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Scandalo Volkswagen, quel “dieselgate” che ha minato il Made in Germany

Un'attivista di Greenpeace

Un'attivista di Greenpeace

Quanto accaduto in questi giorni con lo scandalo delle auto Volkswagen in quella Germania merkeliana, che appariva inattaccabile e leader incontrastata in Europa, sembra avere smontato nell’immaginario sociale l’idea di correttezza e legalità che ha sempre caratterizzato il lavoro tedesco. Che i tedeschi alla fine siano come noi?

In questi giorni ho osservato quanto accaduto alla casa automobilistica tedesca Volkswagen. Ho ascoltato e letto opinioni più o meno autorevoli. La truffa ha sorpreso tutti e quello che è diventato il “dieselgate” si sta allargando anche ad Audi, Skoda ed ormai riguarda gran parte dei veicoli europei. Il caso, che ha mandato in picchiata le azioni e la reputazione del marchio di Wolfsburg, sta minando profondamente l’idea di Made in Germany: affidabilità, durata, rispetto delle regole. Ma, al di là dei risvolti politico economico finanziari, ciò che più mi ha incuriosito sono state le reazioni “nascoste” che il cittadino medio italiano può e deve aver avuto alla lettura della notizia: una certa soddisfazione, accompagnata da un senso di rivincita.

Alzi la mano, chi non è stato preso da un sentimento del genere. Una sorta di riscatto della vita all’italiana rispetto ad un sistema, quello tedesco e soprattutto nelle sue eccellenze, che sembrava privo di falle ed invece dimostra di essere marcio.

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L’amministratore delegato di Volkswagen Group, Martin Winterkorn

Ultimamente le occasioni erano state poche, il patrimonio artistico e culturale italiano è sempre un vanto, lo sappiamo, è inimitabile e molti tedeschi ce lo invidiano, anche se capita che un’assemblea sindacale blocchi per tre ore l’apertura del Colosseo lasciando in coda centinaia di turisti o che la meravigliosa Matera, futura capitale europea della Cultura, sia raggiungibile solo in macchina, perché i treni non ci possono arrivare, e così via. Questi tempi di confronti italo-tedeschi non hanno fatto altro che far suscitare invidie da parte dei “poveri” italiani: occupazione, crescita economica, strutture e servizi che sembrano impossibili da eguagliare. Solo pochi mesi fa, i successi raggiunti da Volkswagen nel 2014 facevano “rosicare” molti. Da brivido, per qualsiasi lavoratore italiano, alcuni traguardi: dividendi aumentati del 20%, 42.500 lavoratori occupati da Audi (Volkswagen Group) che hanno ottenuto un premio straordinario di 6.540 euro in più sulla busta paga, 115.000 addetti con un aumento medio del 3,4% sul contratto di lavoro, vale a dire tra 65 e 209 euro lordi al mese a seconda di anzianità e ruolo. Mentre in Italia siamo contenti perché i poveri lavoratori di Mirafiori, dopo cinque anni di cassa integrazione, possono rientrare finalmente al loro lavoro.

La Germania merkeliana appariva inattaccabile, leader incontrastata in Europa, capace di dettare strategie politiche economiche in tutto il continente. Meta di arrivo per giovani e meno giovani in questi anni di crisi.

Noi italiani ci prendevamo le rivincite sui campi di calcio ogni due/quattro anni, in occasioni di campionati di europei o mondiali, quando ci gongoliamo del fatto che li battiamo sempre.

Ma quanto accaduto in questi giorni, che avrà conseguenze da valutare nel più complesso sistema di relazioni economiche europee smonta in parte nell’immaginario sociale l’idea di correttezza e legalità che ha sempre caratterizzato l’idea del lavoro tedesco. Ad un italiano è stato quasi immediato pensare “alla fine sono come noi”, oppure peggio perché si nascondono dietro un immagine incorruttibile.

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La copertina di Der Spiegel

Qualcuno, a tal proposito, ha ricordato la pistola sugli spaghetti messa in copertina da Der Spiegel e mai digerita da cittadini e media italiani, come a dire: cosa dovremmo dirvi dopo la mega truffa che sa di associazione criminale?

Qualcuno si diverte, alla Vita in diretta su Rai Uno, con ironia del tutto fuori luogo ad accostare napoletani e tedeschi: “È una storia che potrebbe entrare nel copione del film Totò truffa e riduce a quisquilie le capacità partenopee nel gioco truccato delle tre carte. Insomma, vendere in tutto il mondo oltre 11 milioni di automobili spacciate per verdi e in realtà inquinanti incassando milioni di dollari di incentivi governativi per i prodotti green, è un evento che andrebbe scolpito nella copertina di un settimanale, come gli spaghetti e la pistola utilizzati a suo tempo dal Der Spiegel”.

Quanto accaduto all’azienda di Wolfburg ha messo in moto un gioco di specchi, in particolar modo degli italiani, che hanno ridefinito se stessi proprio in relazione a quanto accadeva agli altri. È una storia che accompagna da sempre gli italiani, che si percepiscono meglio e con maggiore chiarezza proprio attraverso l’incrocio di sguardi con chi italiano non è. E attraverso quegli occhi si definiscono bene o male. E questo lo sanno soprattutto chi da l’Italia se ne è andato.

Questa volta, sotto sotto, godiamo un po’. Si tratta solo di un “gioco” di emozioni, ma che forse ci racconta qualcosa di più.

Tuttavia, c’è un rischio per gli italiani, figlio di un vizio italico, quello di alimentare la cultura del sospetto verso sé stessi: se l’hanno fatto loro, chissà che cosa avranno fatto gli altri costruttori. E noi italiani? Noi, su questo, non aspettiamo novità.

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