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L’Italia a lezioni di piano polacco, ma non è Chopin

Dal piano di sviluppo della Polonia alcuni suggerimenti utili per l'Italia

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Una immagine di Varsavia

Varsavia sembra meno interessata ai decimi di crescita del prodotto interno lordo, come anche alle variazioni dei punti di spread dei titoli di stato rispetto al benchmark tedesco. In compenso prova a dare “qualificazione” al suo sviluppo in termini di responsabilità sociale e di garanzia per le future generazioni

L’ambasciatore di Polonia in Italia, Tomasz Orłowski, ha presentato, nei giorni scorsi, il Piano di Sviluppo Responsabile del suo paese, con gli obiettivi da raggiungere entro il 2020. Il documento è ricco di indicazioni e considerazioni, e ha il pregio di impegnare il ceto di governo su risultati slegati dall’attualità e dall’emergenza. Vale la pena, prima di segnalare i punti più interessanti del piano, ricordare che in Italia a prevalere è tuttora la cultura degli interventi d’emergenza, nonostante un governo intenzionato a durare altri due anni e convinto di essere confermato alle elezioni.   

Ha scritto Pietro Paganini, riprendendo l’intervento che Francesco Giavazzi aveva proposto sul CorSera in occasione delle dimissioni della ministra Guidi chiedendosi se tenere in piedi il ministero dello Sviluppo economico: “l’Italia ha disperato bisogno di un progetto di sviluppo che …  esprima la visione sul futuro, gli obiettivi che si vogliono raggiungere, i settori e gli investimenti su cui puntare, e quindi gli strumenti necessari … È su questo progetto che gli investitori scelgono se indirizzarvi le loro risorse, e i cittadini se sostenere il governo con il voto. … Di questi piani l’Italia si è dotata fino ad un certo punto della sua storia repubblicana, poi ha pensato di farne a meno. Ha proseguito campando alla giornata”. E campando giornate piuttosto amare va aggiunto.    

L’ultimo tentativo serio in materia fu di Giorgio Ruffolo che, riprendendo l’esperienza portata al governo da gente come Ugo La Malfa e Antonio Giolitti, provò a instradare l’azione di governo, allora genuino centrosinistra caratterizzato dalla spinta riformista dei socialisti, nel sentiero della programmazione. Il Rapporto sulla programmazione economica che presentò al parlamento in qualità di segretario generale della programmazione economica è roba di mezzo secolo fa. La spinta programmatoria fu affossata da dorotei e fanfaniani (Amintore Fanfani coniò l’espressione “libro dei sogni” per bollare sarcasticamente il documento di Ruffolo) e successivamente mai più ripresa. Curioso che siamo qui a parlare oggi di un piano (quasi) quinquennale partorito da un governo di destra pura, ostile, come molti nei territori che hanno patito l’oppressione comunista, ad ogni ipotesi di centralismo politico ed economico. Evidentemente a Varsavia hanno fatto due conti (che non riusciamo a fare noi, nonostante il costo pazzesco dell’ente inutile Banca d’Italia, che questi conti dovrebbe ben farli!) e hanno capito che il “Piano di sviluppo responsabile” può costituire la piattaforma sulla quale rimodellare i fattori socio-economici del paese.   

A partire dalla scelta di “responsabilità”. Varsavia sembra meno interessata di noi ai decimi di crescita del prodotto interno lordo, come anche alle variazioni dei punti di spread dei titoli di stato rispetto al benchmark tedesco. In compenso prova a dare “qualificazione” al suo sviluppo in termini di responsabilità sociale e di garanzia per le future generazioni. Come ha avuto modo di spiegarmi l’ambasciatore: “vogliamo ampliare gli spazi della solidarietà sociale: tra le diverse generazioni e regioni, tra gli spazi di città e quelli rurali, tra datori di lavoro e lavoratori”, evocando il concetto caro ai cattolici, della cura del “bene comune”.    

