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Ad evadere il Fisco italiano sono anche le multinazionali che pagano le tasse all’estero

di C. Alessandro Mauceri

Ci sono in Italia grandi gruppi economici internazionali che dovrebbero pagare le tasse nel nostro Paese, ma per evadere il nostro Fisco - tra i più esosi del mondo - pagano all’estero. Ma di questo aspetto non ha parlato il Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno. E non ne parla Renzi  

Di evasione e di elusione in Italia si parla da sempre. A parlarne è stato anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che nel suo discorso di fine anno agli italiani ha detto: “E’ un elemento che ostacola le prospettive di crescita”. Pochi giorni prima ne aveva parlato anche il “Nuovo che avanza”, al secolo Matteo Renzi, che (tanto per cambiare) si era vantato dei risultati dell’azione di governo: “Nella battaglia contro l’evasione fiscale abbiamo fatto passi in avanti da gigante”.

Nessuno dei due, però, ha riportato alcuni numeri. Anzi, a ben vedere anche quelli riportati da Renzi e da Mattarella presentavano una differenza abissale. Il “Nuovo che avanza” ha parlato dei dati diffusi dal Tesoro, secondo il quale sarebbero 60 i miliardi di Euro di imponibile evasi. Ben diversa la cifra riportata dal Presidente della Repubblica, che ha citato i dati di uno studio di Confindustria dal titolo “L’evasione blocca lo sviluppo” (presentato il 16 dicembre alla presenza del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan) in cui si parla, per l’anno appena trascorso, di un’evasione fiscale e contributiva intorno a 122 miliardi di euro (40 miliardi di Iva non pagata; 23,4 di Irpef; 5,2 di Ires; 3 di Irap; 11,4 di altre imposte indirette; 4,9 di imposte locali e 34,4 di contributi previdenziali).

Una differenza non da poco. E poi 122 miliardi di Euro significano quasi 7 punti e mezzo del PIL (Prodotto Interno Lordo). Se il governo fosse riuscito a recuperare anche solo una parte considerevole di questa somma, avrebbe potuto dare una spinta decisiva all’economia del Paese e anche ai conti pubblici. Come ha fatto notare proprio Confindustria: se il governo Renzi fosse riuscito a fare qualcosa di concreto contro l’evasione, il PIL sarebbe cresciuto del 3,1 per cento e sarebbe stato possibile creare oltre 335 mila nuovi posti di lavoro. Altro che Jobs Act!

Del resto, l’ha ammesso anche il capo dello Stato: “Gli evasori danneggiano la comunità nazionale e danneggiano i cittadini onesti. Le tasse e le imposte sarebbero decisamente più basse se tutti le pagassero”. E ha aggiunto: “Un elemento che ostacola le prospettive di crescita è rappresentato dall’evasione fiscale”.

Peccato che, al di là dei “potrebbe”, dei “sarà” e simili, le cose siano andate in modo ben diverso. Entrambi si sono guardati bene dal dirlo, ma di questa somma enorme, lo Stato è riuscito a recuperare molto poco: anche secondo le previsioni più rosee (quelle inserite nella legge di stabilità), l’Italia dovrebbe riuscire a recuperare “solo” 4 miliardi di Euro. E questo nonostante gli enormi “sconti” concessi a molte grandi aziende e nonostante la “volontary disclosure”, la misura che avrebbe dovuto favorire il rientro dei capitali e l’emersione del sommerso.

Troppo poco specie se si considerano tutti i “fatti” (come li ha chiamati Renzi) per combattere l’evasione e per favorire il rientro dei capitali. È di pochi giorni fa, ad esempio, la notizia che Apple, la famosa multinazionale produttrice dei cellulari tanto agognati, avrebbe “trovato un accordo” con l’erario italiano in base al quale dovrebbe pagare 318 milioni di euro. Bene. Anzi no, male: secondo i magistrati, la somma omessa dalla dichiarazione per i redditi dal 2008 al 2013 sarebbe di gran lunga maggiore (880 milioni solo di Ires). Alla fine per la Apple la vicenda potrebbe essere un vero affare: invece di pagare poco meno di un miliardo di euro, la società potrebbe cavarsela con meno della metà! È per questo che Assoconsum ha presentato un esposto alla magistratura affermando: "Non è giusto che i grandi evasori se la cavino pagando un terzo del debito".

