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Libertà di stampa: la vergogna italiana la vogliono i giornalisti “ordinati”

A proposito dell'editoriale di Stefano Vaccara sull'ultimo rapporto dell'UNESCO e di Freedom House 

Caro Direttore, 

ho letto il tuo articolo e lo condivido. Purtroppo, in Italia, c'è la corsa "alla spiletta", all'etichetta, al "titoletto". E il tesserino con il suo pletorico ordine e le sue norme assai restrittive fanno parte di questo sistema. Una mia collega qua non è riuscita ad iscriversi, a Londra lavora senza problemi e può definirsi giornalista a tutti gli effetti. Io lavoro nel settore da 7 anni e sono "solo" pubblicista. Alla BBC potrei tranquillamente fare domanda per una delle decine di posizioni aperte perché la più importante televisione pubblica del mondo non chiede nè il titolo di studio, nè l'iscrizione all'ordine, nè l'età per il 99% dei suoi "bandi di assunzione". Alla RAI, in quanto pubblicista che ha dovuto mollare gli studi universitari per questioni economiche, non mi ci posso nemmeno avvicinare. Il concorso lo possono fare solo i professionisti. Ma non mi posso nemmeno avvicinare alle testate nazionali private perché pretendono il master in giornalismo, l'iscrizione all'elenco dei professionisti e un'età inferiore alla mia (ne ho 33).

Io ho nulla contro i titoli di studio, si figuri, ma qualcuno mi deve spiegare perché alla BBC posso almeno tentare la sorte, mentre qua mi chiudono le porte in faccia a prescindere senza nemmeno sapere se so fare qualcosa o meno! Il problema, caro Direttore, è che a difendere questo status quo in Italia sono proprio i nostri colleghi. "Ma senza l'ordine possono scrivere tutti!!!", "ma senza l'ordine chi è che controlla la qualità dei giornalisti???". Lascio a i lettori ogni commento.

Un saluto dalla desolata Sardegna

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