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L’economia circolare a scarto zero per salvare il pianeta

Il progetto rivoluzionario di società circolare che rompe con il modo classico di produrre capitalistico

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L’espressione “economia circolare” è una qualificazione ombrello sotto la quale raccogliere ogni opzione, in termini di organizzazione dell’economia e della società, che parta dalle convinzioni morali, confermate dalla scienza, sull’inabilità della Terra a reggere i ritmi attuali dello sviluppo. La spinta di Papa Francesco

Nella scorsa fine di settimana, due “prime assolute” per l’Italia, hanno documentato come finalmente stia montando l’attenzione di opinione pubblica, autorità, operatori dell’informazione, verso forme di “nuova” economia che rendano meno divoratorio il rapporto tra l’uomo e il suo pianeta. A Ferrara si è tenuto il primo Festival dell’economia condivisa; tra Alba, Fossano e Novello nel cuneese, “Circonomia” il primo Festival dell’economia circolare e delle energie dei territori. Nel frattempo, si ha notizia della riunione a giorni di esperti e imprese alla Presidenza del consiglio dei ministri, per condividere esperienze di economia circolare e capire come il governo possa farsene momento trainante. Ad Assisi, fra poco meno di un mese, le fondazioni Sorella Natura ed Eni Enrico Mattei, in collaborazione con l’università di Perugia, a un anno da Laudato si’, metteranno insieme un pacchetto di esperti e opinionisti (bontà loro hanno coinvolto anche il vostro columnist) per dibattere di cambiamento climatico e nuove forme di economia, affidando le conclusioni al ministro Dario Franceschini e al segretario generale della Conferenza episcopale italiana, Nunzio Galantino.

Tutto questo, per dire come in Italia, in sintonia con quanto accade in tanti altri paesi membri dell’Unione europea, il dibattito sul nuovo indirizzo da dare al destino della casa comune Terra stia risalendo di quota, sotto lo stimolo di fatti come il pontificato di Francesco, il discreto momento di Cop 21, taluni orientamenti della presidenza Obama e dell’Unione Europea. Questa, in particolare, sta lavorando a misure, che ovviamente riguarderanno anche il territorio italiano, per facilitare la crescita dei fenomeni dell’economia circolare. Le prime idee della Commissione, sulla materia, sono del settembre 2014: il provvedimento in gestazione legislativa è del dicembre scorso. Le istituzioni comuni intendono rivedere e aggiornare le esistenti direttive sugli imballaggi e sui rifiuti da imballaggio e da apparecchiature elettriche ed elettroniche, oltre che risistemare la complessa normativa sulle discariche. Di forte rilievo, anche  rispetto a prodotti abitualmente in arrivo da Stati Uniti e Cina, il previsto contrasto all’obsolescenza programmata dei prodotti, una strategia industriale che, come noto, costringe tutti noi al continuo riacquisto di beni a forte componente elettronica, e ammorba con materiali micidiali l’intera filiera ambientale legata allo smaltimento dei rifiuti.

