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Panama Papers: voglia di giustizia e contraddizioni

Milioni di documenti visibili sul sito dell'International Consortium of Investigative Journalists

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I cosidetti Panama Papers dell'archivio Mossack Fonseca accessibili all'opinione pubblica mondiale. La rete permette agli evasori di spostare titoli e denaro, ma anche la loro gogna mediatica. Suprema tripla ingiustizia: lo stato spende, lo straricco evade, il povero paga

Lunedì alle ore 20 (le 2 pm a New York), l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), pubblica, nel suo sito web, l’archivio completo dello studio legale Mossack Fonseca. Vanno in piazza migliaia di affari offshore, i cosiddetti Panama papers, ad eccezione dei dati sensibili che attengono a sicurezza e privacy di persone o ditte in elenco. In Italia ne ha dato notizia l’Espresso, che ha precisato trattarsi di 11 milioni di file riguardanti società registrate in ventuno paradisi fiscali.

E’ passato poco più di un mese dall’uscita delle prime notizie e il gioco si fa duro, perché si transita dallo scoop alla vera e propria denuncia di fronte all’opinione pubblica mondiale. Gli svergognati della finanza globale, le oltre 200 mila società, trust e fondazioni, con le persone e fiduciarie che ne tirano i fili, avranno di che lamentarsi e di che difendersi: è loro diritto. Così come è nostro diritto, e soprattutto dovere, non tanto alzare il dito accusatorio, quanto riflettere sugli evidenti rischi che, oltre alle altrettanto evidenti opportunità, il mondo globalizzato, “liberato” da sempre più vincoli frontalieri, sta accumulando a danno nostro e dei nostri figli.

La prima considerazione riguarda ICIJ: grande rispetto per questi colleghi che, per quanto se ne sa, onorano una professione spesso prostituita a interessi di parte. Scorrendone i nomi pubblicati nel sito consortile, appaiono anche persone che vivono in paesi dove il concetto di libertà di informazione viene negato e dove quindi, a fare il reporter di investigazione onorando il patto di fedeltà stretto con i lettori, si rischiano non solo carriera e salute ma la vita. Considerazione che suona in modo drammatico, dopo quello che è successo venerdì a Istanbul, con un anatolico che ha attentato alla vita del direttore del glorioso quotidiano turco d’opposizione Cumhuriyet, Can Dündar. Due elementi per la nostra attenzione. Dündar usciva dal tribunale che lo sta giudicando per lo scoop sul traffico di armi dalla Turchia alla Siria. L’uomo gli ha sparato, urlando “sei un traditore della patria”. “Popolo bue” si diceva un tempo, pensando a come la gente comune si lasciasse manipolare mente e soprattutto  sentimenti.

La seconda riflessione tocca il potere della rete. ICIJ si definisce senza farsi sconti “The World’s Best Cross-Border Investigative Team”, affermando di battersi per la “Public Integrity”. Gli è possibile fare giornalismo di inchiesta globale, solo perché esiste la rete di Internet, con annessi e connessi. La sua azione attraverso la rete, consente di gettare un immenso discredito non tanto sui farabutti che evadono le imposte dei luoghi dove scremano superprofitti, quanto sui governi e sulle polizie finanziarie dotate di ben altri mezzi e poteri di investigazione, che evidentemente non usano per connivenza, assenza di volontà politica, pigrizia burocratica. La rete è strumento che permette agli evasori di spostare senza remore e rischi titoli e denaro, ma anche la loro gogna mediatica. Grave che debba essere chiamata a sostituirsi all’inazione di governi obiettivamente complici del malaffare evidenziato da ICIJ. Nessuno è in grado di prevedere quale uso della rete prevarrà nel corso del tempo. Siamo appena agli inizi di una vicenda, quella del sapere e dell’informazione elettronica, che potrà avere qualunque tipo di sviluppo. E’ certo che solo la vigilanza delle opinioni pubbliche democratiche potrà evitare che la rete degeneri.

Va aggiunto che evasione fiscale e fuga verso i paradisi offshore, comportamenti censurati da leggi e morale, si diffondono anche per colpa della bulimia di fisco e finanza pubblica in genere. Lo stato invade campi non suoi, si dota di burocrazie elefantiache e occhiute, fa guerre che potrebbe evitare, corrompe e si fa corrompere con il pubblico denaro, spreca e assume privilegi che non gli spettano, regala privilegi a ceti e corpi sociali che lo sostengono. Tutto ciò costa,  ed è comprensibile che il privato imboschi il denaro che reputa proprio e che non intende consegnare ad autorità pubblica che ne faccia pessimo uso. In qualche modo il comportamento degli stati, oltre all’immoralità di certo capitalismo, istiga alla fuga dal dovere fiscale. Adam Smith, padre (nomen omen ancora una volta!) dell’economia moderna scriveva: “Non c’è arte che un governo impari più in fretta dell’arte di rubare denaro dalle tasche della popolazione”. I potenti (alla lettera “coloro che possono”) in qualche modo si difendono dal furto. La “popolazione”, per stare al testo dello scozzese, ma leggasi il lavoro salariato, non può farlo, non ha la forza necessaria a sfuggire alla percussione fiscale e paga anche per conto di chi evade. Suprema tripla ingiustizia: lo stato spende ciò che non dovrebbe, lo straricco evade ciò che non dovrebbe, il povero paga ciò che non dovrebbe!

