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Ecco i giganti dell’energia e del petrolio più responsabili del cambiamento climatico

Secondo quella classifica del Climate Accountability Institute, delle 20 aziende del settore maggiori responsabili delle emissioni di CO2, ben 11 sono statali

Ai primi posti dei grandi inquinatori, accanto alle solite Aramco e Gazprom, anche aziende che estraggono carbone. E poi altri giganti del petrolio e del gas: da ExxonMobil alla Shell, dalla BP a Chevron (Eni occupava la trentesima posizione).

Non si placa la polemica sulle responsabilità antropiche dei cambiamenti climatici in atto (ovvero sul rapporto causa/effetto tra emissioni di CO2 e aumento delle temperature medie). E, nel frattempo, Tg e giornali non smettono di riempire le prime pagine di immagini della nuova paladina dell’ambiente, la piccola Greta. Intanto, a nessuno sembra importare chi sono i veri responsabili di tutto ciò, quali sono i settori (e i paesi) che causano le maggiori emissioni di gas serra. 

Pochi giorni fa, uno studio dal titolo Climate accountability as a fulcrum for climate stewardship, ha ribadito, dati allla mano, che le aziende produttrici di combustibili fossili non solo hanno causato, ma addirittura “guidato” la crisi climatica, sebbene a conoscenza dei pericoli che comportava.

Un dato incontrovertibile (neanche  Trump ha potuto negarlo) è l’aumento della quantità di CO2. L’analisi condotta da Richard Heede del Climate Accountability Institute americano ha evidenziato che le prime 20 aziende mondiali del settore petrolifero sono responsabili del 35% di tutte le emissioni di biossido di carbonio e metano legati all’energia del pianeta, dal 1965, per un totale di 480 miliardi di tonnellate di equivalente di biossido di carbonio (GtCO2).

Questo risultato confermerebbe le conclusioni a cui l’ente era giunto già un paio d’anni fa quando un altro studio aveva dimostrato che oltre la metà dell’anidride carbonica emessa nell’atmosfera dal 1988 poteva essere ricondotta a solo 25 aziende. Secondo quella classifica del Climate Accountability Institute, ai primi posti dei grandi inquinatori, accanto alle solite Aramco e Gazprom, anche aziende che estraggono carbone, come la China Coal. E poi altri giganti del petrolio e del gas: da ExxonMobil alla Shell, dalla BP a Chevron (Eni occupava la trentesima posizione).

Interessante notare che delle 20 aziende del settore maggiori responsabili delle emissioni di CO2, ben 11 sono statali, ovvero di proprietà o controllate dai governi. Gli stessi che, in occasione delle varie COP (a cominciare dalla COP21 di Parigi: chi non ricorda la foto di gruppo in cui tutti i leader mondiali promettevano di voler “lottare” per non consentire l’innalzamento delle temperature riducendo le emissioni?) avevano promesso di voler ridurre le emissioni di CO2. Invece, la prima assoluta tra le aziende petrolifere responsabili delle emissioni, la Aramco, è gestita dal governo arabo: da sola,  è responsabile del 4,38% delle emissioni mondiali di CO2.