Vicenda analoga per Google: secondo alcune analisi, il colosso informatico produrrebbe in Italia utili sui quali paga le tasse, ma non nel Belpaese. Secondo quanto è emerso dall’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto, Francesco Greco, e affidata al pubblico ministero Isidoro Palma, la filiale italiana di Google si sarebbe appoggiata ad una società estera per pagare meno tasse. Nel Belpaese, nel 2013, il colosso informatico ha lasciato solo pochi spiccioli, “appena” 1,8 milioni di euro. Una nota d’agenzia dell’Ansa ha parlato di un “accordo col Fisco italiano”. Immediata la smentita di Google: “La notizia non è vera, non c’è l’accordo di cui si è scritto. Continuiamo a cooperare con le autorità fiscali”. La verità è che le “parti”, dopo oltre un anno di incontri e trattative, non hanno ancora raggiunto un accordo.

Elusione ed evasione pare siano un aspetto comune a molte multinazionali, non solo hi-tech. Aziende concentrate nel trovare quelle che sono state chiamate “esterovestizioni”, ovvero mezzi per distogliere fatturato e imponibili dall’imposizione italiana (ritenuta troppo alta) trasferendoli in Paesi in cui la tassazione è molto minore. Non a caso c’è chi dice che il Fisco stia valutando se procedere anche nei confronti di gruppi come Amazon (non è la prima volta che il nome del colosso dell’e-commerce emerge tra gli indiziati di indagini fiscali in Italia e in altri paesi) e Western Digital (altra compagnia Usa specializzata in hard disk).

Contrattazioni e “sconti” che, come ha detto il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, fanno sì che l’evasione “porti ad una distorsione della concorrenza e alla violazione di un patto sociale”. Al punto da ottenere l’effetto opposto: invece di scoraggiare l’evasione fiscale e la fuga di capitali all’estero, spesso queste misure finiscono per favorirle e renderle “patologiche”.

Il problema è che, nonostante i vanti del governo e le buone promesse dei discorsi augurali, la stragrande maggioranza di chi ha evaso il Fisco in Italia l’ha fatta franca (anche quelli che si sono autodenunciati sono meno del 6% del totale).  Tra volontary disclosure, sconti di pena, contrattazioni e “contradditori” (come quello riportato in un comunicato a firma del procuratore Edmondo Bruti Liberati a proposito di Google) a pagare le tasse in Italia sono sempre di meno. Ciò ha fatto sì che, nell’ultimo periodo, i reati fiscali aumentassero, con un boom di violazioni accertate pari a 10 volte superiore rispetto al 2013, come ha confermato Paolo Zabeo, coordinatore del Centro Studi Cgia di Mestre.

La conseguenza è che l’Italia, nonostante le promesse e le twittate del premier, cresce molto più lentamente di molti altri Paesi. Come sanno bene gli economisti (quelli veri), aumentare il carico fiscale non sempre fa aumentare le entrate: oltre una certa soglia, anzi, queste cominciano a calare. Ciò inevitabilmente crea problemi nella gestione della cosa comune, ma soprattutto impedisce al Paese di crescere come potrebbe e di colmare il gap che lo separa da altri Paesi. Proprio in questi giorni sono stati resi noti i dati Eurostat che dimostrano che il gap tra l’Italia e molti altri Paesi dell’area Euro sta aumentando (giusto per fare un esempio, mentre, in Italia, l’occupazione giovanile, ha recuperato 0,9 punti, in Germania è cresciuta del 2,7 per cento, del 4,2 nel Regno Unito e dell’1,9 in Spagna).

Una delle cause di questo rallentamento è proprio l’incapacità di combattere l’evasione fiscale, l’elusione. Di evitare (se non  in percentuale ridicola) che i soldi “italiani” finissero all’estero, magari proprio in altri Paesi dell’Unione. È questo che nessuno ha avuto il coraggio di ammettere parlando agli italiani alla fine del 2015. 

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