le condizioni economiche generali – ovviamente internazionali, o globali – che rendono sempre più diseconomica la raffinazione del grezzo nella nostra Isola. L’aspetto negativo è che la Sicilia perde economia. Il lato positivo è che si libera, piano piano, della raffinazione del petrolio, attività che, nel corso dei decenni passati, ha massacrato l’ambiente siciliano.

Questo e altri dati emergono dalla lettura della relazione sulla situazione economica della Regione siciliana 2014, che il presidente Rosario Crocetta e l'assessore all'Economia, Alessandro Baccei, hanno presentato all'Assemblea regionale siciliana, come previsto dalla della legge regionale n.47 del 1977. La lettura di questa relazione dimostra, con dati e cifre, che peggio di così l'economia siciliana non potrebbe andare. La relazione è stata preparata con dovizia di documentazione dal Servizio statistica ed analisi economica della Regione siciliana sulla base di dati aggiornatissimi, se è vero che arrivano al 17 giugno di quest'anno.

Va da sé che lo studio fa riferimento alla condizione del quadro economico globale ed a quello europeo, condizione sulla quale in qualche misura tutti i media hanno avuto modo di soffermarsi ripetutamente e della quale la pubblica opinione è in qualche modo informata. La novità consiste nel fatto che della condizione siciliana sinora non si avevano dati ufficiali, tranne la descrizione che annualmente la Banca d'Italia propone con il suo sintetico report sulle condizioni economiche generali e settoriali dell'economia dell’Isola. Report che è uno strumento più utile agli addetti ai lavori che alla più generale pubblica opinione.

La relazione economica in questione è, invece, un volume che contiene una esposizione ampia e particolareggiata la cui rassegna non si può ridurre ad un solo articolo. Occorrerà tornarci più volte per evidenziarne i molteplici aspetti che propone. In questa sede ci occuperemo dei dati generali che, da soli, illustrano un degrado economico ed una povertà dilagante, per ammissione dello stesso governo che ne è il presentatore. E non poteva essere altrimenti, perché come si dice dalle nostre parti “nun si po’ ammucciari u suli cu crivu”. Traduzione: non si può nascondere il sole con il setaccio. In termini eleganti: non è possibile omettere i dati ufficiali emergenti dai rilevamenti statistici, né darne un’interpretazione diversa da quella che la loro oggettiva esposizione racconta.

Vediamoli da vicino, i dati esposti nella relazione governativa. Nel 2014 il Prodotto Interno Lordo (PIL) regionale è calato del 2 per cento rispetto all'anno precedente, facendo registrare una caduta di poco inferiore alla media annua del 2,4 per cento verificatasi nel settennio della crisi finanziaria globale a partire dal 2008. Cioè rallentando leggermente la tendenza al processo di desertificazione dell'apparato produttivo regionale. Questo dato che segna la progressiva recessione dell'economia siciliana è più pesante di quello medio registrato in campo nazionale nello stesso periodo (1,3%) e di quello fatto registrare nell'area meridionale (2,1%). In termini complessivi, nel settennio della crisi (2008-2014) la ricchezza prodotta in Sicilia ha perso ben 16.7 punti percentuali.

A confermare la tendenza negativa dei dati relativi alla produzione interviene anche il calo dei consumi delle famiglie che sono diminuiti dell'1,7 per cento medio annuo, facendo registrare nel periodo considerato un calo complessivo dell'11,9 per cento. Nell'ultimo anno il calo è diminuito ed ha segnato una flessione dello 0.4 per cento, mostrando un rallentamento del trend negativo. Nei sette anni della crisi i consumi hanno risentito della contrazione dell'occupazione (-1,6% l'anno), della riduzione del reddito disponibile (-1,7% annuo) e della contrazione del credito (- 4,95), dopo quella più pesante dell'anno precedente (-5,9).

Anche gli scambi con l'estero nel 2014 hanno fatto segnare una battuta d'arresto. Le statistiche ISTAT rilevano una flessione del 13,4 per cento rispetto all'anno precedente. Dato che più di una battuta d'arresto potrebbe essere meglio definito come caduta verticale degli scambi commerciali. La relazione preferisce espressioni più morbide. In materia di scambi con l'estero va tenuto presente che in Sicilia il loro volume è in gran parte rappresentato dai prodotti derivati dalla raffinazione petrolifera e quindi al calo dei volumi degli scambi ha contribuito significativamente la riduzione del prezzo del greggio, che si è dimezzato rispetto agli anni precedenti, passando da 100 dollari al barile agli attuali 50 dollari.

L'altro aspetto riguarda la riduzione della quantità dei volumi di greggio raffinato. Infatti, le grandi compagnie petrolifere preferiscono raffinare il greggio in prossimità dei luoghi di estrazione. Insomma, le raffinerie siciliane lavorano sempre meno. Le grandi compagnie preferiscono trasportare il prodotto finito piuttosto che il greggio da raffinare, razionalizzando i costi e riducendone l'incidenza sui prodotti finali. Questa tendenza, come già accennato, mette tendenzialmente fuori mercato i tre poli di raffinazione siciliani e cioè Gela, Priolo-Augusta e Milazzo.

Ma anche la bilancia commerciale dei prodotti 'non oil' ha visto quasi dimezzato il valore delle esportazioni, passando da 540 milioni di dollari del 2013 a 242 milioni nel 2014. Per completare la rassegna è il caso di indicare i mercati verso i quali si orientano le produzioni siciliane, i quali, oltre al petrolio, riguardano prodotti chimici, alimentari, agricoli ed elettronici. I principali flussi sono diretti verso i Paesi europei (54%); il secondo mercato è quello africano con il 22 per cento. I Paesi asiatici seguono con il 16,3 per cento, gli Usa con il 7,2 per cento ed, infine, i Paesi dell'Oceania con un'incidenza di assoluta marginalità dello 0,3 per cento.

Sin qui i dati più interessanti contenuti nella relazione governativa ai quali faremo seguire nelle prossime puntate gli aspetti più puntuali per settore produttivo.   

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