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FREEeste, ovvero l’occasione per Trieste di tornare finalmente porto franco

Trieste è l’unico porto franco d’Europa con extraterritorialità doganale riconosciuta dalla Ue: ora, grazie agli investimenti della Cina, si rilancia "la via della Seta"

Nella stagione della guerra dei dazi, dopo 300 anni Trieste rilancia il porto franco esente da dazi, voluto dall’impero austroungarico nel 1719. E il ministero dello Sviluppo Economico l’ha celebrato venerdì 13 dicembre con l’emissione, da parte di Poste italiane, di un francobollo ordinario che riproduce sullo sfondo una mappa del porto su cui si evidenzia una nave mercantile e ai lati un treno adibito a trasporto merci e una gru con elevatori per container.

Trieste è l’unico porto franco d’Europa con extraterritorialità doganale riconosciuta dalla Ue. Tale peculiarità, sebbene riaffermata dal trattato di pace di Parigi nel 1947, a causa di infiniti diverbi giuridici sulla natura del porto franco, è stata riconosciuta soltanto il 27 giugno 2017, quando è stato emanato il decreto sulla gestione dei Punti Franchi, estesi a tutta la provincia di Trieste. Al presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale Porti di Trieste e Monfalcone, Zeno D’Agostino, sono stati conferiti pieni poteri di modifica dell’area dei punti franchi, di autorizzazione di attività di manipolazione e trasformazione industriale delle merci, di potenziamento dei collegamenti ferroviari. FREEeste è il primo punto franco pronto ed aperto agli investitori. Si tratta di una free zone industriale logistica retroportuale, completamente efficiente grazie alla presenza della ferrovia.

Trieste in quattro anni, per merito del lavoro di rilancio del presidente D’Agostino, è diventata il primo porto italiano per movimentazione totale di merci e primo terminal petrolifero del Mediterraneo, oltre ad essere la porta privilegiata di accesso in Europa dei traffici RO-RO provenienti dalla Turchia. Ma è soprattutto il primo porto italiano per movimentazione ferroviaria, con un record di 10 mila treni raggiunto nel 2018 e 210 mila camion tolti dalla strada.

La Cina, dopo aver investito nei porti di Napoli, Savona e Genova, ha capito che la via della Seta più breve e più collegata all’Europa è l’antica via della Serenissima: il mare Adriatico, dove si trova il porto franco di Trieste. In quest’ottica ha stretto con l’Autorità di Sistema Portuale l’Accordo di cooperazione con la CCCC, China Communication Construction Company, per lo sviluppo del progetto Trihub, lo snodo ferroviario trimodale Cervignano – Trieste – Villa Opicina, inserito dalla Ue nella EU-China Connectivity Platform, per potenziare i collegamenti ferroviari con l’Europa Centrale ed Orientale.

Trihub è un progetto approvato dal governo italiano e presentato due anni fa a Bruxelles, perché la Ue ha un tavolo istituzionale di dialogo relativo alla possibilità di investimenti cinesi in Europa, che si riunisce due volte l’anno. E D’Agostino ci tiene a chiarire:

“Questo progetto del valore di 200 milioni di euro, in collaborazione con la Rete Ferroviaria Italiana, è al 90% già finanziato; l’accordo con CCCC riguarda solamente il potenziamento di infrastrutture ferroviarie di rete, come le piattaforme intermodali di Servola e Aquilinia. Non riguarda panchine, terminal, concessioni. Il porto di Trieste non è in vendita. I cinesi non avranno nessun controllo sulle infrastrutture portuali o sul porto franco, come qualcuno paventava. Noi siamo un ente pubblico e non possiamo fare alcun tipo di contratto senza espletare una gara d’appalto perché, anche se CCCC è posseduta dalla Stato cinese, per noi è un normale soggetto privato. Non è sottile la distinzione tra chi intende farsi finanziare dai cinesi e chi è pronto a mettersi in società con i cinesi. E sembra che quest’ultimi l’abbiano capito scegliendo Trieste. Siamo aperti agli investimenti da ovunque vengano, perché ci interessano i flussi commerciali e potenziare gli interporti, i punti franchi. Finalmente i grandi investitori hanno colto la convenienza di passare dai porti del Sud Europa”.

STORIA DEL PORTO FRANCO DI TRIESTE

Il 18 marzo 1719 l’imperatore Carlo VI d’Asburgo dichiarò Trieste “porto franco”: le merci entravano ed uscivano libere da dazi. E la beneficiò di una serie di provvedimenti: libertà di sviluppare commercio e industria, miglioramento delle strutture portuali e delle vie d’accesso, esenzione da imposte, istituzione di un banco di assicurazione, nessuna perquisizione alle navi in arrivo, immunità agli stranieri per i reati commessi nei loro paesi d’origine. Il che fece confluire ingenti capitali. Maria Teresa emanò dei provvedimenti più oculati del padre, per arginare quello che di fatto era divenuto un diritto d’asilo, rilasciando patenti di riconoscimento a israeliti, greci, armeni e concedendo la libertà di culto. Estese la franchigia alla città e al territorio di Trieste, istituì la Borsa mercantile, fondendo la città emporiale con la società civile in un unicum.

Da borgo di 5mila anime a metà del ‘700, Trieste era a inizio ‘800 una città di 330mila abitanti. A metà dell’ 800 Trieste diveniva il settimo porto mondiale e il secondo del Mediterraneo, dopo Marsilia. Veniva inaugurata la ferrovia Trieste-Vienna.; erano convogliate le produzioni dell’impero nel porto giuliano e intrapresa una politica di penetrazione commerciale nel vicino Oriente.

Nel 1887 l’impero abolì il porto franco e fu revocata la franchigia. Tuttavia l’attività dei commercianti triestini continuò, grazie all’apertura del canale di Suez, fino alla prima guerra mondiale.

Nel 1918, alla caduta dell’impero, la riunione all’Italia trasformò Trieste in un semplice porto di transito, contraendone i commerci.

Ma la città patì immensamente dopo la seconda guerra mondiale, finendo nel 1944 per un anno sotto occupazione tedesca e nel 1945 per quaranta giorni nelle mani dei partigiani jugoslavi.

La Venezia Giulia venne divisa in zona A, con Trieste sotto l’amministrazione del Governo Militare Alleato, e zona B, comprendente la provincia di Trieste e l’Istria sottoposte al controllo militare jugoslavo.

La Francia propose l’internazionalizzazione non solo del porto ma dell’intera città per consentire il libero traffico a tutte le nazioni. Il 3 luglio 1946 nasceva il Territorio Libero di Trieste (TLT), la cui indipendenza era garantita dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il 10 febbraio 1947 veniva firmato a Parigi il Trattato di pace che sanciva lo smembramento della Venezia Giulia. Il porto libero di Trieste non si trovava sotto la dominazione di alcuna potenza, ma il confine a ridosso della città divenne una vera cortina di ferro ed essa non poté riacquisire l’antico ruolo di centro commerciale internazionale. Né poteva esistere come Stato economicamente indipendente. Le potenze vincitrici cominciarono a rendersi conto dell’opportunità per la città di ritornare italiana.

Nel febbraio 1954 il Memorandum di Londra trasferiva la zona A all’amministrazione italiana; le truppe italiane entravano a Trieste il 26 ottobre. Al confine orientale, la guerra finiva dieci anni più tardi.

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