Taluni governi e opinioni pubbliche delle nazioni democratiche hanno reagito con vigore alla pubblicazione dei Panama papers, generando non indifferenti conseguenze. Si è dimesso il primo ministro islandese David Gunnlaugsson. Un più famoso David, il primo ministro britannico Cameron affronta tuttora contestazioni di strada e attacchi mediatici. Il ministro spagnolo dell’industria Jose Manuel Soria ha mollato ministero e seggio parlamentare per illeciti fiscali legati alle sue attività imprenditoriali.

Vedremo in settimana nuove e, si presume, più intense reazioni, anche perché lo tsunami che si innescherà nelle viscere della rete lunedì sera, arriverà a distanza di poche ore sulle coste della politica mondiale con effetti presumibilmente devastanti. Non casualmente Washington annuncia nuove dure misure contro l’evasione e il riciclaggio testimoniato dai Panama papers, ribadendo il no alla segretezza delle attività offshore quando vi sia il dubbio di transazioni finanziarie illecite. Obama è consapevole che, tra le vittime che farà lo tsunami, potrà esserci anche uno dei prodotti sui quali si giocava la parte finale della presidenza, il trattato commerciale transatlantico con l’Europa, TTIP. Nel suo stesso partito, alle prese con la campagna per le presidenziali e il pungolo del “socialista” Sanders, salgono le critiche ai trattati di libero scambio (è in ballo anche la ratifica del TPP firmato con molti paesi asiatici) che sembrano persino accrescere le occasioni di evasioni fiscale, ad esempio affidando a studi legali privati competenze in concorrenza con quelle tradizionalmente esperite dai tribunali pubblici.

Obama è anche consapevole che lo tsunami può alzare un’onda di ritorno sulle coste britanniche, abbattendosi sul primo ministro David Cameron: uno degli effetti sarebbe di far pendere a favore di Brexit la bilancia del vicino referendum sull’UE. Sappiamo quanto il presidente statunitense si sia speso contro quell’ipotesi nel recente viaggio in Britannia.

Il fatto è che non solo i governi democratici non hanno ancora risolto la questione paradisi fiscali, nonostante i progressi registrati con “lavatrici” come Svizzera Liechtenstein Bermuda Bahamas Channel Islands per citare alcuni esempi, ma, come ha scritto qualche giorno fa Michael Hudson, ci sono delle Panama nel cuore stesso di nazioni che si affannano a chiudere paradisi altrui. Negli Stati Uniti sono noti i casi di Nevada, Delaware, Wyoming. In Europa si ripetono azioni della magistratura contro multinazionali che tentano, attraverso Tax planning di dubbia natura, di evadere il fisco riciclando i profitti. Uno dei metodi preferiti è la creazione di sedi fittizie dove spostare profitti per pagare pochissime tasse: le imprese del digitale, favorite anche dal miglior uso della rete, eccellono in queste pratiche.

La pubblica opinione, soprattutto quella sua parte che, per necessità o virtù, tasse e imposte le paga, non si scoraggi. Sia vigile e si faccia sentire, diffidando con intelligenza di certe imprese e dei rapporti che intrattengono con certi governi. Segua ancora l’avviso di Adam Smith, che del capitalismo nascente ai suoi tempi non può certo definirsi nemico. In “La ricchezza delle nazioni” scriveva: “L’interesse dei trafficanti in un ramo speciale di commercio e di manifatture, è sempre in alcuni rispetti differente da quello del pubblico ed anche ne è opposto … La proposta d’una nuova legge o d’un nuovo regolamento di commercio che provenga da quest’ordine, deve sempre essere ascoltata con grande precauzione, e non deve essere adottata se non dopo d’essere stata lungamente e diligentemente esaminata, non solo con scrupolosissima, ma con sospettosissima attenzione. Essa proviene da un ordine di uomini, di cui l’interesse non è esattamente lo stesso di quello del pubblico; che in generale hanno un interesse ad ingannare ed anche a opprimere il pubblico, e che in molte occasioni l’hanno ingannato ed oppresso”. L’elettorato, che è anche tax payer, può e deve farsi sentire: si pensi a quanto, dopo la crisi finanziaria del 2008, ha ottenuto rispetto ai riti di Wall Street il movimento Occupy. Gli accordi raggiunti al G20 di Lima sono effetto anche della pressione esercitata sui governi.   

Le informazioni riservate che sono state trafugate dallo studio legale Mossack Fonseca di Panama, raccontano quarant’anni di finanza offshore, evidenziando le falle di un sistema internazionale fondato sulla sovranità assoluta degli stati. Al tempo stesso rivelano le facilitazioni che globalizzazione e rete donano alle complicità pubblico-privato sulle quali si fondano i meccanismi di illegalità che portano ad evasione e riciclaggio. La partita si gioca nella ricerca del giusto mix tra poteri degli stati, da restringere pur mantenendoli, e poteri di iniziativa e controllo della comunità internazionale, da ampliare. Su quest’ultima esigenza non sono permesse illusioni. Non saranno regimi politici dispotici a collaborare per liberare il sistema internazionale da evasione e paradisi fiscali. Nei paesi democratici, ci saranno sempre politici corrotti e corruttori che baratteranno gli interessi pubblici con quelli dei grandi evasori nascondendosi dietro l’orgoglio della bandiera.

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