In quel quadro, Varsavia ritiene di dover evitare alcune trappole (il documento così le definisce): reddito medio, mancato equilibrio, prodotto ordinario, declino demografico, istituzioni deboli. Il linguaggio sembra echeggiare quello adottato da William Beveridge nel suo Rapporto su sicurezza sociale e welfare, uscito in piena guerra mondiale nel 1942: lì era l’elenco dei “want” a caratterizzare il documento, qui sono le “trap”. Il metodo è lo stesso: si descrivono le sfide, si indicano gli strumenti per batterle e passare oltre. Si vedrà che quelle trappole ci riguardano da vicino.

Si afferma, nel testo polacco, che le fonti di crescita sin qui utilizzate appaiono esaurite. Il riferimento va innanzitutto al lavoro a basso costo, che è indice di società strutturalmente ingiusta, ma anche destinata a restare nel gruppone dei paesi a reddito medio. Solo l’innalzamento delle specializzazioni e delle retribuzioni consente il passaggio nella categoria alta. L’Italia, pur trovandosi a ben altro livello di reddito (la metà dei lavoratori polacchi supera di poco 600 euro mensili), denuncia anch’essa salari bassi. Sentendo l’eco dell’articolo di Paganini, “dobbiamo scegliere se rimanere un paese fondato sulla manodopera a basso costo, o perseguire con decisione la via dell’innovazione e quindi dei lavori che richiedono competenze intellettuali elevate. Dobbiamo scegliere se vogliamo restare ai margini di chi fa innovazione e quindi rinunciare al benessere raggiunto o se vogliamo diventare leader e quindi anticipare i grandi cambiamenti globali e tecnologici”.

La seconda trappola, purtroppo per noi, non ci riguarda, perché tocca l’eccesso di capitale straniero in rapporto al  capitale nazionale disponibile. Non che la destra di governo si rammarichi della presenza estera; chiede ai polacchi di investire anche loro e di mostrare di credere nel futuro del paese. Da noi la questione non si pone perché gli stranieri non investono: le lungaggini della burocrazia e le ingiustizie della nostra giustizia (a cominciare dai tempi  biblici dei processi) li tengono lontani.

La fase del prodotto “ordinario” o di fascia medio bassa, noi l’abbiamo abbastanza superata. Resta che, come i polacchi abbiamo pochi campioni di grande impresa, e che i medio piccoli faticano ad avere la massa critica per innovare e competere in fascia alta, anche se in diversi lo fanno sino all’eccellenza. Interessante la scelta dello stato polacco (il nostro non l’ha ancora fatta) di premiare nelle gare pubbliche innovazione e qualità invece dell’offerta economica per diventare, nelle parole dell’ambasciatore Orlowski “cliente tecnologicamente esigente”.

Intrappolati nel declino demografico lo siamo come e più dei polacchi. Disoccupazione giovanile ed esodo all’estero dei giovani, insieme alla bassa natalità, appartengono ora anche alla Polonia. Le previsioni danno in sistematica diminuzione il numero degli occupati polacchi; e da noi le cose, superato il tampone del costoso (per la finanza pubblica) jobs act, possono andare solo peggio.

Che le istituzioni siano deboli e colpevoli il documento lo scrive con parole che potrebbero calarsi tranquillamente sulla situazione italiana: “Questa trappola accentua tutte le altre perché determina l’ambiente in cui viviamo”. Si denuncia lo scoordinamento della pubblica amministrazione. Si afferma che la crescita dei suoi costi non è andata alla pari con la crescita di efficienza. Sembra di stare sul Tevere, non sulla Vistola.

Proprio dal ruolo dello stato parte il piano per lo sviluppo sostenibile messo in campo dal governo di Varsavia. La scelta è ben chiara nelle parole del vice primo ministro Mateusz Morawiecki: “Lo stato non può essere solo il guardiano e il controllore. Deve essere anche una guida e un partner”. Vediamo come, attraverso il contenuto dei “cinque pilastri dello sviluppo economico”: reindustrializzazione, aziende innovative, capitale per lo sviluppo, espansione estera, crescita sociale e regionale.

