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La responsabilitá di scegliere

La scelta, una speciale condizione umana che ci rende liberi. La democrazia ci rende liberi di scegliere anche rischiando di sbagliare. Se violeró la legge, ne pagheró le conseguenze. Se pecco da credente, ne risponderó al mio Dio. Se sbaglio professionalmente ne pagheró in credibilitá. Ma se impedite a qualcuno di esercitare la sua libertá naturale di scegliere, vuol dire che c’é la dittatura.

Non é un caso dove sia nata la democrazia. Dalla filosofia greca all’umanesimo cristiano, il discorso sulla libertá o sul libero arbitrio, é un concetto  del pensiero filosofico-religioso sviluppatosi nello spazio della cultura mediterranea e poi europea.

 La facoltá di scelta quindi: uno degli aspetti piú importanti nel lavoro di un giornalista, cosí come del magistrato, dell’insegnante, del medico, dello scienziato…. Saper scegliere é fondamentale, ma ancora di piú é poterlo fare nell’assoluta indipendenza. Nel caso del mestiere del giornalista, é la libertá di scegliere di cosa occuparsi, di decidere a quale notizia dare la precedenza sulle altre.

 Con l’avvento di internet questa fondamentale regola del giornalismo é stata diluita, perché lo spazio messo a disposizione in un sito rende superato il famoso detto impresso sulla testata del New York Times, "All the News That’s  Fit to Print". Ma non esiste solo il problema di riuscire a farle entrare le notizie, ma soprattutto di metterle al posto giusto per il giusto risalto. Cosa va in prima pagina, e cosa sparisce in un piede? Qui casca l’asino, e anche su internet!

Nei giorni in cui il motore della storia ha messo il turbo,  chi si occupa di scegliere tra il flusso delle notizie dovrebbe sentire piú forte questa responsabilitá. Eppure guardando ai media del mondo libero, dove la scelta di cosa mettere piú in risalto non é dettata da una dittatura, abbiamo come la sensazione di essere piú confusi che informati.

 Per caritá, il matrimonio reale di Londra é un grande evento. Ma immaginate se due miliardi di persone assistessero invece alla diretta di un naufragio di un barcone di disperati, carico di donne e bambini? Certo che é importante coprire la beatificazione di Karol Wojtyla (Siamo liberi di dirlo? C’é stata troppa fretta, prima della santificazione, bisognava chiarire meglio il ruolo avuto da Giovanni Paolo II  nella copertura criminale dei pedofili nella Chiesa). Ma provate ad immaginare se la stessa attenzione mediatica sui pellegrini arrivati a Roma, fosse data alle masse di siriani che sono scesi nelle piazze sfidando i cecchini del regime degli Assad…

 Quali sarebbero le conseguenze se certe notizie o immagini fossero messe dai grandi media al posto che si meriterebbero?

 Pensate a quella piazza colma di manfestanti al Cairo: se non ci fossero state quelle prime pagine e tutti quegli inviati in Egitto delle maggiori tv, Obama avrebbe intimato a Mubarak che doveva andarsene?

 Non si puó pretendere di informare sui perché si bombarda in Libia, facendosi scudo della responsabilitá delle Nazioni Unite di proteggere  i civili dall’assalto di Gheddafi, e poi non dare lo stesso risalto a quello che sta avvenendo in Siria, in Bahrein o in Yemen. Non fanno entrare i giornalisti in Siria? Se questa notizia fosse rimasta in tutte le prime pagine, la Russia, la Cina e persino l’India sarebbero state in grado, cosí facilmente, di appoggiare al Consiglio di Sicurezza dell’Onu le menzogne del regime di Assad?

 Il Quarto Potere in democrazia oltre alla libertá di scegliere le notizie, deve possedere un’etica per saperle riconoscere.

 

 

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