E però, ben altro pretendono i principi della “nuova” economia circolare, in sé davvero rivoluzionari rispetto a quanto espresso dal pensiero economico classico in due secoli e mezzo di revisioni e aggiornamenti. Il progetto di società circolare  rompe con il modo di produrre capitalistico sviluppatosi dalla rivoluzione industriale del settecento, con ripercussioni profonde sull’organizzazione sociale e i suoi valori. Questo perché l’espressione “economia circolare” è una sorta di qualificazione ombrello sotto la quale raccogliere ogni opzione, in termini di organizzazione dell’economia e della società, che parta dalle convinzioni morali, ora confermate  dalla scienza, sull’inabilità della Terra a reggere i ritmi, gli attuali e quelli previsti per i vicini decenni a 9 miliardi di umani, dello sviluppo.  Si afferma che la società economica lineare dalla quale veniamo, fondata sul trinomio produci, usa, getta (make, take, waste, dicono gli attivisti nel gergo globale), debba transitare verso la nuova società non più lineare, tale da far durare i prodotti quanto più possibile,  sostituirli solo se indispensabile, ripararli invece di rimpiazzarli. Si tratta di inventare un percorso circolare che, puntando all’utopia dello scarto zero, deduca tutte le possibili conseguenze dal postulato fondamentale di Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Vale per i prodotti materiali e tecnici, come per quelli a contenuto biologico. Per i primi si tratta di concepire beni che incorporino il minimo di materie prime (specie se irriciclabili/non biodegradabili, vedansi i 300 milioni di tonnellate di plastica prodotta annualmente), e siano facilmente riparabili/scomponibili. La novità è nel fatto che, per ridare fiducia alla Terra e ai suoi equilibri, non si operi più soltanto alla fine della catena del processo di produzione e consumo (ovvero sullo smaltimento di rifiuti e scarti), ma si inizi dal momento di progettazione e invenzione. I prodotti vanno concepiti per durare il più a lungo possibile (oggi è il contrario) e per essere facilmente riparati e riutilizzati nella loro interezza e/o nelle loro parti (oggi è esattamente il contrario). La diminuzione di scarti e rifiuti, in particolare di quelli tossici e a complesso smaltimento, sarebbe tra gli evidenti risultati innescati dal nuovo modo di produrre. A questo circolo virtuoso, i prodotti ad alta composizione biologica, come quelli alimentari, contribuirebbero con il reingresso degli scarti nella biosfera attraverso i processi di concimazione biologica (compost) o l’elaborazione in altra alimentazione o uso: si pensi al cibo per animali, ai biocarburanti, a certe concimazioni e usi nell’edilizia o nel tessile.

Nel pensiero di Francesco, il contrasto alla cultura dello “scarto” è insistito e reiterato: il papa lo fa guardando in particolare agli esseri umani e a come quelli tra loro che sono poveri, meno dotati o solo sfortunati, finiscano per essere “scartati” da società che premiano il cosiddetto successo. Di fatto pone la sua lotta allo “scarto” umano dentro il discorso circolare, sul quale ha preso posizione nell’enciclica Laudato si’: “Non si è ancora riusciti ad adottare un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti e per le generazioni future, e che richiede di limitare al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, moderare il consumo, massimizzare l’efficienza dello sfruttamento, riutilizzare e riciclare”. Lo scarto, biologico tecnologico o umano, è tale solo perché lo si vuole, per calcolo finanziario o per ignoranza. Nella realtà può divenire risorsa. Lo scarto di qualcuno è per altri risorsa, dice il papa.

Il linguaggio etico e religioso di Laudato si’ comunica che la questione non va vista solo sotto il profilo tecnico e dei costi che implica, anche se è sul piano tecnologico e finanziario che, come un po’ tutto nei nostri tempi, si vincerà o perderà la partita dell’economia circolare.  In discussione è infatti il concetto di “ciclo di vita del prodotto”, che non dovrebbe più arrestarsi come ora accade, al “primo giro” (usa, poi getta!). Il “prodotto circolare” non solo viene destinato alla vita “eterna”, ma a figliare, riproducendo attraverso trapianti, innesti, riadattamenti, in fasi successive del ciclo di produzione e uso, escludendo quanto possibile l’utilizzo di nuove materie prime e privilegiando le materie seconde e il riciclato. Ovviamente infrastrutture,  logistica, organizzazione e cultura sociali dovrebbero essere re-indirizzate al sostegno del sistema circolare, visto che in gioco è il recupero di vivibilità del pianeta, attraverso l’adozione sistemica delle tre “re” dell’inglese “reduce, reuse, recycle”. 

