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Riforma del Terzo settore, crescono in Italia le imprese sociali

Dopo 75 anni l’Italia si è dotata di una legge organica sul terzo settore

Un traguardo importante per oltre 15.000 cooperative sociali che svolgono un ruolo chiave nel garantire l’accesso al mercato del lavoro a decine di migliaia persone svantaggiate. E ora? La strada è tutta in salita, almeno a quanto emerge dall’ XI edizione dell’Osservatorio sull’Impresa sociale, realizzato da Isnet 

I decreti della Riforma del Terzo Settore sono stati recentemente approvati dal Consiglio dei Ministri, un passaggio importante per tutte le organizzazioni che contribuiscono a valorizzare l’economia sociale in Italia, in primis le cooperative sociali che la riforma ha trasformato in automatico in imprese sociali. E adesso? Gli tocca dimostrare di essere capaci di diventare autentici agenti di cambiamento in un contesto in cui la lotta alle diseguaglianze e alla povertà  rappresenta una delle principali emergenze della cooperazione sociale italiana.

La strada è tutta in salita. E’ questo il dato principale che emerge dall’ XI edizione dell’Osservatorio sull’Impresa sociale, realizzato da Isnet , un’Associazione che dal  2007 dialoga con un network di 1221 organizzazioni del terzo settore con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo delle Imprese sociali favorendo le relazioni, i processi di innovazione e diversificazione delle attività.

Su 400 cooperative e 100 imprese sociali ex lege e società benefit, il 42% ha dichiarato  di aver incrementato il proprio volume di attività con una crescita dell’8,4 % rispetto al 2016 e il 41,5% prevede di chiudere in crescita anche il 2017. Anche sul fronte occupazionale, ci sono dati incoraggianti. Il 39% prevede un aumento del personale per il 2017, con un incremento di quasi 12 punti percentuali rispetto allo scorso anno.

Il Terzo settore cresce e si trasforma. E questa è certo una buona notizia. Innovazione e imprenditoria sociale  sono due concetti che ormai viaggiano paralleli, ma nella realtà si scontrano con la mancanza di risorse. L’84% degli intervistati  ha infatti dichiarato di non avere soldi da  investire nello sviluppo di  nuovi prodotti, servizi soprattutto, per risolvere i problemi sociali.

Ma le cattive notizie non finiscono qui perché se conseguire un impatto sociale positivo rappresenta l’obiettivo fondamentale di un’impresa sociale, dal rapporto emerge che  il 95% degli intervistati non ha ancora trovato una soluzione per fornire evidenze sugli effetti positivi che la sua attività ha generato sulla comunità e sul territorio di riferimento.

E dire che nel campione sono comprese anche le società benefit. Ora la tendenza generale di molte aziende è quella di essere percepite come “più sostenibile”, ossia aziende responsabili, adottando forme di responsabilità sociale più evolute.  Nate negli Stati Uniti nel 2006, quando  tre giovani imprenditori fondano B-Lab, che rilascia la certificazione “B-Corp” ad aziende di tutto il mondo, le benefit corporation sono diventate  un fenomeno sempre più diffuso a livello globale. L’Italia è stata il primo paese al mondo, al di fuori degli Usa, a introdurre nella propria legislazione una disciplina ad hoc per queste particolari figure giuridiche. Si tratta di aziende for-profit che utilizzano il business per finalità sociali. Questo significa che tutte possono diventare Società Benefit se dimostrano di voler lavorare per il bene comune, modificando il proprio statuto che le obbliga a comportamenti virtuosi e trasparenti, nei confronti di lavoratori, fornitori, comunità di riferimento, oltre che degli azionisti. In Italia, sono più di 250 le imprese che hanno avviato il percorso per certificarsi come B-Corp.

Ma allora, come si spiega  che il 64,5% degli intervistati tra cui appunto anche società benefit, ha ammesso di avere poca o nessuna conoscenza di strumenti finanziari come social lending, social bond o equity crowdfunding?  Un altro 8% si è dichiarato addirittura scettico nei confronti di questi strumenti per timore che possano danneggiare la governance dell’impresa. La risposta è semplice:  le imprese sociali non sembrano pronte ad accedere a forme di raccolta di capitale di rischio

Le imprese sociali rappresentano un tratto importante del futuro dell’economia italiana ed europea e hanno la potenzialità di trasformare in risorsa quello che gran parte del mondo vede come minaccia. L’indagine Isnet ci dice chiaramente che nonostante la riforma stia cercando di sdoganare il mondo del non profit da ogni logica di assistenzialismo pubblico, le imprese sociali potrebbero far fatica ad accettare le novità.

 

 

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