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De Benedetti scomunica il Grillo “blasfemo”

Carlo De Benedetti e Beppe Grillo

Carlo De Benedetti e Beppe Grillo

L'ingegnere mette sullo stesso livello il leader di Cinque Stelle e Berlusconi "come esempi di malformazione della società". Questo avviene dopo che il comico-politico aveva attaccato l'intero sistema editoriale italiano non facendo distinzioni tra il gruppo del Cavaliere e quello Repubblica-L'Espresso

A proposito di libertà. Di stampa. E di Italia. Intervenendo alla kermesse del suo quotidiano, “La Repubblica”, l’Ing. De Benedetti riassume: “Grillo e Berlusconi esempi di malformazione della società”. Ora qui non stupisce il gusto per il refrain da convention aziendale, giacchè per un gruppo che ne ha ricevuto, lira più lira meno, cinquecentomilioni di euro, ricordare il nome del primo finanziatore è un atto di doverosa cortesia. Certo, la sommetta è stata imposta da una sentenza, ma, senza offesa, la formula della “perdita di chanche”, è tanto vaga e indeterminabile da sembrare più confacente al Mago d’Oriente (buonanima) che ad una Corte d’Appello. Inoltre, lo stesso Gruppo, condannato, circa un anno fa, a restituire all’Erario 225 milioni di euro per plusvalenze non dichiarate, ha chiesto alla Corte di Cassazione di annullare questa condanna. Allora, una botta al Cavaliere, in notoria, ventennale, guerra di posizione con la “magistratura democratica” (quando si dice il destino dei nomi!) e da questa avviato alla “morte civile”, serve anche a nutrire convergenze e simpatie (spontanee, s’intende), che, in nome di “una certa idea dell’Italia”, potrebbero, per così dire, unire la Materia del gruppo allo Spirito dell’istituzione. Solo per rimanere al presente.

Che se volessimo poco poco volgerci al passato, basterebbe porre a confronto, a mero titolo d’esempio, per De Benedetti, gli oltre tre anni intercorsi fra la lettura del dispositivo di condanna per la bancarotta del Banco Ambrosiano e il deposito della relativa motivazione e, per Berlusconi, la motivazione contestuale in udienza nell’ultimo processo della serie, quello per i diritti TV –quattro anni di reclusione e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici- (accade di rado persino ai Giudici di pace di essere così rapidi), per constatare come quella “certa idea dell’Italia” abbia ben fondate ed antiche ragioni da celebrare. Sicchè la bolla d’infamia indirizzata da De Benedetti a Berlusconi ha il sapore di un’ovvietà.

Più interessante è il fatto che sia stata estesa anche a Grillo la gentile qualità di “malformazione della società”. Per inciso notiamo che il non inedito slang nazistoide, fra le labbra di un teppistello adolescente suonerebbe certo sgradevole ma di scarsa efficacia, fra le rughe, sia pure ambrate, del Presidente Onorario e la canizie, anche profeticamente barbuta, del Fondatore, svela tutt’altra radice e consolida certa barbarie del gesto e della parola, ormai, e non a caso, pure di pubblica e istituzionale diffusione.

Ma dicevamo di Grillo. Subito dopo le elezioni politiche e per tutta la fallimentare vicenda di quelle presidenziali, da quelle parti era stato tutto un blandire, un interpretare, un capire, un carezzare. E poi? Dobbiamo esserci perso qualcosa. Ah sì, deve essere stato l”ottuagenario sbrinato”, deve essere stata la volgarità del comico verso gli anziani a scaldare il cuore solidale dei Nostri. Ma è solo questo?

Perché si ha l’impressione che certi ripetuti riferimenti lanciati dalla pubbliche piazze contro l’intero sistema editoriale italiano, nessuno escluso, qualche fastidio lo provochino. E che la questione della irriguardosa volgarità verso gli anziani sia solo un sussiegoso pretesto. Infatti, finchè si parla del solito Berlusconi (pur’esso quasi ottuagenario), allora tutto, ma proprio tutto, va bene. E se si aggiunge anche il Corriere, pure il maggiore concorrente sul “mercato dei benpensanti”, ancora meglio. Ma dire che i giornalisti indipendenti de “La 7”, che il Gruppo De Benedetti, “sono come gli altri” no, questo proprio non va bene. Questo non si dice. Eh, caro Beppe, qui sbagli.

I tribuni passano, lo sanno tutti, pure i tribuni stessi. Ma se hanno suscitato vasto interesse, anche dopo il riflusso qualcosa del loro passaggio resta. E ciò che si teme possa restare del passaggio di Grillo, sembra proprio questa cruda e sfrontata accusa ai sedicenti “cani da guardia della democrazia”. Nel discorso fluente e spettacolare di Grillo, tutto immagini che evocano e non spiegano, proposte che alludono senza precisare, c’è però un nucleo robusto e audace, un’intuizione tattica che mira a scompaginare il fronte avversario con l’urto della sorpresa: mirando dove nessuno lo farebbe, tentando di scardinare fondamenta ritenute inviolabili.

Fra queste fondamenta ritenute inviolabili c’è la “diversità” di De Benedetti rispetto a Berlusconi, che, proprio perché tocca la questione della libertà di pensiero e di informazione (quello nasce da questa) è faccenda diversa e più inquietante del semplice slogan “pidìelle, pidìmenoelle”.

E, ad una accoppiata realmente “blasfema”, si è risposto (per ora) con una comune bolla di scomunica. No Grillo, con certe cose, in Italia, non si scherza. Chi tocca i fili, muore.  

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