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Il Parlamento siciliano? Non fa leggi perché è senza soldi. La grande speranza dei GAL

C’è una Regione che sta fallendo. E che licenzierà, nei prossimi mesi, non meno di 50 mila soggetti tra precari e dipendenti pubblici. Ma c’è anche una Sicilia diversa: la Sicilia dei GAL (Gruppi di Azione Locale) che progettano lo sviluppo a partire dai territori. Realizzando la ‘tracciabilità’ dei prodotti da vendere sui mercati internazionali  

Da alcuni giorni le polemiche imperversano sul Parlamento siciliano. Motivo: le sedute vanno deserte. Su 90 deputati, in Aula se ne presentano 10 o giù di lì. Dicono che, a metà settembre, gli ‘inquilini’ del ‘Palazzo’ della politica siciliana per antonomasia non abbiano ancora metabolizzato la fine delle vacanze. Insomma, siccome hanno smesso di lavorare il 10 agosto, non sarebbero ancora ‘sazi’ di vacanze. Ma le cose stanno veramente così?

Forse la voglia di vacanze settembrine, in questa storia, c’entra poco. Alcuni giornali scrivono che un “Parlamento che costa 145 milioni di Euro all’anno deve lavorare”. Già, lavorare. Che per un Parlamento significa fare leggi. Sorge, però, spontanea una domanda: che leggi approvare se le ‘casse’ della Regione siciliana sono vuote? Vincenzino Leanza, ex presidente della Regione e per decenni deputato del Parlamento siciliano, amava ripetere in stretto dialetto messinese-montuoso (parliamo della provincia di Messina che si distende tra i monti Nebrodi e i Peloritani): “Senza sordi un si ponnu fari i liggi”. Che tradotto per i non-siciliani significa: Senza soldi il Parlamento non può approvare leggi.

Certo, il Parlamento dell’Isola potrebbe approvare leggi che toccano i massimi sistemi della vita: cosa che in parte è stata fatta. E’ stata approvata la riforma delle Province, l’istituzione dei Consorzi di Consorzi di Comuni e sono state persino istituite le città metropolitane di Palermo, Catania e Messina. Poi è stata approvata la legge sull’acqua pubblica. E anche la riforma degli appalti che tagliava le gambe ai grandi gruppi e ai mafiosi (imperfetto d’obbligo, perché tale legge è stata impugnata dal governo nazionale di Matteo Renzi).

Siamo giunti a settembre, ma l’attività legislativa non riprende. E via con le polemiche sui deputati che non

palazzo reale

Palazzo Reale di Palermo, sede del Parlamento siciliano

vogliono lavorare. Torna la domanda: che leggi approvare? La verità è che quasi tutta la Sicilia che dipende dalla Regione, dalle Province e dai Comuni è bloccata per mancanza di soldi. Non tutta la Sicilia è ferma. Perché oggi, come ripetiamo spesso, tanti siciliani vanno avanti a prescindere dallo Stato, dalla Regione, dalle Province e dai Comuni. Non sono pochi, in Sicilia, quelli che fanno a meno dello Stato in tutte le sue articolazioni. Al contrario, sono tanti e aumentano di giorno in giorno. L’unica cosa che tiene legati questi siciliani all’Italia – o a quello che resta dell’Italia – è l’Euro. Se, accanto alla moneta unica europea, operasse una moneta complementare, più di mezza Sicilia non avrebbe più motivo di pensare all’Italia o all’Unione Europea. Con una moneta complementare la Sicilia metterebbe in mto la propria economia interna, come ha raccontato in un'intervista al nostro giornale Giuseppe Pizzino (intervista che potete leggere qui).   

La mancanza di un mezzo di scambio – la deflazione, come la chiamano gli economisti – ovvero la mancanza di liquidità impedisce a migliaia e migliaia di agricoltori siciliani di raccogliere i propri prodotti e di venderli. Citiamo solo un esempio, ma ne potremmo citare centinaia: la frutticoltura estiva di Ribera, in provincia di Agrigento. Ribera è nota per le arance bionde Washington Navel. Ma queste contrade producono altri frutti estivi di elevatissimo pregio, grazie a terreni fertilissimi. Ebbene, questa frutta estiva – pere, susine, pesche, albicocche – non ha sbocco di mercato. Per due motivi: perché la Sicilia è sempre più povera e i siciliani hanno sempre meno soldi da spendere; e perché le multinazionali ‘invadono’ il nostro Paese con frutta estiva prodotta nei terreni dell’Africa strappati sapete a chi? Ai migranti che sbarcano in Sicilia a ritmo continuo.

Ovviamente, la frutta estiva che arriva dall’Africa – di qualità pessima e prodotta con pesticidi che il nostro Paese ha bandito negli anni ’60 e ’70 del secolo passato perché tossici – costa meno della metà della frutta estiva prodotta a Ribera. Insomma, per il largo consumo interno certi produttori agricoli siciliani sono fregati in partenza. Non gli rimane che cercarsi un proprio mercato, magari nel resto d’Italia o all’estero. Cosa che può funzionare se il prodotto non deperisce in breve tempo.

