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Economia siciliana nel 2016: timidi segnali da agricoltura e turismo

E’ stato pubblicato il Notiziario statistico della Regione sulle prospettive per il 2016. Poche le novità rilevanti. L’apparato economico dell’Isola rimane asfittico. Si salva solo il turismo, forse perché chi sceglieva per le vacanze i Paesi del Mediterraneo, a causa delle guerre in corso, opta per la nostra Isola 

È stato recentemente pubblicato, giusto alla vigilia di Natale, il Notiziario statistico della Regione sulle prospettive per il 2016, da parte del servizio statistico. La fonte è un po’ di parte, perché per le fonti governative l’ottimismo è di prammatica, ma i funzionari che redigono questo documento sono persone preparate e serie, che conosco personalmente, ed è sempre interessante leggere questi rapporti. Vediamo cosa dicono gli economisti/statistici della Regione sulle prospettive per l’anno che sta per iniziare. È un esercizio interessante, specie per chi vuole investire l’anno prossimo la propria vita in Sicilia: pensiamo ai giovani in cerca di prima occupazione o agli imprenditori e professionisti il cui reddito dipende dal ciclo economico.

Intanto cogliamo un dato storico quasi unico al mondo: la Sicilia è in recessione dal 2008, da quando è iniziata la crisi globale. Quella crisi in Sicilia non è mai finita. I numeri sono impietosi. L’anno migliore è stato il 2010, quando abbiamo perso solo lo 0,4 %, mentre il peggiore è stato il 2009, quando in un colpo solo si è perso il 4,3%. Ogni anno, per farla breve, la Sicilia va indietro di circa il 2%. Per capirlo dobbiamo immaginare che un’impresa ogni 500 ogni anno chiude. Da allora abbiamo perso un po’ meno del 15% dell’intero Prodotto interno.  L’Italia, per dare un’idea comparativa, si rotola da allora un po’ sopra e un po’ sotto lo 0, ed è già considerata nel mondo occidentale uno dei casi più gravi.

Per il 2016, invece, gli economisti prevedono nientemeno che l’uscita dalla crisi, con un +0,4 %. Perché prevedono questo? Perché un’economia sottosviluppata e agganciata ad un’economia più forte, prima o poi risente del ciclo di questa, per induzione. Se l’Italia dovesse crescere veramente dell’1 % come spera Renzi, allora qualche briciola cadrà anche in Sicilia e si invertirà la tendenza negativa.

A costo di passare per menagramo purtroppo non sono d’accordo su questa previsione ottimistica. O meglio, tecnicamente hanno fatto bene gli economisti, nel senso che hanno applicato alcuni modelli economici che danno correttamente questi risultati. Ciò che queste previsioni non computano è l’effetto della continua distrazione di risorse dalla Sicilia verso lo Stato italiano. In queste condizioni sarà già un miracolo una crescita di un millesimo di punto percentuale. Ma i fatti diranno se avevamo ragione o no.

Nel frattempo il servizio certifica negli ultimi sette anni “il peggior declino dal dopoguerra”, cioè da quando esiste il servizio statistico. Per ragioni inspiegabili il calo dell’occupazione e dei redditi, da tutti salutato come risanamento, non ha portato a un boom dell’economia, ma al crollo della domanda interna. Pur avendo ormai da decenni un sistema bancario depurato da qualunque banca siciliana che potesse avere inefficienze o costo del denaro più alto, per qualche ragione misteriosa il servizio denuncia una “difficoltà di accesso al credito” da parte delle imprese siciliane che inibisce gli investimenti. E pur avendo i benefici di una moneta unica e da tempo una politica monetaria molto accomodante da parte della BCE, queste iniezioni di credito fatte a Francoforte non arrivano minimamente in Sicilia preferendo le banche investire in altre regioni d’Europa. Chissà perché. Destino cinico e baro…

Un dato contraddittorio è quello che si ottiene mettendo a raffronto la debole ripresa dei depositi bancari, come delle compravendite di case e di autovetture, con la ulteriore leggera contrazione del credito. Strano, molto strano, indice di un sistema creditizio malato, che non eroga più credito nemmeno quando c’è qualcuno disposto a comprare.

In particolare, pare che gli investimenti, dai quali dipende la capacità produttiva e quindi la ricchezza nel lungo periodo, crollino più dei consumi. Diminuiscono sia il capitale investito, sia gli occupati, sia il numero delle imprese. Però il valore aggiunto, effettivamente, dopo aver toccato il fondo nel 2014, resta fermo nel 2015, senza andare ancor più giù. Il settore più dinamico,  a sorpresa, è l’agricoltura (+1,7 %, non chissà che, ma fa sperare), mentre le costruzioni sono quelle che vanno più giù nel 2015 (-2,4 %). Il dato congiunturale positivo di agrumi, grani, ma soprattutto vino e olio, salva l’economia siciliana nel 2015, nonostante tutto, nonostante i peggiori governi nazionale e regionale mai avuti sinora.

Nel settore industriale, dopo il collasso degli anni precedenti che ha letteralmente disarticolato il sistema, su ciò che sopravvive si coglie qualche timidissimo segno +, troppo presto per dire se ci sarà un’inversione di tendenza. Disarticolando il dato si scopre che esiste un tessuto, piccolo piccolo, di aziende non petrolifere, talvolta ad alta tecnologia, e presumiamo molta buona volontà, che riesce addirittura ad aumentare le esportazioni, nel settore dei prodotti della chimica, dell’elettronica, degli alimentari e bevande e della lavorazione dei minerali non metalliferi. Dati contraddittori, e compensati dal crollo nel settore farmaceutico o dei mezzi di trasporto. Sospendiamo il giudizio in attesa di informazioni più precise. Il calo del prezzo del petrolio, invece, non ha danneggiato solo la Russia, ma anche le esportazioni siciliane, sebbene ai siciliani propriamente detti nulla vada di questo surplus.

Per ragioni “inspiegabili” il settore dei lavori pubblici assiste a cadute a due cifre, un vero crollo. Chissà perché. Il settore dei servizi, che vive di risulta sugli altri, è sostanzialmente stagnante. Vola però il settore del turismo. Il traffico negli aeroporti ha raggiunto a Palermo il record di +12,4 % in un anno e le presenze straniere un + 16,5 %. “Merito” della destabilizzazione politica di molte mete estere, o della provvida politica del governo Crocetta? Non saprei dire con esattezza.

Insomma, in una battuta, la Sicilia è oggi accogliente per l’economia come lo è il deserto per la vita. Dobbiamo trasformarci in scorpioni, lucertole e volpi del deserto. Ci saranno imprese e lavoratori che si adatteranno a queste condizioni proibitive, sfruttando le risorse primarie non delocalizzabili (prodotti agricoli e turismo, prima di ogni altra cosa). Per il resto, la nottata è lunga. Il lungo inverno non è ancora passato e chissà quando passerà. Ma la politica non c’entra niente con tutto ciò. Ci mancherebbe.

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