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VISTI DA NEW YORK / L’America da imitare

Vero potere al quarto potere: la protezione assoluta della libertà di informare condizione prioritaria per le riforme in Italia

VISTI DA NEW YORK / L'America da imitare
di Stefano Vaccara -

 

“Io sto con l’America ancor prima di sapere che cosa farà”. Silvio Berlusconi anni fa con orgoglio ripeteva questa battuta. Appariva allora una sincera ammirazione per la potenza democratica che aveva liberato l’Italia dal nazi-fascismo, e soprattutto serviva a “distinguere” la sua forza politica da quella accusata di essere ancora “comunista” e quindi “antiamericana”.

La frase non gliela sentiamo più ripetere da tempo. Chissà se perché alla Casa Bianca non abita più il suo amico George W Bush ma “l’abbronzato” Barack Obama. Certo, con la bolla finanziaria scoppiata in America che ha trascinato giù le economie di tutti gli altri, il sistema iper-liberista Usa non appare più così popolare, infatti già con il ministro del Tesoro Tremonti in testa si lanciava da tempo il messaggio “mannaggia all’America”. Eppure pensiamo che quando il Premier Berlusconi agli italiani tesseva le lodi dell’America, non si riferisse alle sue fortune, diciamo così, del portafogli, ma più al sistema dei suoi valori democratici, valori riassunti in una parola: libertà. Berlusconi ci ha fondato il suo primo blocco di alleanza politica su questa parola, Polo delle libertà, poi trasformato nel Partito della libertà.

Nell’Italia che sembra colpita in politica, ma non solo, da una profonda crisi di valori etici e civici, dove in diciotto anni si è passati dai “mariuoli” di era craxiana ai “birbantelli” di era berlusconiana, si continua a riparlare di riforme improrogabili prima che crolli tutto. Si finisce per credere che sia la mancanza di regole nuove a facilitare la trasgressione, e che con un nuovo assetto “istituzionale”, ecco che gli italiani tornerebbero buoni e onesti politici, buoni e onesti imprenditori, buoni e onesti cittadini…

Federalismo, riforma delle Camere, riforma elettorale, possono queste ridare virtù agli italiani sempre più immersi nella melma dei clientelismi, della corruzione e sputtanamento senza freni?

Siamo convinti di no. Ci vorrebbe allora una riforma profonda della giustizia, quella pretesa a gran voce da Silvio Berlusconi, nonostante il suo enorme conflitto di interessi, per far “guarire” gli italiani dalla cronica disonestà pubblica, o come la chiamò mezzo secolo fa il sociologo Banfield riferendosi solo al Sud, e quindi sbagliando, del “familismo amorale”? La risposta è nì: può aiutare ma da sola non basterebbe, perché fatta la legge, si trova sempre l’inganno.

Che fare? Se solo Berlusconi, con la maggioranza del popolo italiano che lo mantiene al potere, sapesse riconoscere il perché negli Stati Uniti, e anche in tutte le altre democrazie cosidette “mature”, certi mali negli affari pubblici, pur esistendo, non raggiungono i livelli “ascoltati” nelle recenti trascrizioni sugli appalti del G8-terremoto dell’affaire Bertolaso… Già, se lo è mai chiesto Berlusconi? Se lo sono mai chiesti i pezzi grossi rimasti nel centrosinistra e che non sono immuni dallo sputtanamento?

“First Amendment” della costituzione degli Stati Uniti, ne ha mai sentito parlare Berlusconi? Quando ripeteva di voler stare sempre con l’America, magari avesse fatto proprio il valore di quel “bill of rights” che fu aggiunto subito dopo la ratifica della costituzione americana. Se fosse solo in grado di recepirne lo spirito del perché fu fatto, e cercasse di metterlo al primo punto di qualunque riforma italiana, Berlusconi avrebbe compiuto un vero miracolo per un’Italia in cui, chi avrebbe incarichi pubblici, avrebbe ora, come dire, gli “incentivi” a non delinquere. Stiamo parlando del potere di controllo di una informazione libera, di una stampa o giornalismo tv che non si possa né frenare dal pubblicare quello che gli pare né mai essere controllata dal potere. Una stampa che, grazie al First Amendment interpretato dalla Corte Suprema, per quel valore supremo affidato al quarto potere indispensabile alla salute democratica, ha in America anche il diritto-privilegio di poter sbagliare quando si occupa di investigare una figura pubblica (sempre che non ci sia “actual malice”, praticamente indimostrabile) perché, come dissero i giudici supremi nel celebre caso “The New York Times-Sullivan” (1964), anche certe notizie rivelatesi poi false “must be protected if the freedoms of expression are to have the ‘breathing space’ that they ‘need… to survive’”.

Quei politici italiani di destra o sinistra che come gemelli siamesi lanciano querele nei confronti dei giornalisti, dovrebbero leggere quella sentenza, che col giudice supremo Black scrisse: “This Nation can live in peace without libel suits based on public discussions of public affairs and public officials. But I doubt that a country can live in freedom where its people can be made to suffer physically or financially for criticizing their government, its actions, or its officials”.

Vero potere al quarto potere, per l’onestà e la credibilità dell’Italia.