Un dato, comunque, è assodato: i siciliani, tranne pochi casi, mangiano male. In genere, mangiano frutta e ortaggi che arrivano da chissà dove. Se non ci credete, andate in un qualunque supermercato in un qualunque centro dell’Isola e verificate di persona: su frutta, verdura e ortaggi, nel 90 per cento dei casi (e forse più) non troverete indicazioni sulla cosiddetta ‘tracciabilità del prodotto’: in pratica, mancano del tutto le indicazioni sulla provenienza di un frutto o di un ortaggio e sulle tecniche di coltivazione (che tipo di fertilizzanti e pesticidi utilizzati eccetera).

pesticidiQuesto sistema folle provoca tre cose. Primo: la fuga delle genti dall’Africa, cioè le migrazioni (milioni di persone sono costrette a emigrare perché le multinazionali gli derubano i terreni). Secondo: l’arrivo, in Italia, di ortofrutta scadente e, in buona parte, dannosa per la salute (ortofrutta prodotta, come abbiamo accennato, dalle multinazionali). Terzo: l’impoverimento della maggior parte dei produttori agricoli. Se a questo aggiungiamo il sistematico ‘taroccamento’ dei prodotti italiani (del cosiddetto made in Italy agro-alimentare), la frittata è fatta. Non vi dice niente il fatto che, mentre l’Italia celebra a Milano l’Expo 2015, all’insegna dello slogan “Nutrire il pianeta”, quasi tutta l’agricoltura italiana sia travolta da una pesante crisi? E infatti, se osservate bene come stanno le cose, vi accorgerete che l’Expo di Milano è, di fatto, colonizzato dalle grandi multinazionali (quelle che ci avvelenano), mentre ha poco o punto a che vedere con la vera agricoltura.

La Sicilia è due volte penalizzata da questo sistema. L’Unione Europea dell’Euro tiene alcune aree dell’Europa in deflazione (e tra quelle ‘prigioniere’ della deflazione c’è l’Italia). Insomma, in Italia c’è poca liquidità. Di conseguenza la domanda al consumo è bassa. E c’è povertà. E cosa fa il governo Renzi? Riduce ulteriormente la liquidità della Sicilia, strappando risorse finanziarie alla Regione, in barba allo Statuto autonomistico. Nell’ultimo anno e mezzo, come ci capita di scrivere spesso, ha strappato alla Regione siciliana oltre 10 miliardi di Euro.

In quest’azione di rapina ai danni di 5 milioni di siciliani Renzi è aiutato dal governatore dell’Isola, Rosario Crocetta, e dai partiti politici che l’appoggiano: PD in testa, UDC, Nuovo Centrodestra del Ministro Angelino Alfano e anche Forza Italia, che invece di fare opposizione, a Roma come in Sicilia, appoggia i governi sottobanco: a Roma Berlusconi dà una mano a Renzi (al Senato, per far passare la ‘riforma’ voluta da Renzi, il ruolo dei berlusconiani – tra alfaniani, Verdini e altri azzurri ‘incappucciati’ – potrebbe rivelarsi decisivo), in Sicilia i berlusconiani votano i mutui proposti da Crocetta. Eh già, perché mentre il governo Renzi drena i miliardi di Euro dal Bilancio regionale, il presidente della Regione indebita 5 milioni di siciliani con onerosi mutui, approvati dal Parlamento siciliano (nell’ultimo anno e mezzo la Regione di Crocetta, per fronteggiare gli scippi finanziari del governo Renzi, ha acceso due mutui: uno da 600 milioni di Euro e uno da un miliardo di Euro, mentre altri due mutui per altre centinaia di milioni sono bloccati perché chi dovrebbe prestare questo denaro alla Regione siciliana vorrebbe in cambio beni immobili regionali e ancora non sarebbe stato raggiunto l’accordo). Superfluo aggiungere che, grazie ai mutui accesi dal governo Crocetta con il sostegno di PD, UDC, Nuovo Centrodestra e Forza Italia i siciliani pagheranno, per i prossimi 30 anni, IRPEF e IRAP ai massimi livelli!

Non contenti di questo (come vi abbiamo raccontato qui), Crocetta, l’assessore all’Economia, Alessandro Baccei (non a caso piazzato in Sicilia da Renzi), il PD, l’UDC, il Nuovo Centrodestra e magari Forza Italia (più altri deputati del Parlamento siciliano ‘agganciati’ dal governo Crocetta con promesse & prebende) stanno mettendo a punto una manovra per togliere dalle tasche di 5 milioni di siciliani un altro miliardo e 750 milioni di Euro. Ovviamente, questa manovra economica e finanziaria che il governo Crocetta e i suoi alleati stanno mettendo a punto è una mezza minchiata. Per un motivo semplice: perché le famiglie e le imprese siciliane non hanno un miliardo e 750 milioni di euro da regalare per metà al governo Renzi e per l’altra metà al governo Crocetta, che conta di andare avanti per altri due anni non governando la Sicilia e fornendo servizi ai siciliani, ma continuando ad alleggerire le tasche dei siciliani, licenziando non meno di 50 mila dipendenti pubblici (tra questi è compresa una cospicua parte dei precari dei Comuni e della Regione).

