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Il lavoro alla prova della casualizzazione globale, ma indietro non si torna

La pandemia ha portato le aziende ad adeguarsi al social distancing, ma la nuova realtà presenta alcuni ostacoli: in che direzione si va?

Lo smartworking durante la pandemia (pikrepo.com)

Cominciamo da una buona notizia. L’imminente arrivo dei vaccini dovrebbe riportarci alle nostre abitudini, a dove eravamo rimasti, ai compiti a casa interrotti dalle cronache di questo 2020. Ma con una differenza rispetto al passato: oggi anche l’agenda della nostra vita sconta gli effetti dovuti alla “realtà aumentata” che abbiamo vissuto durante la pandemia. Siamo cambiati: pronti a riprendere i vecchi problemi, ad accettare la loro complessità. Ma anche a rivederne la logica, il fondamento, le giustificazioni che sino ad inizio anno chiamavamo certezze ed ora, tra esitazioni crescenti, fatichiamo a riconoscere come il futuro che ci attende. Facciamo un esempio. Negli scorsi mesi il distanziamento sociale si è tradotto in una esplosione del lavoro in forma mobile, dal domicilio, e comunque non più in ufficio dal posto fisso. È una realtà che ormai tutti accettiamo e da cui indietro non si torna.

Nel 2020 le aziende, per adeguarsi alle restrizioni sanitarie ed al social distancing, hanno revisionato le direttive che rendono il lavoro mobile uguale a quello svolto in ufficio. Insomma ormai è opinione comune che seguendo le istruzioni del management si può benissimo lavorare fuori dal perimetro aziendale senza che il risultato cambi, anche in termini di carriera. Ma su questo tema si ripropone un interrogativo sollevato a suo tempo da Alan Blinder, economista presso la Princeton University e consulente del governo federale durante le amministrazioni Clinton ed Obama: se il lavoro in ufficio può essere svolto da casa, nulla esclude che a parità di risultato si possa anche svolgere in paesi dove costo della manodopera e garanzie occupazionali sono inferiori.

Immagine da www.weforum.org

È il cosiddetto fenomeno dell’offshoring of jobs, il trasferimento all’estero delle prestazioni lavorative. Si tratta di una esperienza già vissuta dalle società commerciali che, per sfuggire ai costi ed alla burocrazia dei paesi industrializzati, ha visto la nascita delle società offshore, registrate in geografie periferiche. Dal punto di vista ammnistrativo, rispetto alle società tradizionali quelle offshore risultano parenti moralmente illegittime, perché ignorano che fare impresa in un paese industrializzato comporta anche costi a beneficio dell’eco-sistema in cui si agisce, come le trattenute fiscali e previdenziali. Riassumendo, se una società tradizionale ed una offshore sono simili, non è detto che siano la stessa cosa. È il medesimo rischio verso cui si sta incamminando il lavoro a distanza e che potrebbe condurre i prestatori d’opera, oltre che ad essere “invisibili”, anche a diventare “inutili”.

Nel 2007 alcuni studi avevano già ipotizzato che il progresso informatico avrebbe visto trasferire all’estero una quota fra il 22 ed il 27% degli impieghi disponibili.

Almeno sino al 2019 la situazione era rimasta stabile: ad esempio negli USA, su 26 attività “esportabili”, undici avevano effettivamente traslocato, mentre 15 invece avevano incrementato la loro presenza sul territorio.

Poi il 2020 ha rivoluzionato questi dati. Anzi, è cominciata una rincorsa delle aziende per organizzare il lavoro a distanza, sottolinea Richard Baldwin, docente di economia internazionale presso il centro di ricerca Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra. Si tratta di una tendenza che anche nella pratica ha trovato immediata conferma, ha osservato in una recente intervista Mark Read, amministratore delegato della britannica WPP Plc, uno dei maggiori gruppi internazionali per fatturato ed attivo nel campo della pubblicità e pubbliche relazioni: “negli ultimi cinque anni abbiamo spesso invitato i nostri dipendenti a digitalizzare il lavoro. Poi nel 2020 è arrivata la pandemia ed in soli sette giorni ci siamo trovati costretti a sviluppare del 600% le nostre attività in forma digitale”. Queste osservazioni anticipano un altro fenomeno, che si prevede in accelerazione specie dovessero mancare sussidi statali per trattenere in azienda i dipendenti “in assenza”, gli invisibili che lavorano dal domicilio.

Scienza e Tecnologia
(pixabay)

La “realtà aumentata” degli scorsi mesi dopo aver declassato il lavoro a semplice “prodotto” ora si avvia a “spersonalizzarlo”. Quello che si può fare ovunque nel mondo, ora può anche essere svolto da chiunque nel mondo. E’ il risultato di una semplice analisi logica quando, ha osservato il professor Baldwin, una azienda non collega più la prestazione lavorativa agli incarichi assegnati ad uno specifico dipendente.

Per tradursi in realtà questa impietosa legge di mercato deve ancora confrontarsi con ostacoli fortunatamente posti da madre natura: sensibilità linguistico-culturali, differenze di fuso orario, difficoltà geografiche. A queste resistenze si aggiunge l’imponderabile fattore umano, che durante la pandemia ha portato i rapporti tra colleghi e con i clienti a rinsaldare una solidarietà sociale per il momento digitale ma che tutti attendono di tornare a condividere di persona.

Sono proprio le attività collegate a queste funzioni che portano ad escluderne una delocalizzazione all’estero, e piuttosto ipotizzare la loro continuazione in forma “ibrida”, con un mix di presenza e assenza.

All’opposto, dolenti note sono in arrivo per i lavori “esportabili”, dove si può prevedere un incremento di precariato occupazionale e salariale. Questo porterebbe le leggi di mercato a dettare le regole e le aziende ad imporre ai loro dipendenti le retribuzioni e le modalità di lavoro già accettate altrove, dai lavoratori “offshore”, gli “invisibili” ed “inutili” alle gerarchie aziendali.

Ad esempio, ricorda uno studio dell’International Labour Office-ILO di Ginevra, la agenzia delle Nazioni Unite specializzata nei diritti legati al lavoro, già nel 2017 un campione di 3’500 lavoratori in 75 paesi, occupati in mansioni non specialistiche, affermava di lavorare per un compenso orario fra i 2 ed i 6.50 dollari, ed inoltre era anche disponibile ad accettare retribuzioni inferiori al salario mimino legale.

“Cerco lavoro”

Tra questi due estremi, lavoro ibrido e precariato di importazione, troviamo i sopravvissuti del posto fisso. Nella maggioranza dei casi si tratta di impiegati in occupazioni generiche. Sarà proprio questo capitale umano a scontare la globalizzazione e casualizzazione delle attività lavorative che ora abbiamo ricordato, e che porterà ad una lenta riduzione degli effettivi.

Per la loro categoria si annuncia una rivoluzione diversa dalle interruzioni delle attività industriali che conquistano le headlines dei notiziari e le breaking news sui social media. Per loro si annuncia una rivoluzione silenziosa nella forma, ma non nella sostanza, un lento scivolare verso un lavoro che probabilmente non sfama, ma alimenta.

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