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Il futuro dell’Italia si sfracella sulla montagna di debiti

Il debito italiano continua a crescere mentre Renzi cincischia con la cattiva spesa

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Non saranno mance elettorali né grandi opere infrastrutturali a far riprendere animo al paese, e la crisi demografica, con la tripla emorragia di non nati, giovani e pensionati in fuga, lesionerà ancora la finanza pubblica che perderà risorse delle quali ha spasmodico bisogno. Una strada percorribile? La indicano Giuseppe Pennisi e Stefano Maiolo in "La Buona Spesa"

Nella nota di aggiornamento all’annuale Documento di Economia e Finanza, Def, approvata dal Consiglio dei ministri nella tarda serata del 27 settembre, appaiono alcune cifre che meritano considerazione.  

A fine anno metteremo a segno lo 0,8% di crescita. Appena cinque mesi fa ci veniva raccontato che avremmo avuto +1,2%; per strada abbiamo perso ben 1/3 di prodotto. Inoltre, il rapporto del debito pubblico con il prodotto interno lordo, pil, cessati i timidi tentativi di contenimento realizzati sino al 2007, viaggia inarrestabile verso il 132,8% ribadendo in pratica il 132,7% dell’anno scorso. Conta che nel 2012  si era a 127 e che da allora ogni anno abbiamo tirato su mediamente l’asticella di quasi 1,5%, mentre nell’Ue gli sforzi dei partner abbassavano significativamente la percentuale: lo scorso anno nell’eurozona il rapporto debito/Pil è sceso dal 92% dell’anno precedente al 90,7%, nell’intera Unione da 86,8% a 85,2%. A fine 2015 peggio di noi stava solo la Grecia, con 176,9%.

Sbirciare in casa d’altri può darci l’idea di come siamo messi nella nostra: l’anno scorso Lussemburgo ha fatto un surplus nei conti pubblici rispetto al pil di +1,2%, la Germania di +0,7%, l’Estonia di +0,4%, con la Svezia in perfetto equilibrio. Contestualmente l’Estonia ha portato il  debito al rapporto col pil di solo 9,7%, con Lussemburgo (21,4%), Bulgaria (26,7%), Lettonia (36,4%) e Romania (38,4%), posizionatisi tra 20 e 40%.

Con l’economia che batte la fiacca (il massimo di crescita che il primo ministro Matteo Renzi e il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan si azzardano a promettere per il 2017, non va oltre +1%), ferite da curare come terremoto e rifugiati, elargizioni elettoralistiche prevedibili alla vigilia del referendum di dicembre e in vista delle elezioni del 2018 (circolano letture maliziose persino dei soldi agli statali dopo anni di blocco, e dell’accordo coi sindacati sulle pensioni di mercoledì  28, per non dire dei commenti all’annuncio sul ponte dello stretto di Messina) il debito crescerà ancora, tanto che Renzi si appresta a chiedere alla Commissione Europea il margine aggiuntivo dello 0,4% (ulteriori 7 miliardi) sul deficit di  bilancio ora appostato al 2% del pil, dopo aver promesso a Bruxelles appena sei mesi fa l’1,8%.

Probabilmente il capo del governo ha dimenticato come Berlusconi, anni fa,  cadde dalla sedia di palazzo Chigi, o si sta sopravvalutando oltre il lecito alzando la voce con Merkel e Hollande; occorre cautela con le cifre da far approvare in Unione, come ben sa Padoan che dovrà difenderle dentro Ecofin.

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Il fatto è che, in barba a tutte le declamazioni sulle  spending review (si noti come in Italia il ceto di governo, abbandonati i latinorum di manzoniana memoria, adotti ora l’inglese, coerente nello sforzo di non farsi capire dai cittadini …), le amministrazioni pubbliche continuano a scialare in spese improduttive e in costi fissi rigidi che poco o nulla hanno a che spartire con il concetto di spesa in uno stato liberale. Se non si taglia la spesa improduttiva o inefficiente, il bilancio non sarà mai risanato e il rapporto tra deficit e debito pubblici e produzione della ricchezza continuerà a salire. Qualcuno dovrebbe spiegare perché, pur non soffrendo eventi catastrofici come guerre pestilenze o eruzioni vulcaniche, mentre la spesa governativa nell’eurozona risulta al 48,6% del Pil e le entrate al 46,6%, mentre nell’intera Ue i dati siano rispettivamente al 47,4% e al 45%, in Italia per le stesse voci saremmo in questo momento al 50,5% (con obiettivo 47% nel 2018), e al 47,9%.