Nella reindustrializzazione, che punta su innovazione e specializzazione, lo stato interverrà in particolare con l’azione di un nuovo ministero, quello dell’Economia marittima e della Navigazione interna che dovrebbe, par di capire, riportare in vita tradizioni come quella storica di Danzica. Il documento guarda alla creazione di partnership e cluster, e a specializzazioni anche attraverso investimenti esteri. Per l’innovazione, si punta a modifiche del quadro normativo e alla riforma degli istituti scientifici e di ricerca, insieme a deregulation, favori alle start up, nuovo statuto dell’impresa, nuovi principi nelle successioni per ditte individuali. Sugli investimenti si punta a portarli a ¼ del pil, dall’attuale 18%, anche promuovendo l’azionariato dei lavoratori. Non si dice come dare fiducia agli investitori, e questo è un limite che conosciamo bene, visto che anche in Italia il governo sollecita investitori ma non spiega quali garanzie offra loro. Sugli investimenti diretti all’estero, le fusioni e le acquisizioni chieste dal governo alle ditte polacche non si può che essere d’accordo: in questo stiamo decisamente più avanti, anche in termini politici. Sullo sviluppo locale, rurale e regionale, auguri ai polacchi: da noi l’intervento dello stato in materia non ha segno positivo a bilancio, nonostante buoni episodi.

Bisognerà capire quanti soldi saranno disponibili per un progetto che appare piuttosto ambizioso, e se la Commissione europea sarà d’accordo su tutto, sostenendolo di conseguenza con i propri fondi. Lo stato metterà in campo il Fondo polacco per lo Sviluppo, basato su istituzioni già esistenti, meglio coordinate, ma apparentemente non destinerà risorse aggiuntive, anche perché queste andrebbero comunque concordate con Bruxelles. Migliore appare la prospettiva sull’innovazione: la spesa per ricerca e sviluppo, attualmente allo 0,8% del pil, dovrebbe salire già nel presente quinquennio al 2%. Altrettanto può dirsi dei cosiddetti “appalti pubblici intelligenti”: il mercato degli appalti pubblici vale l’8% del pil ovvero 40 miliardi di euro. Rinunciando al criterio del prezzo più basso e puntando su punteggi supplementari in caso di innovazioni e di incremento occupazionale, si tratterebbe di una poderosa leva di sviluppo.

I dati macroeconomici polacchi sono buoni; visti da Roma possono generare persino qualche invidia. Secondo la Commissione europea, il pil crescerà quest’anno del 3,5% (noi annaspiamo intorno all’1%), il debito non supererà il 52,5% (noi siamo a 133%), il deficit è a 2,8% leggermente sopra al nostro, la disoccupazione al 7% (siamo all’11,7%) e quella giovanile (15-24 anni) al 23,9% (noi al 38%). Dopo l’uscita dal comunismo la ricchezza è quintuplicata, e il sistema finanziario è stabilizzato. ¼ della popolazione è ancora a rischio povertà ma, contrariamente a quanto sta accadendo in Europa Italia inclusa, i poveri continuano a diminuire. E’ paese più competitivo del nostro secondo la Banca Mondiale, grazie anche all’imposta sul reddito delle società ferma al 19%, con trattamento anche di maggior favore nelle 14 zone economiche speciali. Per Forbes, Varsavia è tra le dieci migliori città per lanciare una start up, posizione che non potrà non migliorare con le nuove misure. Gli investitori esteri, che fiutano il vento, hanno messo in Polonia, nel 2014, quasi 14 miliardi di dollari. L’anno prima si era a soli 120 milioni. Con questi numeri sullo sfondo il Piano non dovrebbe fallire. I pazienti italiani attendono.

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