Uno scenario impietoso ma reale. Per il petrolio come per la plastica (i due settori, come vedremo, sono correlati). Recentemente,  tutti i leader mondiali hanno ribadito le loro promesse di volersi prendere cura dell’ambiente riducendo l’utilizzo della plastica. Ad esempio, il 15 agosto scorso (Giorno dell’indipendenza dell’India), il primo ministro  Narendra Modi aveva promesso di “fare il primo grande passo” verso la liberazione del paese dalla plastica monouso: lo avrebbe fatto a cominciare dal 2 ottobre (150esimo anniversario della nascita di Mahatma Gandhi). Una promessa che molti avevano accolto con piacere: secondo un rapporto pubblicato nel 2017 dalla Commissione centrale per il controllo dell’inquinamento, Central pollution control board, in India, ogni giorno, finiscono nella spazzatura circa 25.940 tonnellate di rifiuti di plastica. Anche se le previsioni paralvano di raggiungere l’obiettivo di un’India senza plastica solo nel 2022, era comunque un evento storico. Poi son cominciate le dichiarazioni in direzione contraria: “Il primo ministro Modi non ha parlato di ‘divieto’, ma di ‘addio’ ai rifiuti in plastica monouso” aveva detto  Prakash Javadekar, ministro dell’Ambiente, della foresta e dei cambiamenti climatici). Alla fine, giunto il mese di ottobre, di eliminare la plastica non si è più parlato. Anzi, il governo indiano avrebbe fatto capire che, almeno nel breve/medio periodo, non verranno adottati provvedimenti per vietare sacchetti, bicchieri, piatti, bottigliette, cannucce e bustine di plastica, ribadendo soltanto l’impegno a limitarne l’utilizzo. Questo significa che l’India, in barba alle promesse fatte, continuerà a scaricare nell’ambiente milioni di tonnellate di plastica ogni anno.

Quello delle plastiche è, forse, (insieme a quello di armi e armamenti) uno dei settori produttivi più fiorenti e in crescita in tutto il pianeta. Nonostante le promesse, le limitazioni e le proposte ambientaliste, la quantità di plastiche prodotte continua ad aumentare. E solo una minima parte di queste (tra il 2 e il 4%) viene realmente riciclata. Il resto finisce nell’ambiente creando danni enormi all’ecosistema.

Tutti sanno che la produzione di plastica è legata a doppio filo al settore degli idrocarburi: il 99% delle materie polimeriche sintetiche proviene da prodotti chimici ottenuti dai combustibili fossili. Forse, però, non tutti sanno che la base per produrre plastica spesso è lo shale gas statunitense. Secondo il  Center for International Environmental Law, sarebbe questo il motivo per cui è in atto una  rivoluzione del petrolio e del gas di scisto:“Poiché la produzione di combustibili fossili è altamente localizzata in aree specifiche, anche la fabbricazione di materie plastiche si concentra in specifiche regioni, in particolare nella costa del Golfo degli Stati Uniti”, si legge in un recente rapporto investigativo, intitolato Fueling Plastics.

La verità è che il settore della plastica non sembra essere destinato a vedere scritta la parola fine così presto: basti pensare che, negli ultimi anni, solo l’industria USA degli idrocarburi ha destinato oltre 180 miliardi di dollari a nuove strutture di “cracking” (il processo di scissione delle lunghe catene di molecole del petrolio in catene più piccole) per produrre i monomeri plastici. La verità è che la plastica costituisce il terzo materiale umano più diffuso sulla Terra (dopo l’acciaio e il cemento). E secondo alcune stime, la produzione mondiale di plastica, passata  dai 15 milioni di tonnellate del 1964 agli oltre 310 milioni nel 2018 (“Proceedings of the National Academy of Sciences”), potrebbe raggiungere i 34 miliardi di tonnellate entro il 2050! Difficile credere che le denunce ambientaliste o i discorsi della piccola Greta saranno sufficienti a far cessare la produzione.

Uno dei settori produttivi in cui si usano enormi quantità di plastica è quello dei farmaci e dei medicinali. E anche qui non mancano le sorprese (in termini di impatto sull’ambiente e di informazione della popolazione da parte degli ambientalisti).  IN genere si pensa che le industrie responsabili delle peggiori “impronte ambientali” siano quella della produzione di automobili o l’agricoltura. Un recente studio, pubblicato sul Journal of Cleaner Production, ha analizzato l’impronta di carbonio dell’industria farmaceutica globale. E le soprese non sono mancate. Secondo gli esperti, Big Pharma (come viene indicato il gruppo delle maggiori industrie farmaceutiche del mondo) produrrebbe emissioni maggiori anche della stessa industria automobilistica. Uno degli autori dello studio, Lotfi Belkhir, professore associato e presidente di eco-imprenditoria presso la McMaster University in Ontario, ha dichiarato: “Raramente si parla di industria farmaceutica che evoca immagini di fumaioli, inquinamento e danni ambientali … Uno immediato e il risultato sorprendente è che il settore farmaceutico è tutt’altro che ecologico”.  Se a questo si aggiunge l’impatto sull’ambiente dei prodotti chimici usati dall’industria farmaceutica, la situazione diventa impressionante. Possibile che nessuno abbia chiesto a Greta di parlarne o almeno di leggerli?