Un ottimo sforzo di ricerca per un modello di finanza pubblica che vada nella “buona” direzione e garantisca valutazioni tecnicamente adeguate, l’hanno compiuto due professori dallo specchiato curriculum professionale di economisti, Giuseppe Pennisi e Stefano Maiolo, con un libro agile e avvincente come un giallo, presentato giorni fa al Centro Studi Americani di Roma. Pennisi ha alle spalle Banca mondiale, John Hopkins di Bologna, dirigenza generale ai ministeri del Bilancio e del Lavoro, il coordinamento del programma economico della Scuola superiore della pubblica amministrazione, oltre a pubblicazioni in Italia, Usa, Gran Bretagna, Germania. Maiolo è a Roma Tor Vergata, dove insegna nei master metodi di valutazione in economia, con dottorato di ricerca in Banca e finanza, e fa parte del nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici in Regione Lazio. 

la buona spesaLa Buona Spesa, questo il titolo del libro, suggerisce il metodo per la più efficace ed equa revisione dei bilanci delle nostre amministrazioni, partendo, come riferimento ideale, dal piano quinquennale che, per il raggiungimento dello stesso obiettivo,  fu presentato a Westminster agli inizi del decennio dal cancelliere dello scacchiere britannico George Osborne, rilanciato nel 2015 peraltro tra diverse critiche.

Gli autori chiariscono il cardine di quell’azione di governo: l’Enabling State. La mano pubblica, nel caso britannico, nel disporre del denaro che le è stato assegnato, si è proposta di contribuire a dotare la società di condizioni nelle quali ciascuno possa esplicare con pienezza le sue capacità, “anche solo quelle potenziali”.  I propositi di spesa che ne sono derivati ipotizzano la diminuzione del costo dello stato per i cittadini britannici dal 45% del pil  nel 2010 al 36% nel 2020. L’Office for Budget Responsibility controlla come stanno andando effettivamente le cose, raccontando passo passo ogni dettaglio nel suo sito.  

Chi è interessato, potrà apprendere dalla relazione autunnale che il nuovo cancelliere dello scacchiere presenterà più avanti al parlamento britannico, come il piano Osborne abbia reagito ai colpi di Brexit. Stando all’ultima relazione di Osborne, letta a Westminster il 24 novembre 2015, il progetto  procedeva in modo soddisfacente.  La spesa era già sotto il 40% della ricchezza nazionale prodotta. Si prevedeva pere fine anno un debito pubblico, sul pil, inferiore all’82,5%, confermando per fine decennio la progressiva discesa sino al 71,3%. Il deficit della finanza pubblica, ereditato nel 2010 dalla precedente gestione sullo sconfortante 11.1%  della ricchezza nazionale, era descritto in discesa di 1/3, poco sotto il 4%, puntato sul 2,5% di quest’anno, in vista dell’attivo di bilancio (+0,5%) nel 2019 e del +0,6% a fine periodo. Tra parentesi il paese, nel pre-Brexit, sarebbe cresciuto del 2% con tasso di disoccupazione inferiore al 5%.

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Sono numeri sui quali chi continua a spingere l’Italia nel baratro del debito pubblico e dei deficit di bilancio, dovrebbe pur fare qualche riflessione, anche se si può consentire con gli autori di “La buona spesa” che il nostro paese non sia pronto per una cura del genere, non disponendo del ceto politico in grado di realizzarla. Per il nostro paese Pennisi e Maiolo formulano proposte meno drastiche, tali da consentire di non sterilizzare una finanza pubblica che deve necessariamente sostenere la ripresa in vista della crescita media annua di almeno il 2,5%, definita “compatibile con la struttura demografica e produttiva del Paese”. Il sostegno dovrebbe dirigersi su “innovazione, nuove tecnologie, anche ricerca di base, piuttosto che su nuove infrastrutture”.

