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La moribonda informazione italiana ormai sepolta

Nella totale indifferenza di critici e intellettuali, che sugli abusi del linguaggio e della comunicazione dovrebbero vigilare, La Repubblica ha raggiunto livelli patologici di disinformazione: semplicemente si tratta della dissoluzione di qualsiasi distinzione fra accuratezza e negligenza, fra autenticità e contraffazione 

Nella totale indifferenza di critici e intellettuali, che sugli abusi del linguaggio e della comunicazione dovrebbero vigilare, La Repubblica ha raggiunto livelli patologici di disinformazione. Patologici nel senso che il loro scopo non è più neppure la manipolazione o la propaganda e forse neppure il sensazionalismo: semplicemente si tratta della dissoluzione di qualsiasi distinzione fra accuratezza e negligenza, fra autenticità e contraffazione. 

Prendiamo il titolo della seconda pagina del giornale di lunedì, annunciato in prima: “Con Adì in fuga tra i monti dopo il massacro più feroce: ‘Hanno ucciso 500 yazidi, anche i bambini sepolti vivi’”. Lasciamo da parte lo stile: non bastava un massacro feroce, doveva trattarsi del “più feroce”, se no magari la gente, assuefatta alla sua carneficina quotidiana, non si commuoveva abbastanza. La truffa (come altro definirla?) è la falsa citazione, fra virgolette, posta in bocca a Adì, il ragazzo in fuga di cui l’inviato racconta la storia e riporta l’intervista (qualcuno avrà controllato che fosse autentica, in ogni dettaglio?). Rileggete il titolo. Cosa ne ricavate? Che Alì ha assistito alla strage, che quei bambini sepolti vivi li ha visti, e ha rivelata l’eccidio al giornalista. L’inizio dell’articolo lo conferma: “Persone spinte in fosse comuni e sepolte vive dagli jihadisti dello Stato islamico. Adì ha scarponi sfondati e una carabina col calcio tarlato”. Non viene detto esplicitamente, ma la sequenza delle frasi induce a credere il ragazzo sia stato testimone dell’accaduto. 

Invece no. È il contrario: è l’inviato italiano a informare Adì di ciò che sarebbe successo. Basta leggere con attenzione il seguito dell’articolo (quanti lo fanno?). Mi sia perdonata un’altra citazione integrale: “Ma quando gli diciamo dell’ultimo massacro compiuto dalle legioni di terroristi sulla sua gente, ossia delle cinquecento persone sepolte vive, soprattutto donne e bambini, rivelato ieri al mondo dal ministro per i diritti umani iracheno, Adì china il capo e si scioglie in un pianto disperato”. Chiaramente Adì non sapeva. L’informazione viene da un ministro iracheno.

 Non ho idea se il ministro in questione sia minimamente attendibile, né chi a sua volta lo avesse informato della strage, né se ci siano altre fonti che la confermino. La Repubblica non ce lo dice. Il New York Times, Le Monde e El País hanno ignorato la notizia. 

Quello che è evidente è che neanche al giornalista e al titolista di Repubblica un politico iracheno che accusava i propri avversari di efferate violenze è sembrato poi così credibile – i livelli di corruzione e inaffidabilità del governo di Maliki (proprio ieri costretto a dimettersi) erano noti. Meglio allora far credere ai lettori che la testimonianza fosse diretta e venisse da un ragazzo. Ma questa è appunto una clamorosa falsificazione. Non un’inesattezza: una menzogna. 

Che però nessuno ha notato, benché evidente, e se la avesse notata non gli sarebbe sembrata rilevante, e se l’avesse rivelata certamente non sarebbe costata il posto al giornalista, al titolista, al loro direttore, e neppure una nota di biasimo, perché la realtà dei fatti non conta nulla e la scrupolosità men che meno, e neppure la logica.

L’unica cosa che conta è la leggerezza, l’inconsistenza. Anche l’indignazione e la rabbia devono essere inconsistenti: enfatiche ma effimere, uno sfogo di sentimenti e un’occasione di conversazione da bar o salotto, non un invito all’impegno, alla riflessione, in particolare su sé stessi. Cinque minuti di compassione così intensa da consumarsi subito senza lasciare traccia: solo la lieve e piacevole consapevolezza di essere così migliori e così più fortunati di quei disgraziati che devono scappare sulle montagne per non venire trucidati. E se poi non fosse accaduto proprio in quel modo, poco importa, perché comunque potrebbe accadere. 

Cinque minuti di catarsi per persuaderci che nonostante tutto viviamo nel migliore dei mondi possibili e indurci ad accettare di buon grado le rapine che stiamo subendo, l’abbassamento della qualità della nostra vita, la distruzione dell’ambiente, delle comunità, delle tradizioni, gli attacchi a welfare, democrazia e Costituzione, tutto per arricchire oscenamente gli speculatori e i politici liberisti che li sostengono e i loro media. In fondo non seppelliscono vivo nessuno.

Adì, ammesso che esista, non sapeva nulla del massacro di cui La Repubblica lo finge testimone. La stessa Repubblica il giorno successivo non ha ripreso o dato seguito alla storia. Strano, dopo averlo denunciato in due paginoni come il “massacro più feroce”.

C’è qualcuno, in Italia, a cui verità e rigore sembrino ancora le irrinunciabili caratteristiche di giornali responsabili e la condizione imprescindibile della società civile?

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