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Agricoltura siciliana: ‘radiografia’ di un settore che sprofonda in una grande crisi

Relazione sulle condizioni dell’economia siciliana Atto II/ In picchiata l’indice del valore aggiunto nell’agricoltura siciliana. Motivo: la flessione della domanda dovuta all’impoverimento dei siciliani. Il fallimento del PSR. La denuncia dell’ex assessore Nino Caleca: “Spesa incontrollata e incontrollabile”

 

Della relazione sulle condizioni dell'economia siciliana, della quale abbiamo riportato i dati complessivi della crisi strutturale in un precedente articolo (come potete leggere qui), vogliamo soffermarci in questa occasione sul settore agricolo, e non a caso. Intanto perché rappresenta il settore economico primario; intanto perché in Sicilia rappresenta il settore dove l'impresa è la più diffusa e non ultimo perché esso concorre alla formazione del Prodotto Interno Lordo (PIL) regionale per il 4,2 per cento, un'aliquota doppia rispetto a quella nazionale che è del 2,2 per cento. Una aliquota apparentemente minore per il fatto che gran parte dell'economia siciliana è costituita dal settore terziario e non sempre, anzi quasi mai, dal terziario avanzato.

La provincia di Ragusa è quella a maggior vocazione agricola. In questa provincia il valore aggiunto pro capite – un parametro che non tiene conto della densità della popolazione – raggiunge il 17 per cento: Seguono le province di Palermo e di Siracusa con un indice del 14 per cento.

Nel periodo della crisi la flessione del valore aggiunto è stata in media pari a – 4,3 per cento, con punte di – 8,9% in provincia di Caltanissetta, – 7,3 nella provincia di Siracusa e – 6,5 nella provincia di Catania. In controtendenza la provincia di Trapani che ha fatto registrare un indice positivo, seppure di lieve entità, dell'1,1 per cento.

Nell'ultimo anno a determinare la flessione dell'indice del valore aggiunto sono stati due fattori determinanti, di cui uno di origine economica e l'altro naturale. Il primo fattore è stato il calo della domanda interna, dovuto all'impoverimento generale della condizione sociale dell'Isola, che a visto una forte riduzione dei consumi alimentari. La caduta della domanda interna, a propria volta, ha determinato un calo del 5 per cento dei prezzi al consumo. Questa tendenza al calo economico ha reso non remunerative le vendite dei prodotti agricole. L'altro fattore negativo è stato causato dall'andamento climatico che ha inciso sulla qualità delle produzioni agricole.

La crisi dell'agricoltura siciliana rimane inspiegabile atteso che l'assessorato regionale delle Risorse agricole è il ramo dell'amministrazione regionale che è titolare della parte più consistente del bilancio della Regione siciliana. Cioè, in teoria è quella parte dell'amministrazione che avrebbe più disponibilità a sostenere i fattori della produzione, le politiche dell'innovazione ed il sostegno alla crescita economica e civile delle aree rurali, potendo disporre, tra l'altro, di ingenti finanziamenti europei del PSR, Programma di Sviluppo Rurale dell'Isola, oltre 2 miliardi di euro tra il 2007 e il 2014: che fine hanno fatto questi soldi? Purtroppo, però, queste politiche e queste risorse non sempre hanno un percorso ed una finalità facilmente individuabile. E' il caso di ricordare che recentemente l'ormai ex assessore regionale all'Agricoltura, avvocato Nino Caleca, si è dimesso dall'incarico, motivando la sua decisione con il fatto che non riusciva a sapere dai suoi uffici la destinazione delle spese dei capitoli di bilancio facenti capo all’assessorato alle Risorse agricole…

Esiste poi un problema legato alla commercializzazione dei prodotti tipici siciliani. Ci limitiamo a fare solo un esempio: la produzione vinicola. La tendenza generale è quella di legare sempre più alle caratteristiche territoriali la produzione del vino (esempio, la valle del Chianti). Questa tendenza serve non solo a valorizzare la tipicità territoriale del prodotto, ma anche a determinare i flussi turistici del vino. Ebbene, in Sicilia di queste politiche promozionali non c'è segno ed, invece, è una delle innovazioni commerciali e di marketing che nel mercato globale si è sempre più affermata. Questa non è una questione che attiene alla dimensione dell'azienda produttrice, ma riguarda più da vicino i protocolli produttivi che territorialmente vengono assunti e rispettati da tutti i produttori. Da questo punto di vista la soluzione cooperativa delle cantine sociali non ha costituito una risposta adeguata alle nuove tendenze del mercato.

Gli stessi limiti si riscontrano nella trattazione commerciale delle produzioni tipiche siciliane, dal pistacchio di Bronte al pomodorino ciliegino di Pachino, dall'oliva Nocellara del Belìce all'arancia rossa, della quale recentemente si è scoperto che l'industria alimentare nazionale ne trae un gustoso aceto per insalata.

Quello che manca dunque è l'intraprendenza imprenditoriale del nostro apparato industriale che con difficoltà si approssima alle produzioni agricole alimentari, tranne quelle tradizionali. Né la Regione siciliana fa nulla per incentivare la ricerca e l'innovazione delle produzioni alimentari.

La nostra condizione di sottosviluppo a origini culturali, né vale affidare la gestione delle attività produttive a rappresentanti di Confindustria nella speranza che da quel lato vengano spinte all'intrapresa e all'innovazione tecnica e tecnologica.   

Fine II parte/ continua

 

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