Rimane il dato, tutto politico, della natura che si vuole attribuire alla spesa pubblica in uno stato liberal democratico. E’ il problema di Renzi in questa fase, decisivo rispetto al suo futuro di uomo di governo. Ci sono due elementi sui quali riflettere. Il primo è la curva storica della spesa dello stato unitario, richiamata anche nel libro. Nel primo secolo di esistenza (1870-1970) neppure triplica il consumo di ricchezza nazionale prodotta, dal 13,7% al 33,7%, eppure lì dentro ci sono l’edificazione di Roma capitale, i conflitti coloniali, due guerre mondiali,  la ricostruzione del dopoguerra, la vertebrazione della Repubblica, opere come l’alfabetizzazione di massa il lancio della riforma sanitaria le prime autostrade. Nel quarto di secolo che arriva al 1993 si arriva al 53% del pil e lì intorno, nonostante tentativi virtuosi abbassino in taluni anni la percentuale, ci si assesta.

Non è che siano mancati misure di austerità, finanziarie lacrime e sangue, rastrellamenti di denaro dai conti correnti, perdonismi tombali per inadempienze immobiliari e capitali portati all’estero. Il sadismo finanziario di stato e autonomie locali e regionali ha esercitato ogni e qualunque percussione immaginabile in una lotta impari contro l’evasione, e il castigo costante del contribuente per bene. Eppure la nostra finanza ha continuato a peggiorare in termini assoluti e relativi nel confronto con i partner europei.

Rispetto al primo periodo dello stato unitario, le corporazioni dei privilegiati, quelli legali e non, hanno costituito rendite di posizione che solo bulldozer politici, dei quali non disponiamo, potrebbero oggi rimuovere. Quelle corporazioni da un lato assorbono immensi spicchi di ricchezza, dall’altro impediscono che la ricchezza si produca. Si va da stipendi così esorbitanti da generare incredulità, a malaffare, corruzione, lentocrazia, evasione fiscale, scarsa concorrenza, endogamia di posti pubblici, occupazione di casta su ospedali, università, aziende speciali, e così via.

Nel frattempo sono cresciute le aspettative sociali e culturali della gente. Accadde negli anni di piombo: per tacitare le fette dell’opposizione operaia e sindacale e tenerle lontano dalla seduzione della lotta armata, invece di riformare lo stato e renderlo giusto ed efficiente, si mise mano al pubblico denaro, generando il baratro della finanza pubblica e l’inflazione. Accadrà oggi: la lunga crisi, tuttora in corso, ha fatto regredire ceti e territori che occorre sostenere, per non alienarli dalla lealtà repubblicana.

In ultimo, ed è la ragione principe del rischio che ritorna per la nostra finanza, c’è la disaffezione verso il sistema paese. Non solo non arrivano investimenti esteri, ma se ne vanno quelli nazionali: a guardarsi intorno, si vedono attività chiudere ed espatriare. Lasciano con dolore le risorse umane. Da un decennio partono i giovani per evitare di restare senza futuro; iniziano a partire i nonni per non finanziare con i pochi soldi della pensione lo spreco dello stato e delle sue aziende. Non saranno mance elettorali né grandi opere infrastrutturali a far riprendere animo al paese, e la crisi demografica, con la tripla emorragia di non nati, giovani e pensionati in fuga, lesionerà ancora la finanza pubblica che perderà risorse delle quali ha spasmodico bisogno.

E’ qui l’altro fondamentale errore della finanza pubblica degli ultimi decenni, come evidenziano gli autori: si sono favoriti gli interessi dei gruppi sociali che sostenevano il ricambio dei governi, penalizzando gli interessi legittimi delle generazioni future. Potranno anche essere sbagliati i calcoli di Alan Auerbach, citato nel libro come “uno dei maggiori specialisti Usa di finanza pubblica”, ma quei calcoli dicono che “per mantenere inalterato il sistema italiano di stato sociale … la prossima generazione dovrà pagare in termini reali, tasse ed imposte, nel corso della propria vita, pari a ben cinque volte quanto pagato dalla generazione oggi anziana”. L’Italia continua ad accumulare debiti per le generazioni future, già penalizzate da scarsa preparazione scolastica, assenza di lavoro e cattiva amministrazione delle risorse.

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