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Detto questo, è evidente che, almeno nelle società che eleggono i governanti attraverso il voto, la formazione di un’opinione pubblica organizzata a sostegno del circolare, è l’altra garanzia indispensabile per il successo del modello sistemico della “nuova” economia. Socrate ci direbbe: “Se guardate tutto ciò che è messo in vendita, scoprirete di quante cose potete fare a meno”. E un altro grande dell’antichità greca, il Sofocle di Edipo a Colono: “Chi vuole vivere oltre il limite giusto e la misura, perde la mente ed è in palese stoltezza”. Nella contemporaneità, valga la voce di Kenneth Ewart Boulding, economista, pacifista e poeta inglese naturalizzato statunitense, considerato l’inventore del concetto di economia circolare, avendo presentato quasi mezzo secolo fa, nel 1966, a Washington, D.C., un profetico saggio su The Economics of the Coming Spaceship Earth. L’occasione fu il Sixt Resources for the Future Forum on Environmental Quality in a Growing Economy. Il saggio distingueva tra l’epoca (terminata) della vita umana spesa nel “virtually illimitabile plane” e l’attuale collocata nella “closed sphere”: anticipazione del contrasto tra lineare e circolare. Boulding irrideva la mentalità della cowboy economy con industriali dalla testa ottocentesca convinti di essere tuttora nell’”open earth” della prateria, invitandoli a collocarsi nella “econosphere” della “closed earth” e divenire partecipanti responsabili e consapevoli dei limiti della “closed economy”. Boulding anticipava ciò che dalla fine del XX secolo sarebbe diventato ovvio per molti, purtroppo non per i gruppi dominanti e predatori: “The closed economy … (is) the ‘spaceman’ economy, in which the earth has become a single spaceship, without unlimited reservoirs of anything … (where) man must find his place in a cyclical ecological system which is capable of continuous reproduction…”.

Come si è detto, forze di governo e segmenti di opinione pubblica e volontariato, in Italia risultano piuttosto attivi sul tema. Il ministero dell’Ambiente, che è in prima linea nella legislazione di settore ai livelli nazionale, europeo e internazionale, fa lavorare un Gruppo interdirezionale informale sull’economia circolare e l’uso efficiente e sostenibile delle risorse, avendo in mente lavori verdi per decarbonizzare l’economia e promuovere l’uso efficiente e sostenibile delle risorse.

L’impressione è che, a livello italiano e Ue, si sia ancora distanti dall’approccio sistemico alla questione, e che si continui a privilegiare l’intervento nei settori energia e rifiuti, non toccando il modo d’essere del sistema contemporaneo di agricoltura, industria  e servizi. Al tempo stesso vanno registratee posizioni come quella dì Janez Potočnik, commissario per l’Ambiente: “Nel ventunesimo secolo, caratterizzato da economie emergenti, milioni di consumatori appartenenti alla nuova classe media e mercati interconnessi utilizzano ancora sistemi economici lineari ereditati dal diciannovesimo secolo. Se vogliamo essere competitivi dobbiamo trarre il massimo dalle nostre risorse, reimmettendole nel ciclo produttivo invece di collocarle in discarica come rifiuti”.

Le punte più avanzate di consapevolezza nel sociale e culturale, procedono in modo autonomo, rompendo abitudini (sbagliate) consolidate. Già ora un italiano su quattro usa almeno una volta l’anno le risorse della cosiddetta economia “condivisa” (sharing economy in inglese), parte non irrilevante dei fenomeni circolari. Uber, Airbnb e Bla bla car sono le potenzialità a pagamento più gettonate, seguite dalla galassia di piccole opportunità fruibili gratuitamente o attraverso baratto di servizi. Siti e app di condivisione superano il numero di 200 e, vista l’aria che tira su disoccupazione e fiacchezza della domanda, non potranno che crescere. L’Italia si sta inserendo nella tendenza globale che esprime qualcosa di interessante e che, soprattutto, lascia prevedere sviluppi importanti: se l’economia condivisa fattura oggi 13 miliardi di euro, in dieci anni dovrebbe superare €300 miliardi di valore. Si ha consapevolezza che si tratta di numeri irrisori, rispetto all’attuale valore globale annuo dei beni di consumo (€3,2 trilioni, secondo la fondazione Ellen MacArthur), e tuttavia segnalano il diffondersi della nicchia di tendenza.

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