E la cosa bella sapete qual è? Che questi partiti – che in queste ore litigano per spartirsi le spoglie della Sicilia (il rimpasto del governo Crocetta) – già pensano alle elezioni regionali previste tra due anni (a meno che la Regione non fallisca prima). E pensano pure di vincere!

In questo scenario, con la Regione senza soldi; con i Comuni che non hanno le risorse per pagare i propri dipendenti, gli anziani, i portatori di handicap, i minori a rischio; con le Province, sempre senza soldi, trasformate in grotteschi consorzi di Comuni e nelle già citare città metropolitane; insomma con la Sicilia officiale che leggi dovrebbe approvare il Parlamento siciliano? Le nuove leggi che ci sono in parte non possono essere applicate per mancanza di soldi. E’ il caso dei consorzi di Comuni che non hanno le risorse per celebrare le elezioni.

Certo, il Parlamento potrebbe fare qualcosa per sostenere l’economia. Ma dovrebbe togliere soldi a se stessa, a una ‘macchina’ che è ormai autoreferenziale e che si sostiene derubando i siciliani. Non trova ospitalità tra i grandi media un elemento politico e contabile che invece andrebbe sottolineato: da due anni la Regione siciliana approva non un Bilancio, ma due Bilanci: uno fatto con i soldi veri (quei pochi che il governo Renzi non ha ancora rapinato), che serve per pagare, per l’appunto’, la ‘macchina’: la sanità (fino a un certo punto…), i dipendenti pubblici e i debiti (le rate dei mutui della stessa Regione, che ormai superano gli 8 miliardi di Euro); mentre il secondo Bilancio è fatto con soldi fittizi.

Questi ultimi prima erano fatti con entrate inventate; oggi con entrate dello Stato che non arriveranno mai. In questo modo è stata accontentata la Corte dei Conti che, alla fine, ha eliminato la ‘sostanza’ (cioè la richiesta di soldi veri al posto delle entrate fittizie, dette tecnicamente residui attivi) per accontentarsi dei soldi dello Stato che non arriveranno (in questo caso i residui attivi cambiano nome, con i giudici contabili costretti a fare buon viso a cattivo gioco, anche se qualche ‘botta’ al governo nazionale la Corte dei Conti l’ha assestata, accusando Roma di “infedeltà”: ma il governo Renzi ha fatto finta di non capire).

Tutta da archiviare la Sicilia di oggi? No. Una speranza c’è. Ed è rappresentata dai GAL, sigla che sta per Gruppi di Azione Locale. Sono soggetti pubblici e privati che si mettono assieme all’insegna dello sviluppo. I GAL possono accedere direttamente ai fondi europei. L’importante è che si muovano con progetti credibili. I GAL, oggi, fanno paura alla politica ufficiale, cioè alla vecchia politica: cioè al governo Renzi, al governo Crocetta e ai partiti tradizionali che stanno affossando la Sicilia. I GAL fanno paura alla politica perché, nelle cose che contano, si sostituiscono alla politica.

I GAL, ad esempio, stanno facendo quello che non ha fatto l’Unione Europea dell’Euro, governata da finanza ladra, banche, massoneria e mafie varie e al servizio delle multinazionali-criminali. I GAL stanno certificando i prodotti siciliani per venderli sui mercati internazionali. Non si tratta dell’ortofrutta avvelenata che arriva in Sicilia dal Nord Africa. Sono i prodotti siciliani di alta qualità, per i quali i GAL stanno realizzando la ‘tracciabilità’.

Di fatto, i GAL si stanno sostituendo al governo regionale che, con i 2,1 miliardi di Euro del PRS 2007-2013 (Piano di Sviluppo Rurale dell’Unione Europea), avrebbe dovuto fare questo. E non l’ha fatto, facendo sparire buona parte di questi soldi in azioni che dovrebbero essere oggetto – a nostro modesto avviso – dell’interesse della Guardia di Finanza e della magistratura penale e contabile.

La politica siciliana teme i GAL. Non a caso cerca in tutti i modi di impossessarsene. Non a caso cerca in tutti i modi di non finanziarli. Anzi, di non farli finanziare. Non a caso cerca in tutti i modi di imporre il ‘pizzo’ sui fondi comunitari destinati agli stessi GAL. Non a caso la vecchia politica cerca in tutti i modi di condizionarli e di frenarne l’azione innovativa.

I GAL fanno paura alla politica perché parlano la lingue dello sviluppo. L’unica in grado di affrancare la Sicilia dalla schiavitù di una politica di ladri e mafiosi che utilizza il sottosviluppo organizzato per auto-alimentarsi e sostenersi. Ai GAL, oggi, è legato il futuro della Sicilia.                           

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