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La rivincita del pandoro e la caduta del cappello: due storie di Natale

Melegatti si salva dalla chiusura mentre la Borsalino dichiara fallimento

pandoro
L'azienda dolciaria veronese Melegatti si è salvata anche grazie alla campagna di sensibilizzazione sui social mentre la città di Alessandria ha visto respinta dal tribunale la richiesta di concordato della nuova proprietà di Borsalino, a causa dei debiti troppo ingenti. Si perderanno 134 posti di lavoro e la ditta rischia la messa all'asta

I giornali italiani lo hanno battezzato il “miracolo natalizio del pandoro”.

In risposta al cupo scenario dei licenziamento, della chiusura degli stabilimenti a fronte del difficile periodo di crisi economica e la banca rotta dichiarata anche da altri brand italiani, come la Borsalino di Alessandria, la saga dell’ azienda veronese Melegatti, che dal secolo scorso sforna dolciumi, ha rivelato un inaspettato lieto fine.

Nei mesi invernali del 2017, i lavoratori dello stabilimento erano stati licenziati dai loro posti di lavoro. Le vicende degli eredi del fondatore della compagnia, Domenico Melegatti, che brevettò il dolce d oro nel 1894, si sono rivelate così spietate e senza esclusione di colpi che i dipendenti li hanno paragonati alla guerra famigliare tra Capuleti e Montecchi. Dopotutto, l’ ambientazione è rimasta la stessa.

Con l’ arresto del mercato produttivo, altre aziende italiane specializzate in alimenti hanno riempito gli scaffali della grande distribuzione con panettoni, mettendo in crisi l azienda veneta. Poi la salvezza è arrivata, come spesso succede nelle storie natalizie, grazie ad un Fondo messo a disposizione da una ditta maltese, che ha investito milioni di euro per una produzione di 1 milione e 575 mila pandori da realizzare in 11 ore. I dipendenti di Melegatti hanno lavorato senza essere pagati, usando la rete e i social media come Campania a sostegno della loro impresa, come avrebbe fatto un orgoglioso Tiny Tim dickensiano.
“Mangia un pandoro, salva un lavoro “, hanno scritto i supporters, usando gli hashtag #SaveMelegatti and #WeAreMelegatti per convincere i consumatori ad acquistare Il dolce  che davvero, per loro, vale più dell’ oro.
Questa volta gli appassionati del pandoro hanno risposto da tutta Italia con zelo patriottico, correndo a procurarsi il tradizionale dolce dalla scatola blu, allontanando il pericolo di chiusura, tetro fantasma del futuro; sulla scia, attivisti, politici, sindacalisti sono saltati sul carro della ribalta verso “la favola natalizia con il lieto fine”.

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Un’immagine della campagna diffusa dai social

Luca Quagini, uno dei manager consulenti che ha portato avanti il fondo per proteggere lo stabilimento dalla crisi, ha usato toni più accorti “ questo è un miracolo sicuramente, ma è una goccia nel mare- ha dichiarato-La settimana prima del 25 dicembre è stato consegnato l’ ultimo ordine di 5 mila prodotti che ha assicurato ai clienti veronesi il rifornimento per le feste per la distribuzione nazionale. Insieme anche al milione e mezzo di torte realizzate a novembre Melegatti ha mantenuto la presenza sul mercato italiano, di fondamentale importanza per soddisfare l’ aumento improvviso della domanda”.

I supermercati, a detta del delegato, hanno giocato però il ruolo di Scrooge:” La Grande distribuzione aveva già tagliato fuori Melegatti quando sono stati realizzati i piani di acquisto natalizi e per spronarne gli investimenti ha dovuto ulteriormente tagliare i costi dei prodotti dei competitors, che in passato erano stati a volte acquistati a prezzo irrisorio . A causa della ristrettezza dei parametri approvati dal tribunale per la ricostruzione del piano di emergenza è necessario sanare circa 30 milioni di debiti tra lavoratori e fornitori e per questo l’azienda ha pochissima flessibilità di prezzo. E la Pasqua è alle porte…la produzione delle torte a forma di colomba avrà bisogno di cominciare a giorni se si vuole piazzare l azienda anche sul segmento dei dolci pasquali”.

Va detto che almeno, per Natale, si possa tirare un sospiro di sollievo.

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Di comparto, l’azienda Borsalino cala letteralmente il cappello. Finisce con amarezza la vicenda della compagnia di moda piemontese i cui cappelli sono stati per anni simbolo di eleganza e stile Made in Italy sulle teste di celebrità del cinema e della musica.
Secondo quanto comunicato dai sindacati, a decretare il fallimento, lunedì 18 dicembre, è stato il tribunale di Alessandria che ha respinto la richiesta di concordato della Haeres Equita srl, società dell’imprenditore svizzero Camperio, che gestisce l’azienda dopo l’affitto del ramo.
Proprio nella cittadina dive gli accessori di lusso dalla fama internazionale nacquero 160 anni fa è stato detto no alla richiesta degli investitori che l Ne hanno acquisita una parte Per 18 million euros ($21 million), , con l’idea di acquisirla per intero al termine della vicenda.
La cordata aveva saldato debiti con l’Agenzia delle entrate per oltre 4 milioni di euro e investito su nuovi macchinari. Quella respinta dal tribunale di Alessandria è la seconda richiesta di concordato, dopo quello che era stato revocato a dicembre 2016. Il nuovo round in tribunale porta alla fine dell’avventura del cappellificio di Alessandria fondato nel 1857.

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La parabola di Borsalino è legata al crack da 3 miliardi che ha coinvolto l’imprenditore di Asti Marco Marenco, artefice della maxi bancarotta fraudolenta delle sue aziende di importazione e commercializzazione di gas e petrolio, condannato a 5 anni di reclusione.
Le perdite registrate negli ultimi anni e mai coperte ammontavano a 25,96 milioni (2,47 milioni il rosso del 2016), mentre il capitale sociale a fine 2016 era di 4,697 milioni e le riserve di 9,297 milioni a fronte di un patrimonio netto negativo di 11,972 milioni.
Lo scorso anno il fatturato era stato di 13,47 milioni. Camperio però si era impegnato nel risanamento facendosi promotore di un aumento di capitale fino a un massimo di 9 milioni, dopo aver rilevato nei mesi scorsi il marchio per 18 milioni.
L’aspettativa dell’ anno che sta per concludersi era quella di rimanere in linea con il 2016 e aumentare le vendite nel 2018…ma si sta ancora lottando con i debiti.

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il modello Borsalino indossato da Humphrey Bogart

Che epilogo avrà questa storia? Il contratto d’affitto scadrà a giugno e spetterà al curatore nominato dal tribunale decidere che fare. Il cda sembra intenzionato a ricorrere contro la sentenza in appello, con tutti i tempi del caso. Se dovesse essere confermato il fallimento, la Borsalino andrà all’asta. La sentenza ha lasciato nell’incertezza i 134 dipendenti, che ora temono per la prosecuzione dell’attività: i sindacati sarebbero pronti a dare battaglia, visto che secondo i proprietari “Il cappellificio è stato risanato e ha grandi potenzialità di sviluppo”.
E in questo caso, si spera davvero nel miracolo che la ditta creatrice di una icona come quel Panama sulle testa di Humphrey Bogart in Casablanca riesca a coprire nuovamente i capi di investitori e lavoratori.

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