Il settore farmaceutico, quello dell’automobile e quello agricolo non sono i soli responsabili dell’aumento delle emissioni di CO2. In realtà, tutte le grandi multinazionali hanno delle precise resposnabilità in questo senso. E anche questo non è una novità: nel 2013, Oxfam lanciò la campagna Behind The Brands per valutare la sostenibilità di alcune tra le maggior multinazionali alimentari. Nel 2016 la ricerca è stata ripetuta: sono stati esaminati marchi come Nestlé, Unilever, Coca Cola, Mondelez, Pepsi, Mars, Kellogg’s, General Mills, Abf e Danone. Ebbene, secondo il rapporto di Oxfam, se da un lato è vero che alcune di queste multinazionali, negli anni, hanno cercato di migliorare la propria sostenibilità, dall’altro è altrettanto vero che la strada è ancora lunga. Molto lunga.

Eppure nessuno ha mai chiesto a queste grandi industrie, molte volte “multinazionali”, di pagare i danni che causano all’ambiente (tranne in casi eccezionali, come per gli sversamenti di petrolio). Che fine ha fatto la norma che dice: “Chi inquina, paga”?   

Alla fine a pagare sono (e saranno) gli “altri”: i paesi poveri, quelli meno responsabili delle emissioni di CO2 e dei danni all’ambiente. Sia in termini assoluti, che in rapporto alla popolazione i paesi meno sviluppati hanno be poche colpe per ciò che sta avvenendo all’ambiente: in Africa (ad eccezione del Sud Africa), raramente le emissioni di CO2e raggiungono le 5 o le 6 tonnellate pro capite. Anzi, molto spesso, sono prossime allo zero: 0,05 nella RDC, 0,08 in Niger e 0,04 in Ciad. Ben diversa, invece, le responsabilità dei paesi “sviluppati” (quelli che, proprio per questo, dovrebbero sapere bene come prendersi cura dell’ambiente): in Europa, i livelli vanno dai 6,7 dell’Italia a 7,9 del Regno Unito, a 8,92 della “verde” Germania fino a 10,43 della Repubblica Ceca; in Canada le emissioni salgono a 14,14 ton/pro capite; ma diventano 16,52 ton/pro capite in Austalia e addirittura 17,02 negli USA. Per trovare i valori più elevati bisogna volgere lo sguardo verso l’Arabia Saudita: oltre 18 ton/pro capite. Nel leggere questi numeri è impossible non ripensare ai valori di emissioni legati alle industrie del petrolio visti prima. Stranamente, però, gli ecologisti non parlano mai delle emissioni di alcuni di questi paesi. E qui la piccola Greta non è mai andata a protestare e neanche di rivolgere a loro i suoi accorati appelli.   

“La grande tragedia della crisi climatica è che sette miliardi e mezzo di persone devono pagare il prezzo – sotto forma di un pianeta degradato – in modo che un paio di dozzine di interessi inquinanti possano continuare a realizzare profitti record. È un grande fallimento morale del nostro sistema politico che abbiamo permesso che ciò accadesse ” ha detto Michael Mann, uno dei principali scienziati climatici del mondo. In vista dei prossimi colloqui sul clima previsti a dicembre, in Cile, Mann ha rivolto ai politici un invito a prendere misure urgenti per porre un freno a questo stato di cose.

Visti i dati delle ultime ricerche, però, forse sarebbe meglio che il suo invito (e quelli di tutti gli ambientalisti, in erba o cresciuti) venissero rivolti alle poche decine di persone a capo delle multinaizonali, spesso le vere responsabili dei cambiamenti climatici in atto su tutto il pianeta.

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